Settore ICT: perché è un motore di innovazione e competitività?

Nel 2022, il settore ICT ha confermato il suo ruolo centrale nella competitività dell’economia italiana, rappresentando il primo comparto per investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) intra-muros. Secondo il rapporto “Ricerca e Innovazione ICT in Italia” di Anitec-Assinform, realizzato in collaborazione con APRE, la spesa per R&S nel settore ICT ha raggiunto 2,5 miliardi di euro, con una crescita dell’1,5% rispetto al 2021. Di questa cifra, quasi la metà è stata destinata al software e ai servizi IT, mentre il comparto hardware ha segnato un incremento del 7,1%.

L’84% degli investimenti proviene da fondi privati, coinvolgendo oltre 52.000 addetti e quasi 19.600 ricercatori. Tuttavia, nonostante i progressi, la quota italiana di spesa R&S ICT intra-muros nell’UE27 è calata dal 9,5% del 2010 al 6,7% del 2022, segnalando l’urgenza di aumentare gli investimenti per colmare il divario con economie come Germania e Francia.

Quattro proposte per dare nuovo sprint al comparto ICT

Il rapporto di Anitec-Assinform evidenzia quattro misure strategiche per potenziare la competitività italiana. Come prima cosa, andrebbe prevista una maggiore partecipazione ai programmi europei, incrementando le sinergie tra pubblico e privato nei progetti Horizon Europe e Digital Europe, con un focus su tecnologie come intelligenza artificiale, cybersicurezza e supercalcolo. In secondo luogo andrebbe facilitato l’accesso alle agevolazioni fiscali per le imprese ICT, incluse le filiali di multinazionali, aumentando aliquote e massimali. Terzo, bisognerebbe creare un modello a rete per la ricerca applicata, coordinando gli investimenti e incentivando la brevettazione in ambito ICT, replicando i successi di altri paesi europei. Quarto punto, il capitale umano: è infatti necessario promuovere la formazione di ricercatori specializzati attraverso dottorati industriali e percorsi ad hoc.

Il futuro delle Tecnologie Quantistiche

La seconda parte del rapporto si concentra sulle Quantum Technologies, destinate a rivoluzionare il digitale. Applicazioni come il Quantum Computing, la Quantum Communication e i Quantum Sensors promettono di trasformare settori chiave come sicurezza informatica, intelligenza artificiale e gestione dei dati.

L’Italia è ancora indietro

Nonostante l’impegno del PNRR, l’Italia è ancora indietro rispetto a Stati Uniti e Cina in termini di investimenti e produttività brevettuale. Per recuperare terreno, il rapporto suggerisce di aumentare gli investimenti pubblici e privati, creare ecosistemi innovativi e promuovere collaborazioni internazionali.

Claudio Bassoli, vicepresidente di Anitec-Assinform, afferma: “Investire nell’ICT e nelle Quantum Technologies non solo rafforzerà la competitività italiana, ma permetterà al nostro Paese di assumere un ruolo di leadership nei mercati emergenti del futuro.”

Lavoro in Italia: nel 2024 un milione di occupati in più rispetto al pre Covid 

Il Rapporto INAPP 2024 fornisce un’analisi approfondita sul mercato del lavoro italiano, evidenziando i cambiamenti in atto e le sfide strutturali legate all’invecchiamento della popolazione e alla trasformazione digitale. Tra i dati positivi, si registra una crescita dell’occupazione del 3,5% tra dicembre 2019 e ottobre 2024, con oltre un milione di nuovi posti di lavoro creati. Il numero complessivo degli occupati ha raggiunto i 24,1 milioni, portando il tasso di occupazione al record del 62,5%.

Nonostante le buone notizie, c’è un divario significativo rispetto agli altri Paesi europei: secondo Eurostat, nel 2023 l’Italia registra un tasso di occupazione inferiore di 8,5 punti percentuali rispetto alla media dei principali 20 Paesi dell’UE, equivalente a circa 3,1 milioni di posti di lavoro mancanti. Le carenze occupazionali si concentrano nei settori legati alla spesa pubblica, come sanità, assistenza, pubblica amministrazione e istruzione, che insieme rappresentano circa il 70% del gap.

Differenze territoriali e generazionali

L’aumento dell’occupazione ha riguardato uomini e donne in maniera equilibrata, con rispettivamente 532mila e 511mila nuovi posti di lavoro. Anche il Sud Italia ha beneficiato di questa crescita.

Resta invece irrisolta la questione giovanile: l’aumento degli occupati ha interessato prevalentemente gli over 50, che oggi rappresentano il 41% della forza lavoro, superando la fascia 35-49 anni. Parallelamente, il tasso di inattività continua a salire.

La sfida delle competenze

Un altro problema evidenziato dal rapporto è la crescente difficoltà delle imprese nel reperire lavoratori qualificati. Nel 2024, il mismatch tra domanda e offerta di lavoro ha raggiunto il 47,8%, un aumento di oltre 22 punti percentuali rispetto al 2019.

Le cause sono molteplici: una riduzione della popolazione in età lavorativa, stimata in calo di 4 milioni di persone entro il 2040, una carenza di competenze adeguate e una scarsa disponibilità dei giovani per i profili richiesti.

Cambiamenti demografici e innovazione tecnologica

Secondo il presidente dell’INAPP, Natale Forlani, i cambiamenti demografici e l’impatto delle tecnologie digitali sulle professioni e sulle organizzazioni del lavoro amplificheranno le difficoltà attuali. L’esodo pensionistico, associato a una limitata presenza di giovani nel mercato del lavoro, richiede un cambio di prospettiva per affrontare le sfide future e garantire la sostenibilità del mercato del lavoro italiano.

Smart working: chi lo sceglie di più?

Lo ha scoperto uno studio della multinazionale delle biotecnologie farmaceutiche Amgen e dell’Università Bicocca di Milano: lo smart working è una modalità organizzativa molto apprezzata tra le donne giovani e senza figli.
In particolare, nella fascia 30-34 anni la scelta dello smart working è tre volte più alta tra chi non è madre pari al 12,6%, rispetto a chi lo è (4,5%).

Ma la situazione si ribalta verso i 45 anni: nella fascia 45-49 anni le smart worker madri superano quelle senza figli, e le curve si invertono.
Questo cambiamento è attribuibile a una maggiore esigenza di flessibilità per conciliare lavoro e famiglia in una fase della vita dove i figli richiedono un supporto più strutturato.

La preoccupazione per la carriera

A partire dai 40 anni, le differenze tra i due gruppi si riducono e le donne con figli ricorrono maggiormente a questa modalità lavorativa rispetto a quelle senza.
Dopo i 50 anni, invece, lo smart working declina e tende a stabilizzarsi. Un quadro, questo, su cui si vede l’impatto della tendenza generale ad avere figli in età sempre più avanzata.

Lo studio Amgen-Bicocca, intitolato ‘Flessibilità sul luogo e l’orario di lavoro: cosa ne pensano lavoratori e lavoratrici?’, fa emergere, per la prima volta, anche le differenze legate alla frequenza di utilizzo dello smart working.
Ad esempio, le donne che lavorano con maggior frequenza da remoto, ovvero, per più del 50% dell’orario lavorativo, mostrano più preoccupazioni per i percorsi di carriera rispetto alle donne che non praticano il lavoro agile, o lo praticano con minore assiduità.

Ambizioni e lavoro agile, una connessione importante

La ragione sembra risiedere nel timore che essere meno ‘in presa diretta’ con le dinamiche lavorative possa fare perdere opportunità in termini di promozioni e mobilità, riferisce Il Sole 24 Ore.

In pratica, le donne senza figli vedono nello smart working un’opportunità per dedicarsi maggiormente alla carriera e alle ambizioni personali, mentre dopo i 50 anni la preferenza per lo smart working diminuisce sia per la minore necessità di flessibilità legata ai figli, sia per un ritorno alla socialità lavorativa e al desiderio di mantenere un contatto più diretto con l’ambiente aziendale.

Un modello di lavoro che riflette i cambiamenti nelle priorità

Le scelte legate allo smart working sono fortemente influenzate da fattori personali e professionali. Se per i giovani adulti senza figli il lavoro agile rappresenta una modalità che favorisce libertà e produttività, per i genitori è uno strumento utile per bilanciare meglio le responsabilità familiari.

Di fatto, l’evoluzione dello smart working riflette i cambiamenti nelle priorità personali e professionali durante le diverse fasi della vita.
Questi dati evidenziano come le aziende possano trarre beneficio da una maggiore flessibilità nelle politiche di lavoro, adattandole alle esigenze specifiche dei propri dipendenti in base all’età, alla famiglia e alle ambizioni di carriera.

L’Intelligenza artificiale nella trasformazione del mercato del lavoro in Europa

In Europa, iniziative recenti, come la Strategia Apply AI e l’Iniziativa AI Factories della Commissione Europea, mirano a velocizzare l’adozione dell’Intelligenza artificiale attraverso i vari settori, migliorando le performance generali. Un report LinkedIn sul futuro della competitività della UE ha evidenziato i benefici che l’AI potrebbe apportare all’economia, ma sottolinea anche le lacune dei cittadini nelle competenze digitali.

Oltre il 40% degli europei, inclusi il 37% dei lavoratori, non possiede nemmeno competenze digitali di base. Nonostante il progresso, l’Europa si trova di fronte a sfide significative, come appunto le lacune nelle competenze digitali, che potrebbero ostacolare la digitalizzazione e lo sfruttamento delle nuove tecnologie.

I talenti crescono del +124%, ma restano una nicchia

Nonostante al 42% degli europei manchino le competenze digitali di base, la ricerca di LinkedIn mostra come l’AI stia già influenzando significativamente il mercato del lavoro in Europa.
Si prevede infatti un aumento della necessità di competenze specializzate per sviluppare e implementare tecnologie AI, con un impatto notevole su diversi settori economici.

Di fatto, la percentuale di talenti AI è cresciuta del 124% dal 2016, ma resta una nicchia che riguarda solo lo 0,41% dei lavoratori. Inoltre, la tecnologia sta ridefinendo i ruoli lavorativi, spostando la domanda di compiti manuali verso attività che richiedono giudizio complesso, creatività e gestione.

Dal rischio automatizzazione all’esigenza di competenze avanzate

E mentre alcuni posti di lavoro sono a rischio di automatizzazione, altri stanno emergendo con nuove esigenze di competenze avanzate legate a questa tecnologia.
Ciò che prima era un semplice ruolo di gestione dati ora può richiedere competenze in machine learning per analizzare e interpretare efficacemente grandi quantità di informazioni. Le competenze AI specifiche sono infatti diventate altamente ricercate. Settori quali finanza, sanità e produzione stanno assistendo a una crescente necessità di professionisti in grado di sviluppare e gestire soluzioni basate su AI. La cui implementazione promette di migliorare la produttività grazie all’automazione di compiti e la riduzione di errori e tempi morti.

Inoltre, può facilitare l’innovazione aprendo nuove vie per la ricerca e lo sviluppo, prima considerate impraticabili a causa di limitazioni di tempo e risorse. Ma nonostante i benefici, la transizione verso un’economia guidata dall’AI presenta diverse sfide.

Come garantire un futuro del lavoro resiliente e inclusivo?

La più urgente riguarda la riconversione e l’aggiornamento delle competenze dell’attuale forza lavoro. pertanto, le politiche di aggiornamento professionale diventano essenziali per formare i lavoratori esistenti. Ma le disparità in termini di accesso alla formazione, se non gestite adeguatamente, aggravano le disuguaglianze sociali ed economiche,.

Per navigare con successo questa transizione, le politiche pubbliche e le strategie aziendali devono concentrarsi su formazione continua, supporto alla ricollocazione e sviluppo di competenze future-proof.
Solo attraverso un impegno congiunto tra governi, industrie e istituzioni educative si può garantire l’accesso generale ai benefici dell’AI, per un futuro del lavoro resiliente e inclusivo.

Italiani e sostenibilità: tutti la vogliono, ma sono ancora troppe le barriere

In Italia resta elevata la soglia di attenzione verso il tema della sostenibilità. Il 55% degli italiani prova a fare del suo meglio per adottare comportamenti idonei, tuttavia, emergono parecchi ostacoli.
Se da un lato chi vorrebbe essere più virtuoso non sa come fare, dall’altro 4 consumatori su 10 trovano sempre più difficile agire in modo sostenibile a causa della crisi economica. Il prezzo elevato è infatti la prima barriera (60%). 

Secondo l’indagine ‘Who cares? Who does? Sustainability’, realizzata da YouGov su un campione di 4.382 famiglie, il 75% degli italiani rientra però nella categoria dei cosiddetti Eco-Actives (23%), coloro che dimostrano maggiore sensibilità su tematiche green e allo stesso tempo cercano di acquistare prodotti sostenibili regolarmente, o degli Eco-Considerers (52%), genericamente preoccupati per l’ambiente non acquistano regolarmente prodotti green.

Il 37% delle famiglie fatica a tradurre l’impegno in azioni concrete

L’interesse di tre italiani su quattro per le tematiche ambientali rappresenta un riscontro senz’altro positivo, soprattutto se rapportato alla media globale (64%), ma i margini di miglioramento sono ancora ampi.
Lo dimostra il 37% delle famiglie fatica a tradurre l’impegno in azioni concrete a causa di problemi sociali e economici.

Inoltre, gli Eco-Actives sottolineano anche deficit prestazionali, mentre gli Eco-Dismissers, il cluster di chi abbandona comportamenti ecologici, considerano troppo impegnativa la ricerca di soluzioni eco-compatibili.
In ogni caso, è il riscaldamento globale il problema più sentito, con il 20% degli italiani che lo include tra le tre principali preoccupazioni ambientali, seguito dall’inquinamento dell’aria (11%), e il problemi relativi all’acqua, come lo spreco, l’inquinamento, la carenza (10%).

Come si trasforma il rapporto tra aziende e consumatori

In generale, due italiani su tre (67%) dimostrano sfiducia nei confronti dell’effettivo valore delle azioni a favore della sostenibilità dei brand, giudicati interessati esclusivamente ai profitti e impegnati solamente a parole.
Le abitudini di consumo si declinano in modo equilibrato a favore di una sostenibilità economica, sociale e ambientale. Gli italiani si indirizzano infatti verso prodotti locali (81%) e di aziende del territorio (79%), mentre grande rilievo viene attribuito al packaging, in particolare, se riciclabile (75%) o ricavato da materiale riciclato (74%).

Il veg non fa ancora breccia nel carrello della spesa

Inoltre, circa un italiano su quattro sarebbe disposto a premiare con la propria scelta chi dona parte della sua spesa in beneficenza (29%), protegge o promuove la biodiversità (26%), riduce gli sprechi nella supply chain (25%), garantisce certificazioni ufficiali (25%), fornisce suggerimenti per ridurre gli sprechi (25%).

Viceversa, la maggioranza relativa di consumatori non prende in considerazione alimenti totalmente vegani (44%) o sostitutivi di carne e latticini (22%), confermando come abitudini alimentari alternative a quelle tradizionali fatichino a fare breccia.
Quanto ai canali di vendita, secondo il 29% degli italiani i retailer favoriscono poco o per nulla uno stile di vita sostenibile.

Life Science: in Lombardia vale il 2,5% del PIL nazionale

In Lombardia il comparto del Life Science si conferma un driver di sviluppo per il sistema sociosanitario regionale, grazie al forte asse pubblico-privato.
Il sistema integrato garantisce un elevato tasso di innovazione sanitaria e competenze di alto profilo, generando un valore aggiunto pari al 12,6% dell’intero Pil regionale e il 2,5% di quello nazionale. Le imprese del settore presenti in Lombardia complessivamente rappresentano un terzo della filiera pharma e medtech nazionale.

Sono alcuni dati emersi dal rapporto ‘La rilevanza della filiera Life Sciences in Lombardia: benchmarking tra regioni italiane ed europee’, realizzato dal Centro studi di Assolombarda in collaborazione con le associazioni di categoria.

La filiera lombarda è uscita rafforzata dalla pandemia

Il valore della produzione in Lombardia nel 2022 raggiunge quasi 85 miliardi di euro, +17,5% rispetto al 2019. Il valore aggiunto sfiora 30 miliardi di euro (+16,4%). Nell’intero Paese la variazione è del +13,8%.

La Lombardia si riafferma anche come hub primario nazionale delle scienze della vita, distinguendosi tra i maggiori player in Europa. Qui, d’altronde, risiede un sesto della popolazione nazionale e si registra il 19% degli addetti, il 26% del valore aggiunto e il 31% del valore della produzione della filiera italiana.
Un confronto che regge anche con le altre regioni continentali rilevanti per insediamenti Life Science, come Cataluña, Baden-Württemberg e Île de France.

I numeri di un sistema vincente

L’industria farmaceutica lombarda spicca per un valore aggiunto per abitante superiore a tutti i benchmark, pari a 695 euro. L’export ammonta a 9,8 miliardi di euro nel 2023 (+28,3% vs 2019). 

Relativamente ai servizi sanitari, il valore aggiunto pro-capite in Lombardia cresce del +9,1% tra il 2019 e il 2022. Sempre nel 2022 il valore della produzione e il valore aggiunto dell’industria lombarda superano rispettivamente 38 e 11 miliardi di euro, +28,7% e +26,8% rispetto al 2019.
Inoltre, in Lombardia, l’industria da sola attiva il 45,2% del valore della produzione e il 37,1% del valore aggiunto dell’intera filiera Life Science regionale.

Imprese industriali driver di salute e attrattori di innovazione per il cittadino

Considerando le 77 maggiori aziende lombarde (con fatturato superiore a 100 milioni), il 66% ha una attività produttiva in regione, il 55% svolge trial clinici, mentre il 39%, ha un centro di ricerca aziendale.
Quanto alla rilevanza strategica dei servizi sanitari e socio-assistenziali, i servizi sanitari rappresentano il 54% del valore aggiunto e il 35% del valore della produzione dell’intera filiera lombarda.

Inoltre, i servizi sanitari lombardi attivano il 18,3% del valore aggiunto nazionale del settore, esprimendo un’incidenza superiore rispetto a quella della popolazione. Questo deriva sia dall’attrattività verso pazienti non residenti sia da una maggiore offerta sanitaria privata.

Valore aggiunto: nel 2023 sul podio 4 regioni del Sud, ma il Nord-Ovest corre di più

Risulta dall’analisi realizzata dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere sul valore aggiunto provinciale: nel 2023 salgono sul podio della classifica provinciale per tassi di incremento registrati quattro realtà del Sud. Non accadeva da oltre vent’anni.

Chieti e Agrigento sono infatti le ‘gazzelle’ d’Italia, con una crescita pari merito del valore aggiunto del +7,85% rispetto al 2022, staccando di pochissimo Caltanissetta e Catania (entrambe +7,83%).
Tuttavia, a fronte di una media nazionale del +6,55% è ancora il Nord-Ovest a correre più veloce (+6,73%) rispetto al Mezzogiorno (+6,59%). 

Sud primo per crescita di industria e PA 

Nel 2023, in valori assoluti, con 62.863 euro a testa Milano si conferma per il 22° anno consecutivo la prima provincia italiana per ricchezza prodotta pro-capite, rincorsa da Bolzano (52.811) e Bologna (43.510).
Sul lato opposto, nonostante il balzo, Agrigento (17.345), relegata all’ultimo posto della graduatoria come nel 2022.

A premiare lo sprint del Sud è soprattutto l’andamento del valore aggiunto prodotto dall’industria e dalla PA. Nell’industria nel 2023 la crescita è del 5,46%, meglio di Nord-Est (+4,66%), Nord-Ovest (+4,13%) e Centro (+3,85%).
Non a caso, 8 province delle prime 10 che mettono a segno le performance migliori sono del Sud, di cui 5 siciliane. 

Salgono poi a 9 le province meridionali che svettano nella top ten del valore aggiunto registrato dal comparto PA e altri servizi. Complessivamente, il Meridione segna +3,24%, seguito da Nord-Ovest (+2,59%), Centro (2,29%), Nord-Est (+2,20%)

La rimonta di Trieste

Se Milano, Bolzano e Bologna si mantengono salde nelle prime tre posizioni Sondrio (31.636 euro a testa nel 2023) e Benevento (20.067) registrano il balzo più consistente, con un recupero di tre posizioni ciascuna.
Sul fronte opposto, ad arretrare maggiormente sono Pordenone, Rimini, Grosseto, Taranto, Crotone, Nuoro.

In vent’anni, però, è Trieste a scalare maggiormente i gradini della classifica, passando dal 39° al 10° posto.
E se Pavia tra il 2003 e il 2023 è la provincia che indietreggia di più (-24 posizioni) colpisce la perdita di ‘smalto’ di Fermo e Prato, prima e seconda provincia italiana per incidenza di addetti nel settore tessile/abbigliamento/cuoio/calzature, che arretrano rispettivamente di 21 e 20 posizioni. 

Uno sviluppo diseguale

Negli ultimi vent’anni sono aumentate le differenze tra le diverse economie locali, mettendo in luce uno sviluppo diseguale anche all’interno delle stesse macroaree e regioni italiane.
Tra il 2003 e il 2023, 65 province su 107 hanno peggiorato il loro valore aggiunto pro-capite rispetto alla media nazionale.

Questo fenomeno paradossalmente colpisce di più il Nord-Ovest, che in vent’anni segna un peggioramento della ricchezza prodotta pro-capite nell’84 % delle province. In pratica, 21 province su 25, tutte quelle piemontesi e 10 lombarde.
Anche al Centro il tema è presente, e riguarda il 68% delle province (15 su 22). Meno complesso appare al Sud, con ‘solo’ la metà delle province in sofferenza (19 su 38), e al Nord-Est, con il 45% delle province, 10 su 22. 

Intelligenza Artificiale: una rivoluzione per l’industria farmaceutica

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il settore farmaceutico, trasformandolo a una velocità senza precedenti. Da strumento futuristico, l’IA è ormai una tecnologia fondamentale per molte aziende, che la utilizzano per innovare nel campo della ricerca e sviluppo, migliorare i processi produttivi e rendere più efficienti le operazioni.

Questa evoluzione emerge dal rapporto “AI: Radiografia di una rivoluzione in corso” della società Minsait (Indra Group), che analizza come l’intelligenza artificiale stia modificando il panorama delle aziende private e delle istituzioni pubbliche.

Applicazioni dell’IA nella farmaceutica

Oggi, oltre la metà delle imprese del settore (55%) utilizza l’IA per progettare nuovi farmaci e servizi, integrando l’innovazione nel ciclo di sviluppo. Un altro 33% impiega questa tecnologia per il monitoraggio delle malattie, mentre il 29% sfrutta l’IA per accelerare i processi di produzione e realizzazione dei farmaci stessi.

Questo utilizzo avanzato testimonia come l’intelligenza artificiale stia diventando una componente strategica, destinata a migliorare la qualità e la velocità del lavoro di ricerca e produzione.

Obiettivi: efficienza e innovazione

Secondo il rapporto, l’obiettivo principale delle organizzazioni è l’eccellenza operativa: il 70% delle aziende vede nell’IA uno strumento per aumentare l’efficienza delle operazioni quotidiane. Per il 34% degli intervistati, l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità per migliorare il processo decisionale, mentre il 31% punta a ottimizzare l’esperienza dei clienti e dei cittadini. L’adozione di soluzioni di IA è quindi ritenuta fondamentale non solo per innovare ma anche per garantire un miglioramento continuo nei rapporti con pazienti e consumatori finali.

Cosa frena l’implementazione dell’IA?

Nonostante i notevoli benefici, l’adozione dell’intelligenza artificiale nel settore farmaceutico presenta alcune sfide. Una delle principali difficoltà è la carenza di professionisti specializzati: il 36% delle aziende individua nella mancanza di competenze una barriera rilevante. Inoltre, il 35% degli intervistati ritiene che il management non sempre abbia una visione strategica chiara sull’adozione dell’IA, il che può rallentare l’implementazione.

Infine, il quadro normativo, che varia a seconda del Paese e del settore, introduce ulteriore incertezza, con il 31% delle aziende che considera la regolamentazione un freno nello sviluppo e applicazione delle tecnologie di intelligenza artificiale.

Cosa accadrà nel prossimo futuro?

Con il continuo avanzamento tecnologico, l’IA ha il potenziale di trasformare ancora di più l’industria farmaceutica. La sfida per le aziende sarà superare le barriere attuali e integrare l’IA in maniera strategica e sostenibile, contribuendo a una nuova era di innovazione e progresso nella tutela della salute.

Incubo burocrazia: alle Pmi costa 80 miliardi l’anno

Per tanti cittadini quando ci si deve interfacciare con la macchina pubblica spesso si scivola in un profondo stato di angoscia. Nell’offerta dei servizi pubblici digitali, la nostra Pubblica Amministrazione è tra le peggiori d’Europa, di conseguenza, i tempi medi per il rilascio di permessi e autorizzazioni sono tra i più elevati. 

Questi disservizi, purtroppo, hanno una ricaduta economica spaventosamente elevata. Elaborando alcuni dati pubblicati dall’OCSE, per le nostre Pmi il costo annuo ascrivibile all’espletamento delle procedure amministrative è di 80 miliardi di euro. Praticamente una tassa nascosta da far tremare i polsi.
A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA.

Espletare le procedure amministrative costa alle imprese 80 miliardi all’anno

Non solo, con un miglioramento della qualità dei servizi pubblici che avanza a passo di lumaca, la cattiva abitudine della nostra PA di richiedere, in particolare alle imprese, dati e documenti che le amministrazioni già possiedono è diventata una prassi consolidata. 

La complessità nell’adempiere alle procedure imposte dalla nostra PA è un problema che in Italia è sentito da 73 imprenditori su 100.
Tra i 20 Paesi dell’Area Euro solo in Slovacchia (78), Grecia (80) e Francia (84) la percentuale che ha denunciato questo problema è superiore al tasso riferito al nostro Paese. La media dell’Eurozona è pari a 57. 

La PA dovrebbe essere un elemento di crescita economica, non un ostacolo

Anche l’Italia può contare su punte di eccellenza della macchina pubblica non riscontrabili nel resto d’Europa, ma mediamente la nostra PA funziona con difficoltà, e in alcune aree del Paese costituisce un freno allo sviluppo.
Di fatto, in virtù del Regional Competitiveness Index (RCI) su 234 territori UE monitorati tra le realtà italiane la prima, la Provincia Autonoma di Trento, si posiziona al 158° posto. 

Secondo uno studio dell’OCSE, l’inefficienza della nostra PA ha ricadute negative sul livello di produttività delle imprese private.
In buona sostanza, dai calcoli dell’Organizzazione emerge che la produttività media del lavoro delle imprese è più elevata nelle zone dove l’Amministrazione pubblica è più efficiente.Ovvero, il Nord Italia.

PA più efficiente, territori più produttivi

Diversamente, dove la giustizia funziona peggio, la sanità è malconcia e le infrastrutture sono insufficienti (prevalentemente nel Sud Italia), anche le imprese private di quelle regioni perdono competitività . 
Dati confermati dall’Institutional Quality Index (IQI), l’indice concepito nel 2014 dall’Università degli Studi di Napoli Federico II che misura la qualità delle istituzioni pubbliche di tutte le realtà territoriali italiane.

Il risultato che emerge consegna un Paese spaccato a metà. La realtà territoriale più virtuosa d’Italia è Trento, seguita da Trieste e Treviso. Fuori dal podio Gorizia, Firenze, Venezia, Pordenone, Mantova, Vicenza e Parma.
Insomma, nei primi 10 posti 8 province appartengono alla macro area del Nord-Est. Il Sud, al contrario, è il fanalino di coda.

Platform Thinking: l’88% delle aziende quotate ha implementato un’iniziativa

Amazon, Spotify, Facebook, Google non sono solo aziende tech della Silicon Valley, ma possono diventare lo strumento per abilitare la trasformazione digitale delle imprese. 
L’88% delle aziende quotate al principale listino italiano ha sviluppato un’iniziativa in qualche modo legata a una piattaforma. Anche se in realtà in molti casi si tratta semplicemente di servizi lineari digitali, senza le caratteristiche che identificano le vere e proprie piattaforme.

Il Platform Thinking è la capacità di utilizzare meccanismi basati su piattaforme per la trasformazione del business di un’azienda di qualsiasi tipo. Una strategia di innovazione che in Italia interessa già 9 imprese su 10 dell’indice FTSE MIB. Emerge dall’Osservatorio Platform Thinking HUB del Politecnico di Milano.

Di 107 progetti solo 23 di classificano come reali piattaforme

Le piattaforme possono essere definite come gruppi di clienti multipli e interdipendenti ed effetti di rete trasversali, per cui la presenza di un gruppo di utenti aumenta il valore della piattaforma di un altro.
Le piattaforme, quindi, non sono solo strumenti per trasformare il business lineare in un modello più efficiente, scalabile e con costi marginali pari quasi a zero. Sono un meccanismo più ampio per rivoluzionare qualsiasi processo.

Il 46% delle aziende dell’indice FTSE MIB, una percentuale comunque significativa, sta sfruttando appieno le opportunità derivanti dal Platform Thinking. Quanto alle iniziative promosse da queste aziende come ‘piattaforme’ si contano 107 progetti, ma di questi solo il 22%, ovvero, 23 progetti, possono essere classificati come reali piattaforme.

Le tre strategie del Platform Thinking

L’Osservatorio ha identificato tre approcci e 18 strategie che le aziende possono mettere in atto per attuare il Platform Thinking.
La prima è quella della piattaforma come nuovo servizio, che può comportare un nuovo approccio al mercato, una ‘scatola degli attrezzi’ per gli sviluppatori, un’espansione dei servizi esistenti o un nuovo servizio, iniziative di sostenibilità o sviluppo di piattaforme attorno a un prodotto.

La seconda strategia riguarda innovare un’attività primaria dell’azienda, con un’estensione dal lato dell’offerta, piattaforme di seconda generazione, estensioni multilaterali, pubblicità avanzata, apertura a complementi esterni o digitalizzazione dei servizi.
Il terzo approccio è la piattaforma per innovare un’attività di supporto, come raccolta di dati per l’innovazione, piattaforme di open innovation, sistemi di gestione della conoscenza, processo di sostegno all’estensione dell’offerta, progetti di sostenibilità interna e piattaforme di training.

“Uno strumento per creare valore reinventando prodotti e processi”

“Le piattaforme sono uno strumento adatto non solo alle startup tecnologiche, ma anche alle aziende di ogni dimensione e settore per creare valore reinventando prodotti e processi aziendali – spiega Daniel Trabucchi, Responsabile Scientifico e Direttore dell’Osservatorio -. La ricerca dimostra come siano molto diffuse e addirittura pervasive anche nelle aziende nel nostro Paese, creando valore e portando efficienza, efficacia e allineamento all’interno. Ma le piattaforme si rivelano alleate anche in alcune grandi sfide della modernità, come quello della sostenibilità, basti pensare a realtà come Vinted o ToGoodToGoo, che stanno facendo molto per abbattere gli sprechi e favorire l’economia circolare”.