Super Ecobonus 110%: ne ha beneficiato solo il 4% degli edifici italiani

Negli ultimi due anni, le misure restrittive imposte per legge hanno ridotto l’impatto negativo del Super Ecobonus 110% sui conti pubblici. Tuttavia, la Cgia di Mestre sottolinea che, dall’introduzione di questa agevolazione fino al 31 agosto scorso, gli oneri complessivi a carico dello Stato hanno raggiunto quasi i 123 miliardi di euro.

Circa 500.000 immobili hanno beneficiato del Superbonus, ma considerando che in Italia gli edifici residenziali sono circa 12,2 milioni, l’agevolazione ha interessato solo il 4% del totale.

Un investimento eccessivamente gravoso

Secondo la Cgia, l’investimento effettuato per migliorare l’efficienza energetica di un numero così ridotto di abitazioni è motivo di preoccupazione. La Confederazione degli artigiani mette in evidenza che, in un momento così delicato, la spesa di oltre 6 punti di PIL per efficientare solo una minima parte delle abitazioni suscita giustamente indignazione.

Nonostante l’intento di incentivare il risparmio energetico, l’iniziativa sembra aver beneficiato principalmente i proprietari di immobili con redditi più elevati, trascurando le famiglie a basso reddito che abitano in case spesso in cattivo stato.

Risultati ambientali non sostenibili

Le critiche non si fermano qui. Anche se il Superbonus è stato concepito per ridurre le emissioni inquinanti, le evidenze attuali suggeriscono che i risultati ottenuti siano modesti. Secondo la Banca d’Italia, i benefici ambientali del Superbonus potrebbero compensare i costi finanziari sostenuti in un periodo di quasi 40 anni.

Alcuni esperti internazionali affermano che sarebbe stato possibile ottenere una riduzione maggiore delle emissioni incentivando l’elettrificazione dei sistemi di riscaldamento e cucina, piuttosto che continuare a fare affidamento su fonti fossili.

Le alternative più utili socialmente

Coloro che difendono il provvedimento sostengono che non si debba considerare solo la spesa, ma anche gli effetti economici positivi generati. Tuttavia, la Cgia ribatte che se invece di focalizzarsi sulla ristrutturazione di abitazioni private si fosse investito in progetti di demolizione e ricostruzione di alloggi pubblici, i risultati economici e sociali sarebbero stati simili.

Con 123 miliardi di euro, si sarebbero potuti costruire 1,2 milioni di alloggi pubblici, con un impatto sociale ben più significativo.

Situazione regionale e costi medi

Fino al 31 agosto, gli interventi effettuati grazie al Superbonus ammontano a quasi 500.000 unità, rappresentando solo il 4,1% degli edifici residenziali in Italia. A livello regionale, il Veneto si distingue per il maggior numero di richieste, ma molte regioni del Mezzogiorno mostrano un tasso di adesione molto basso.

Infine, il costo medio per intervento è di circa 247.800 euro, con punte significative in alcune regioni come la Valle d’Aosta, dove il costo per immobile supera i 400.000 euro.

Casa: affitti più cari del mutuo, ma per comprare servono troppi soldi

Secondo il portale idealista.it il canone mensile per un appartamento con due camere da letto è del 75% più caro della rata del mutuo necessaria per acquistare la stessa casa. Ma per comprare occorre avere a disposizione un acconto di almeno 42.703 euro.

L’affitto medio mensile per una casa di questa tipologia è 904 euro, la rata del mutuo si aggira intorno a 516 euro. Milano registra il prezzo di affitto più alto per appartamenti con due stanze da letto, con una media di 1.825 euro al mese. All’estremo opposto, Caltanissetta, dove ne bastano 418.
Anche per quanto riguarda le rate dei mutui Milano guida la classifica, con una rata media di 1.500 euro mensili, mentre le rate più economiche si trovano a Biella (178 euro).

Divario più significativo a Torino

Nella maggior parte dei casi, la differenza tra affitto e mutuo è minore a livello di capoluoghi. Tuttavia, in otto capoluoghi lo scarto tra rata e canone è più del doppio, con Messina (154%) in testa davanti a Genova (116%) e Catania (111%).

Tra i grandi mercati, Torino registra il divario più significativo, con una differenza del 74%, seguita da Napoli (48%) e Roma (43%). Al contrario, Pesaro (-5%), Bolzano (-9%), Rimini e Trento (entrambe -12%) sono le uniche città dove l’affitto è più basso della rata del mutuo.
A livello provinciale le discrepanze sono ancora più pronunciate. In 22 province l’affitto costa almeno il doppio della rata, con la provincia di Aosta che registra una differenza del 170%.

A Milano servono oltre 124.000 euro per l’acconto del mutuo

Per ottenere un finanziamento ipotecario è fondamentale avere risparmi sufficienti a coprire l’acconto, che solitamente corrisponde al 20% del valore dell’immobile, oltre alle spese accessorie legate all’acquisto, che ammontano a circa il 10%.
In totale, quindi, per accedere a un mutuo è necessario disporre di circa il 30% del valore dell’immobile.

Milano si distingue come la città dove è richiesto il maggior capitale iniziale, con una media di 124.191 euro, seguita da Bolzano (109.363) e Venezia (96.820).
Biella, invece, è il capoluogo dove si richiede il minore ammontare di risparmi (14.727), seguita da Ragusa (17.174) e Caltanissetta (17.321).

Una casa di proprietà per molti è una chimera

“Lo studio mette in luce la complessa situazione delle famiglie in relazione all’accesso alla proprietà della casa – commenta Per Vincenzo De Tommaso, portavoce di idealista -. In quasi tutti i mercati le famiglie potrebbero pagare più facilmente la rata del mutuo che l’affitto mensile, ma in molti casi non possono fare il salto perché mancano dei risparmi necessari. Purtroppo, i prezzi elevati degli affitti impediscono di generare i risparmi necessari per poter acquistare una casa e accedere a una situazione di maggiore stabilità e sollievo finanziario. Poiché non è realistico aspettarsi un allentamento dei criteri di rischio da parte del sistema finanziario, l’unica soluzione praticabile sembra l’adozione di misure che aumentino significativamente l’offerta di case in affitto”.

Smartphone: è vero che ci “spia”?

È vero che i cellulari ‘ascoltano’ le nostre conversazioni al fine di personalizzare gli annunci pubblicitari? Capita, infatti, di parlare al telefono di un argomento con qualcuno e poco dopo vedere apparire sui social annunci pubblicitari proprio su quel tema.
Ma cosa c’è dietro questo fenomeno?

“Ogni giorno, senza rendercene conto, condividiamo e consumiamo enormi quantità di dati online, e questo scambio tra dispositivi avviene costantemente in background – dichiara Cesare D’Angelo, General Manager Italy & Mediterranean di Kaspersky -. Tuttavia, prestiamo attenzione solo quando l’argomento è molto specifico o personale, come un viaggio in una destinazione insolita o un prodotto particolare.  In questi casi, sembra che il nostro smartphone abbia ascoltato le nostre conversazioni, ma in realtà si tratta semplicemente di un sofisticato sistema di tracciamento e analisi delle nostre attività digitali”.

Come funziona il tracciamento delle abitudini online

Secondo Kaspersky, l’idea che i nostri smartphone ci ascoltino è dovuta a due fattori: il tracciamento delle abitudini online e lo scambio di informazioni tra dispositivi vicini.
Quando si naviga su Internet, ogni sito visitato, prodotto cercato, recensione scritta e contenuto preferito sui social, nonché la posizione registrata tramite il GPS del dispositivo, vengono tracciati. Queste informazioni consentono alle aziende di conoscere meglio i nostri interessi e le nostre preferenze, così da proporre suggerimenti personalizzati.

Ad esempio, se si cercano sentieri escursionistici, non sarà insolito vedere annunci pubblicitari di viaggi in destinazioni popolari per l’escursionismo, anche se non si è cercata specificamente quella destinazione.

Il proximity data sharing

Il motivo per cui i cellulari ascoltano le nostre conversazioni è la loro capacità di condividere preferenze tra dispositivi vicini.
Nota come ‘proximity data sharing’, questa funzione consente lo scambio di informazioni tra device sulle abitudini di acquisto, migliorando così la personalizzazione delle offerte online.

È importante notare che questi scambi di dati non sono associati a persone specifiche, ma al dispositivo o all’IP collegato, quindi, tecnicamente, ciò che viene condiviso sono metadati, che non consentono l’identificazione dell’utente.
Ma per evitare che le nostre preferenze possano essere tracciate e proteggere la nostra privacy, Kaspersky consiglia alcuni semplici passi.

I consigli per proteggere la privacy

Anzitutto controllare le autorizzazioni delle app, verificando quali hanno accesso ai dati sensibili e disattivando le funzionalità considerate invasive. Come, ad esempio, cronologia di navigazione o abitudini di consumo. Oppure, utilizzare la modalità in incognito, che permette di nascondere semplicemente la cronologia di navigazione e non memorizzare le informazioni sulle pagine visitate, i cookie, le password e così via.

Bloccare i web tracker utilizzando programmi ed estensioni speciali che impediscono il tracciamento delle attività online, anche sui social, e forniscono un elenco di tutti i tracker bloccati per impostazione predefinita.
E per chi si connette a reti Wi-Fi pubbliche o poco sicure, usare una VPN affidabile protegge i dati personali da occhi indiscreti, riducendo significativamente i rischi di essere tracciati.

Transizione digitale, perchè in Italia è a rischio rallentamento? 

La trasformazione digitale delle imprese italiane è a rischio di rallentamento a causa della crescente difficoltà nel trovare personale qualificato. Secondo un’indagine condotta da Confartigianato, le aziende italiane hanno bisogno di circa 699mila lavoratori con competenze digitali avanzate, ma attualmente non riescono a coprire oltre la metà delle posizioni richieste (51,8%).

In particolare, mancano all’appello circa 362mila professionisti in grado di gestire tecnologie come l’intelligenza artificiale, il cloud computing, l’Internet of Things (IoT) industriale, la data analytics, i big data, la realtà virtuale e aumentata e la blockchain.

La rilevazione di Confartigianato

L’indagine di Confartigianato ha suscitato un notevole interesse mediatico. Il 21 agosto, i principali quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, Il Giornale, Libero e Il Messaggero, hanno dedicato ampio spazio alla questione.

Anche numerosi portali di informazione, come IlSole24ore.com, hanno trattato l’argomento in modo approfondito. Sul fronte televisivo, diversi telegiornali hanno trasmesso servizi sulla carenza di personale qualificato, tra cui Tg5, Tgcom24, Tg1 e Tg2. Inoltre, il 22 agosto, il presidente di Confartigianato, Marco Granelli, ha rilasciato un’intervista approfondita a Tgcom24.

Regioni e province in cui il personale manca di più 

Confartigianato ha stilato una classifica delle regioni e province italiane in cui la mancanza di personale con competenze digitali è più acuta. A livello regionale, il Trentino-Alto Adige è in cima alla lista, con il 65,8% delle posizioni vacanti, seguito da Friuli-Venezia Giulia (62,6%) e Umbria (60,3%). Anche regioni come Marche, Veneto ed Emilia-Romagna presentano percentuali di posti non coperti superiori alla media nazionale.

A livello provinciale, Bolzano risulta essere la provincia con la maggiore difficoltà nel trovare personale qualificato, con il 69,2% delle posizioni vacanti, seguita da Trieste, Terni e Udine. Altre province che affrontano sfide significative includono Lucca, Lodi, Gorizia e Trento.

Imprese, le strategie per trovare i talenti 

Per far fronte alla carenza di lavoratori qualificati, le imprese italiane stanno adottando diverse strategie. Secondo il rapporto di Confartigianato, il 32,6% dei piccoli imprenditori ha aumentato i salari, il 28,5% ha introdotto una maggiore flessibilità negli orari di lavoro e il 24,9% ha rafforzato la collaborazione con le scuole tecniche e professionali.
Questo è fondamentale, poiché il 72% dei lavoratori richiesti dalle piccole imprese necessita di un titolo tecnico secondario o di una laurea in discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica).

Serve una politica per la formazione 

Il presidente di Confartigianato, Marco Granelli, ha sottolineato l’importanza di sviluppare una politica formativa efficace e di promuovere un dialogo più stretto tra scuola, istruzione professionale e imprese per colmare il gap di competenze digitali.

Regione Lombardia, le mosse tech per far incontrare aziende e giovani 

In Lombardia, la disoccupazione e la percentuale di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) sono in calo, più che nel resto d’Italia. Anche la dispersione scolastica è diminuita dopo gli anni della pandemia, quando la didattica a distanza (Dad) ha allontanato molti ragazzi dalle aule.

Tuttavia, rimane un problema: le competenze dei giovani non sono sempre allineate alle esigenze del mondo del lavoro. Questo fenomeno, noto come mismatch, è al centro degli sforzi della Regione Lombardia per trovare soluzioni efficaci.

Arriva la web app LabLab

Per combattere il mismatch, Regione Lombardia ha lanciato ‘LabLab’, una web app che mette in contatto diretto gli studenti degli ultimi due anni delle scuole superiori con le aziende. “Ogni anno aumentano il numero di fiere ed eventi per colmare il gap tra domanda e offerta di lavoro, ma il mismatch sembra non smettere di aumentare”, afferma Simona Tironi, assessore a Istruzione, Formazione e Lavoro.

Secondo il rapporto di Unioncamere ‘Previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine (2024-2028)’, riferisce Adnkronos, per il 2023 in Italia ben il 45% delle assunzioni ha riscontrato difficoltà nel reperire personale.

Una piccola rivoluzione per l’orientamento

“Eravamo stufi di tanti progetti dedicati all’orientamento che poco dopo svanivano nel nulla”, racconta Tironi. “Ci siamo detti che serviva un’azione di sistema forte e globale, partendo ‘dalla fonte’, portando gli studenti nel punto più vicino possibile a dove si produce, affinché si chiedano ‘Questo potrebbe piacermi?'” Da qui l’idea di dar vita a “una piccola rivoluzione”: da ottobre, gli studenti potranno visitare le aziende come se fosse un colloquio di lavoro di un giorno intero, una giornata dedicata al singolo studente.

Come funziona la piattaforma

Sulla piattaforma LabLab, gli studenti possono visitare i profili delle aziende, scegliere quella di maggiore interesse e prenotare una ‘Job Experience’ in base alle disponibilità di date e orari fornite dalle aziende. Perché questa “grande operazione di sistema” funzioni, è essenziale che le aziende si registrino su LabLab. “Le aziende devono crederci e sapere che essere presenti oggi su questa piattaforma significa prendere al volo un’opportunità”, sostiene Tironi.

Adesione delle aziende e aspettative per il futuro

Un richiamo che ha già raggiunto centinaia di aziende, registratesi nei primi giorni dall’apertura della web app. “Se le aziende lombarde aderiranno in massa, sarà una rivoluzione. Potremmo contagiare il resto del Paese”, afferma Tironi. “Voglio vedere tante aziende aperte ad accogliere i ragazzi e i loro genitori per spiegare loro che cosa sta accadendo e quale futuro avremo nel mercato del lavoro”.

LabLab rappresenta un passo avanti significativo per allineare le competenze dei giovani alle esigenze del mercato del lavoro, offrendo loro esperienze concrete e dirette nel mondo produttivo.

e-commerce: come rispettare la Direttiva Omnibus e il decreto 70/2003?

Fornire informazioni generali sul merchant in modo chiaro e comprensibile è il primo obbligo informativo precontrattuale per chiunque voglia vendere online.

Si tratta di un requisito normativo, stabilito dal D.lgs. 70/2003 e richiamato dall’art. 49 comma 1, lett. b) e c) del Codice del Consumo, che impone alla società o al professionista di fornire il nome, la denominazione o la ragione sociale, l’indirizzo geografico del domicilio o della sede legale, i recapiti di contatto, oltre a il numero di partita IVA, il numero di iscrizione REA o al registro imprese, eventuali dati di iscrizione in un pubblico registro, eventuali autorizzazioni, concessioni o licenze rilasciate da autorità, ed eventuali dati di iscrizione a ordini professionali.

Le informazioni generali sul venditore devono essere facilmente accessibili sul sito

Come spiega Netcomm, punto di riferimento in materia di e-commerce e retail digitale nel panorama nazionale e internazionale, tali informazioni svolgono una precisa funzione, quella di identificare la parte contrattuale, ovvero il venditore, con cui il consumatore andrà a stipulare il contratto di compravendita a distanza.

Per questo motivo, le informazioni devono essere sempre facilmente accessibili e costantemente aggiornate dal professionista.
Queste informazioni devono essere collocate nel footer del sito o nelle Condizioni Generali di Vendita per garantire la loro accessibilità

Un’attenzione particolare merita l’informazione sui contatti

Con il recepimento della Direttiva UE 2019/2161, c.d. Direttiva Omnibus, a opera del D.lgs. n. 26 del 2023, ora viene richiesto all’art. 49 comma 1, lett. c) del Codice del Consumo che il professionista indichi il numero di telefono e l’e-mail, così da consentire al consumatore di contattarlo rapidamente e di comunicare efficacemente con lui.

Non solo. Se il merchant utilizza altri mezzi di contatto con il consumatore è tenuto a garantire la conservazione dei messaggi su un supporto durevole, con indicazione di data e ora di ricezione e invio.
Inoltre, il professionista deve fornire anche le informazioni relative sull’utilizzo di tale altro mezzo.

Il modulo telematico di contatto e assistenza

Un esempio comune è il modulo telematico di assistenza e contatto, sempre più diffuso tra i siti di e-commerce.
Tramite questo strumento di contatto, l’utente-consumatore, dopo aver inserito i propri dati e la descrizione della richiesta, trasmette la comunicazione (previo rilascio del consenso sul trattamento dei dati) e riceve una conferma di ricezione con data e ora via e-mail, assicurando così la conservazione del messaggio.

Un altro strumento spesso presente sui portali e-commerce è la chat. Anche in questo caso, una volta terminata la conversazione con il cliente, il sito dovrebbe consentire di conservare lo scambio di messaggi (ad esempio, tramite un tasto di ‘salva la chat’), sia che si sia svolto interamente con un sistema automatizzato, oppure anche con l’intervento di un operatore fisico.

Saldi: sì allo sconto, no alle fregature. Come fare?

Tempo di saldi estivi: come acquistare capi scontati evitando le fregature? Basta seguire i consigli di Altroconsumo, che ha condiviso un vademecum per fare acquisti, fisici e online, a prezzi scontati e al riparo dalle brutte sorprese.
Per prima cosa, fare un giro tra i negozi qualche giorno prima della data di inizio dei saldi. Ciò permette di capire cosa acquistare, ed essere sicuri che al momento del saldo merce e prezzo siano stati veramente scontati.

Per acquistare capi di abbigliamento davvero convenienti, che siano scarpe, intimo, o i ‘must have’ della stagione, è bene non farsi prendere dalla frenesia del momento, e fare attenzione ad alcune semplici regole.

Prova in camerino: fondamentale per verificare la vestibilità

Si devono sempre provare i capi da acquistare. Nonostante i negozianti non siano obbligati a permettere la prova, è sempre meglio verificare la vestibilità.
Un altro punto fondamentale riguarda le etichette. È bene evitare di acquistare capi d’abbigliamento privi di etichette di composizione e manutenzione. Queste informazioni sono cruciali per sapere come trattare il tessuto, sia per la pulizia a secco sia per il lavaggio in acqua, evitando così di danneggiare il capo.

E bisogna tenere conto del fatto che il cambio dei prodotti non difettati è a discrezione del negoziante. Prima di acquistare, bisogna quindi informarsi sulle politiche di reso e di garanzia. Infatti, anche i prodotti in saldo sono soggetti a specifiche politiche di garanzia.

Attenzione al prezzo “giusto”!

Per evitare confusione e acquisti non desiderati, la merce in saldo deve essere esposta separatamente da quella non scontata.
Se questa regola non viene rispettata, il consumatore può segnalare l’irregolarità alla polizia municipale.

Per assicurarsi di acquistare capi realmente scontati, inoltre, è bene fare attenzione a come vengano applicate le giuste regole su prezzi e modalità di pagamento.
I prezzi esposti vincolano il venditore: se alla cassa viene praticato un prezzo o uno sconto diverso da quello indicato, è opportuno segnalarlo al negoziante e non esitare, in caso di problemi, a far intervenire la polizia municipale.

Pagamenti: multe ai negozianti che non accettano quelli digitali

Ricordarsi poi che dal 2022 chi non accetta pagamenti con bancomat e carte di credito può essere sanzionato con 30 euro di multa a cui si aggiunge una quota pari al 4% del valore della transazione rifiutata. Il negoziante è quindi tenuto ad accettare i pagamenti digitali anche in periodo di saldi.

Non è poi possibile aumentare prezzi per pagamenti effettuati con carta, e non possono essere applicate commissioni aggiuntive.

Barometro del rischio: nel 2024 prevista crescita mondiale a +2,5%

È quanto emerge dal Barometro Rischio paese e settoriale di giugno 2024 di Coface: la previsione di crescita mondiale per il 2024 è rivista al rialzo al 2,5%, con una stabilizzazione attesa al 2,7% nel 2025.
Il Barometro di Coface ha rivisto le valutazioni di 5 paesi, con 4 riclassificazioni in positivo e 1 declassamento, e 26 settori, di cui 20 riclassificazioni in positivo e 6 declassamenti.

Nonostante in tutto il mondo persistano rischi economici, sociali e politici, il 2024 è iniziato meglio rispetto ai due esercizi precedenti, segnati dai disordini della pandemia, l’invasione dell’Ucraina e la crisi bancaria negli Stati Uniti.
Tuttavia, il primo trimestre 2024 ha registrato un rallentamento dell’attività negli Stati Uniti. Ma la crescita moderata di Stati Uniti e Cina dovrebbe essere compensata dall’accelerazione di numerosi paesi emergenti.

Europa uscita dalla recessione?

“Nel primo trimestre 2024, l’Europa, con una crescita del PIL dello 0,3% e un’attività in ripresa grazie al settore dei servizi, sembra essere uscita dalla recessione – si legge nel rapporto -. Il rallentamento della disinflazione negli Stati Uniti conferma che la fase finale della lotta all’inflazione è in effetti la più difficile. La causa è da imputare ai prezzi dei servizi, e soprattutto a quelli degli alloggi, che rimangono elevati. In Europa, l’inflazione ha registrato un rialzo al 2,6% nel mese di maggio, dopo essere scesa al 2,4% in aprile – continua il rapporto -. Il probabile aumento dei salari dovrebbe stimolare i consumi, ma determinerà un rallentamento della disinflazione. L’ulteriore contenimento dell’inflazione intorno al 2% potrà avvenire solo a costo di un deterioramento del mercato del lavoro o dei margini operativi delle imprese, con il rischio di un ulteriore incremento delle insolvenze”.

Sud-est asiatico e Africa accelerano

Le ultime proiezioni delle autorità monetarie degli Stati Uniti confermano che i tagli dei tassi dovranno attendere la fine dell’estate, o addirittura dell’anno.
A fronte del rinvio della Fed, i paesi emergenti dovranno rallentare o ritardare il ciclo di riduzione dei tassi per evitare una risalita dell’inflazione attraverso le importazioni.

Malgrado tale rinvio, numerose regioni assisteranno a una dinamica positiva, come alcuni paesi del sud-est asiatico (Vietnam e Filippine. India), e l’Africa, con una accelerazione in tutte le principali economie: Nigeria, Egitto, Algeria, Etiopia, Marocco, e in misura minore, Sudafrica.

L’inflazione rallenta, l’economia è in ripresa

“Dopo due anni in cui lo scenario economico internazionale si è trovato a fronteggiare sfide economiche e geopolitiche significative, all’inizio del 2024 l’economia mondiale sembra riprendersi, grazie a un complessivo rallentamento dell’inflazione – commenta Ernesto De Martinis, ceo di Coface in Italia e Head of Strategy Regione Mediterraneo & Africa, come riporta Adnkronos -. In questo scenario, se le economie strategiche di Stati Uniti e Cina faticano a raggiungere l’andamento registrato prima della pandemia, si prevede comunque una crescita mondiale complessiva, in cui un ruolo importante è giocato dai Paesi emergenti e dall’accelerazione che si registra nelle loro economie”.

Climate change: perché gli studenti sono preoccupati per il Pianeta e lo spreco alimentare?

In Italia, il 76% degli studenti è preoccupato per il futuro del pianeta, e oltre 2 studenti su 3 pensano che lo spreco di cibo sia il fenomeno che incide maggiormente in modo negativo sull’ambiente (70%).

È uno dei dati emersi dal sondaggio condotto da Too Good To Go in collaborazione con ISIC – la Carta d’Identità Internazionale degli Studenti in Italia, Francia, Spagna e Portogallo.
Il cambiamento climatico è sempre più visibile, e il costante aumento del costo della vita sono temi fondamentali per italiani ed europei. L’eco-ansia, ovvero la sensazione di disagio e paura che si prova al pensiero di possibili disastri legati ai cambiamenti ambientali, colpisce sempre più giovani. Ridurre gli sprechi, per loro, è quindi la prima soluzione per contrastare il cambiamento climatico (78%). 

La necessità di ridurre il proprio impatto sull’ambiente

La consapevolezza di dover ridurre gli sprechi si traduce nelle scelte di consumo quotidiane, influenzate anche dal caro vita. Dai giovani, lo spreco alimentare come causa del climate change è considerato secondo solo all’uso della plastica (74%) e lo spreco di acqua (60%) e primo nella categoria di spreco di risorse ambientali.

Una consapevolezza in linea con i dati espressi dall’Eurobarometro, secondo il quale circa tre quarti dei giovani (76%) affermano di provare ad adattare il proprio stile di vita per ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente.

Fiducia nell’intervento delle istituzioni europee

L’importanza di azioni e interventi legislativi da mettere in pratica per arginare il problema è molto sentita tra i più giovani. Più di un intervistato italiano su 2 (56%), dichiara di aver fiducia nelle istituzioni europee. Un sentiment di fiducia positivo, inferiore rispetto a quanto registrato in Francia (70%) e Spagna (80%).

Tra gli accorgimenti individuali per ridurre gli sprechi, oltre all’utilizzo di app antispreco, gli studenti italiani indicano la pianificazione dei pasti e un’accurata lista della spesa. E tra le spese ridotte a causa dell’aumento dei prezzi, cenare fuori (98%) e ordinare i pasti a domicilio (53%). 

Pianificare i pasti e prestare attenzione alla spesa 

Insieme alle ridotte spese relative al cibo, emerge anche una maggiore attenzione alla sostenibilità. Nove studenti su 10 sprecano meno del 10% del cibo che acquistano, e il 59% ne spreca meno del 5%.

Queste basse percentuali sono spiegate anche dalla maggiore attenzione che gli studenti dedicano alla pianificazione dei pasti (41%) o alla lista della spesa (54%), in aggiunta a soluzioni che aiutano ad acquistare cibo in maniera più sostenibile e attenta grazie a soluzioni antispreco.
Nonostante questi accorgimenti, circa la metà (47%) avrebbe però bisogno di un ulteriore budget mensile, quantificato in almeno 100 euro per poter mangiare bene e correttamente.

Commercio al dettaglio: più consegne meno negozi. In tre mesi sparite quasi 10.000 vetrine

Le vetrine continuano a spostarsi dalla strada alla rete: nei primi tre mesi del 2024 sono scomparsi quasi diecimila negozi (9.828), per una media di oltre quattro in meno ogni ora. A contempo, a questo crollo corrisponde la crescita inarrestabile degli acquisti online, che secondo le stime di Confesercenti, lieviteranno del +13% nel corso del 2024.

Con la migrazione degli acquisti verso le piattaforme internazionali di e-commerce, che spesso pagano le imposte in altri paesi, migra anche il gettito fiscale generato dai negozi.
Lo scambio tra vetrine e pacchi non è infatti alla pari per l’economia dei territori.

Più chiusure e sempre meno aperture 

A pesare sono le chiusure, 17.243 tra gennaio e marzo, ma soprattutto la frenata della natalità delle imprese.
Le aperture di nuove attività continuano infatti a diminuire, e nel primo trimestre di quest’anno sono state solo 7.415. Dieci anni fa erano più del doppio. Colpa delle difficoltà per le neoimprese di affrontare un mercato sempre più dominato da grandi gruppi e giganti dell’online.

La desertificazione delle attività commerciali colpisce tutto il territorio nazionale, anche se a registrare i saldi peggiori sono le regioni con un tessuto commerciale più sviluppato. In termini assoluti, a subire la perdita più rilevante di imprese è la Campania, con un saldo negativo di -1.225 attività commerciali nel trimestre, seguita da Lombardia (-1.154) e Lazio (-1.063).

Calano i punti vendita di prossimità

Rispetto al 2012, tra chiusure e mancate aperture, il numero di negozi di vicinato al servizio della comunità è calato del -14,3% circa. In media, ci sono 12 imprese ogni mille abitanti.

Se le vetrine scompaiono, e con loro il servizio sul territorio per i cittadini, le consegne di acquisti online, invece, fanno boom. In poco più dieci anni le consegne sono cresciute di quasi dieci volte: erano 75milioni circa nel 2013, quest’anno dovrebbero arrivare a 734 milioni a livello nazionale, di cui oltre un terzo nelle tre regioni più interessate, Lombardia (124 milioni di consegne), Lazio (71 milioni circa), Campania (69,6 milioni).

In dieci anni il fisco ha perso oltre 5 miliardi di entrate

Dal 2014 a oggi il tessuto commerciale italiano ha perso oltre 92mila imprese, e con loro, l’Irpef, la tari, e gli altri tributi pagati dai negozi.
In media, la desertificazione commerciale ha portato a una perdita cumulata di 5,2 miliardi di euro di tasse negli ultimi dieci anni. A perderci, fisco centrale ed enti locali.

Del gettito sfumato, il 17,4% (910 milioni) sarebbe stato di IMU, il 12,6% (660 milioni) di TARI, il 42,7% (2,24 miliardi) di Irpef, a cui si aggiungono 223 milioni (4,3%) di addizionale regionale e comunale Irpef, 700 milioni di euro di Irap (il 13,4%) e 510 milioni di euro di altri tributi comunali (9,7% del totale).