Retail: crescono gli investimenti sul digitale (4,7%), incidenza del canale online sale al 13% 

Nel 2025 gli acquisti e-commerce B2c raggiungono 62,3 miliardi di euro, +7% rispetto al 2024, per un’incidenza del canale online sui consumi totali salita al 13% (12% nel 2024).
Il valore complessivo degli acquisti di prodotto tocca invece 40 miliardi (+5%), con Beauty&Pharma (+10%) e Food&Grocery (+7%) i comparti più dinamici.

Abbigliamento e Arredamento (entrambi +5%) crescono in linea con la media di mercato, seguiti da Informatica/elettronica di consumo ed Editoria (+4%) e Auto e ricambi (+1%).
L’e-commerce di servizi vale invece 22,3 miliardi (+9%), trainato dai comparti merceologici aggregati nella voce Altri servizi (+12%), soprattutto Ticketing per eventi e Turismo e Trasporti (+8%) e Assicurazioni (+10%).
Quanto agli investimenti, i retailer destinano il 4,7% (3,2% nel 2024) del fatturato totale al digitale.

 L’AI si conferma una delle principali leve di innovazione

A quanto emerge dalla Ricerca degli Osservatori eCommerce B2c e Innovazione Digitale nel Retail del Politecnico di Milano, sempre nel 2025, il 46% dei top player ha integrato in modo strutturato l’AI tradizionale nei processi aziendali. Più sperimentale, ma diffusa, l’adozione dell’AI generativa, con il 76% dei retailer che ha avviato almeno un progetto pilota.
Gli obiettivi, in questo caso, spaziano dalla produzione istantanea di schede prodotto al supporto avanzato nel Customer Service.

Cresce inoltre l’attenzione verso la valorizzazione dei dati. L’89% dei retailer ha potenziato i sistemi di raccolta e analisi per attivare esperienze personalizzate, investendo in soluzioni di Business Intelligence Analytics (78%), Customer Relationship Management (67%) e Customer Data Platform (52%).

Revisione della customer experience e nuovi formati di vendita

Le priorità strategiche dei retailer italiani per superare le preoccupazioni di contesto sono interventi di contenimento dei costi (indicati dal 57% dei top retailer) e revisione della customer experience (38%).
Sul fronte dell’infrastruttura commerciale, prosegue la razionalizzazione della rete fisica.

A fine 2024 si contavano 539.789 esercizi commerciali (-2,8% vs 2023).
Editoria (-5%), Abbigliamento (-3,8%), Arredamento (-3,2%) i settori più colpiti. Continua però l’impegno per migliorare l’esperienza di acquisto in store. Il 46% dei retailer punta su sistemi di self check-out, il 29% sul self-scanning e l’83% utilizza strumenti di digital-couponing e loyalty.
Ma l’innovazione non è solo sul piano transazionale. Si investe in nuovi formati di vendita attraverso l’apertura e il potenziamento di negozi di prossimità (24%) e store esperienziali (19%).

Integrare il carrello online con quello offline

Oltre agli store esperienziali, progettati per creare un legame profondo con il brand, stimolare l’interazione diretta attraverso touchpoint digitali/fisici e sviluppare un senso di community, i retailer implementano soluzioni innovative in grado di ottimizzare l’interazione brand-consumatore. Tra queste, chioschi digitali (46%) e soluzioni di sales force automation (29%), che supportano il personale front-end nell’erogazione di servizi a valore aggiunto per il cliente.

Il digitale però abilita anche l’implementazione di modelli di continuità fisico-digitale.
Un esempio è rappresentato dalle app con funzionalità in store (50%), per integrare il carrello online con quello offline.

AI, in un anno raddoppia tra le imprese con più di 10 addetti

Nel 2025, il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di AI, segnando un significativo incremento rispetto all’8,2% del 2024 e al 5,0% del 2023.
A quanto emerge da dati Istat, le imprese di maggiori dimensioni registrano una crescita più marcata in termini assoluti, dal 32,5% del 2024 al 53,1%, ampliando il divario rispetto alle Pmi, il cui utilizzo comunque raddoppia, passando dal 7,7% al 15,7%.

Le differenze più marcate si riscontrano nelle attività che richiedono competenze specialistiche avanzate, come l’analisi dei dati (41,9% Pmi, 83,6% grandi imprese) e quelle legate alla complessità organizzativa e dimensionale, come per l’utilizzo di software gestionali ERP (48,8%, 85,9%) e CRM (21,1%, 56,5% grandi imprese).

Gli obiettivi del Decennio Digitale

Tra gli obiettivi europei del ‘Decennio Digitale’, uno dei più importanti è portare entro il 2030 il 90% delle Pmi a un livello base di digitalizzazione.
Per l’Italia il grado di raggiungimento dell’obiettivo passa dal 68,1% nel 2023 e all’88,3% nel 2025, lasciando cinque anni per coprire i restanti 11,7%.
Altri tre obiettivi riguardano l’adozione di cloud computing, l’analisi dei dati e l’uso di AI nelle imprese con almeno 10 addetti, ciascuno con un target del 75% entro il 2030.

Quanto alle tecnologie AI utilizzate per settore di attività economica si evidenziano le imprese attive nell’informatica e altri servizi d’informazione (53%, era 36,7% nel 2024), le attività di produzione cinematografica, video e programmi televisivi, di registrazioni musicali e sonore (49,5%, 28,3% nel 2024) e le telecomunicazioni (37,3%, 27,6%).

Più utilizzate le tecnologie per l’elaborazione di testi e immagini

Aumenta anche la varietà nell’utilizzo delle tecnologie di AI, misurata attraverso l’adozione combinata di almeno due tecnologie. La percentuale di imprese con almeno 10 addetti che utilizza questa combinazione passa dal 5,2% del 2024 al 10,6% nel 2025.

Tra le imprese che utilizzano AI, le tecnologie più comuni riguardano l’estrazione di conoscenza e informazione da documenti di testo (70,8%), la GenAI relativa al linguaggio scritto/parlato, immagini, video, suoni/audio (59,1%) e la conversione della lingua parlata in formati leggibili da dispostivi informatici attraverso tecnologie di riconoscimento vocale (41,3%).

Una maggiore maturità in applicazioni consolidate

È il settore dei servizi postali il primo utilizzatore di tecnologia GenAI di linguaggio naturale (80,2%), machine learning (59,5%), automatizzazione dei flussi di lavoro (39,9%).
Nel complesso, la diffusione dell’AI presenta ancora ampi spazi per una crescita ulteriore: l’83,6% delle imprese non adotta alcuna tecnologia di AI, segnalando un livello di penetrazione ancora molto contenuto.

Nell’ambito delle imprese con almeno 10 addetti che hanno adottato l’AI, l’impiego esclusivo di AI generativa (1,7%) resta residuale, mentre l’uso della sola AI non generativa (6,7%) riflette una maggiore maturità in applicazioni consolidate.
Inoltre, l’adozione congiunta (8,0%) indica un segmento potenzialmente più avanzato nell’adozione tecnologica.

Industria Milano Monza Brianza Lodi: i dati tendenziali e congiunturali del III trimestre 2025 

Secondo l’analisi tendenziale elaborata dal Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, nel terzo trimestre 2025 l’area metropolitana milanese vede una crescita del +1,3% per la produzione industriale, inferiore al dato lombardo (+2,2% in un anno).
Se si considera il fatturato, sempre raffrontato al terzo trimestre 2024, la crescita è del 6,1% a livello locale e + 4,4% regionale.

In relazione al portafoglio ordini, si registra una crescita rispetto al terzo trimestre 2024 (+5,8% in un anno), con la performance milanese più alta rispetto alla manifattura lombarda (+3,1%).
Quanto ai mercati esteri milanesi, si assiste a un miglioramento del fatturato (+8,7%), anche rispetto alla componente interna (+4,8%). Ma il fatturato estero lombardo (+6,6%) cresce più di quello interno (+3%).

Milano cresce ma meno della Regione

Sempre nel terzo trimestre 2025, la produzione industriale milanese a livello congiunturale mostra una tenuta rispetto al secondo trimestre 2025 (-0,1%). Inoltre, il fatturato cresce del +2,1%.
Rispetto al dato lombardo il dato milanese per la produzione è più basso (+0,7% in regione), mentre il dato del capoluogo più alto per il fatturato locale (+1,6% Lombardia, destagionalizzato).

Per gli ordini interni il dato congiunturale è in lieve crescita per l’industria milanese (+1,4%), così come per la manifattura lombarda (+0,8% destagionalizzato). Negli ordini esteri, la performance milanese risulta in crescita (+2,9% rispetto al dato lombardo di +1,3% destagionalizzato).

Monza e Brianza: capacità produttiva in calo

La crescita tendenziale della capacità produttiva di Monza e Brianza colloca i volumi prodotti in calo rispetto al terzo trimestre 2024 (-5,7%, dato lombardo +2,2%). Nello stesso periodo, i dati della manifattura brianzola per fatturato (+1,2%) aumentano, ma meno rispetto al dato regionale (+4,4%). Sempre rispetto al terzo trimestre 2024, il portafoglio ordini del manifatturiero brianzolo evidenzia un incremento reale maggiore rispetto alla Lombardia (rispettivamente +3,9% e +3,1%).

Quanto al dato trimestrale, per la produzione industriale il terzo trimestre 2025 registra rispetto al precedente un -1,5% destagionalizzato, mentre cresce il fatturato (+0,9% destagionalizzato). Crescono le commesse acquisite dai mercati esteri (+0,8% destagionalizzato) e ancora di più quelle interne (+2%). 

Lodi: fatturato in recupero, aumentano gli ordini 

Nel terzo trimestre 2025 rispetto all’anno precedente, per la produzione industriale lodigiana si verifica un trend di crescita. Relativamente all’analisi tendenziale, nel confronto con il terzo trimestre 2024 l’aumento della produzione si attesta a +8,6% (Lombardia +2,2%).

In relazione al fatturato, il recupero tendenziale è del +6,7%, superiore per intensità al dato regionale (+4,4%). Anche gli ordini crescono del +5,3% (+3,1% lombardo).
In crescita rispetto al trimestre precedente anche il trend congiunturale della produzione industriale (+1,7% destagionalizzato), accompagnato dall’aumento del fatturato in (+1,2% destagionalizzato) e delle commesse acquisite dai mercati interni (+0,6% destagionalizzato) ed esteri (+1%).

Industria lombarda, secondo trimestre 2025: le performance migliori a Milano e Lodi 

Come si è chiuso il secondo trimestre 2025 per l’industria lombarda? Tutto sommato bene, anche se non mancano segnali contrastanti fra i vari territori.

A dirlo è l’elaborazione del Servizio Studi, Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, che fotografa infatti un territorio che si muove a velocità diverse: Milano corre, Monza e Brianza attraversa una fase di rallentamento, mentre Lodi mette a segno una crescita inaspettata.

Milano conferma il suo slancio

Nell’area metropolitana milanese, la produzione industriale cresce del 2,9% rispetto allo stesso periodo del 2024, superando nettamente la media regionale che si ferma allo 0,6%. Anche il fatturato fa registrare un aumento significativo, raggiungendo il +4%, e il portafoglio ordini cresce dell’1,9%.

Sulla piazza milanese, i mercati esteri continuano a rappresentare un punto di forza per le imprese, con una crescita delle commesse del 3,1%, a fronte di un più modesto +1,2% sul mercato interno. Sul fronte congiunturale – quindi rispetto ai primi tre mesi del 2025 – Milano mantiene un andamento stabile: +1% per la produzione e +1% per il fatturato, confermando una sostanziale solidità del sistema produttivo.

Monza e Brianza, qualche segnale di “fiacca”

Per il distretto brianzolo, invece, il quadro è meno brillante. La produzione cala del 5,2% rispetto al secondo trimestre 2024, mentre il fatturato perde l’1,8%. Anche gli ordini mostrano un lieve arretramento (-0,3%), a fronte di una crescita media lombarda dell’1,5%.

Rispetto al trimestre precedente, la tendenza rimane negativa: produzione -1,4%, fatturato -0,7%. L’unica nota positiva arriva dai mercati esteri, dove gli ordini aumentano dell’1,4%, a testimonianza che la competitività internazionale delle aziende locali rimane viva.

La (bella) sorpresa di Lodi 

Tutt’altro scenario, infine, per il territorio lodigiano che rivela un’economia in pieno slancio. Nel confronto con il secondo trimestre 2024, la produzione cresce del 5,5%, il fatturato del 6,1% e gli ordini complessivi dell’8,2%, dati nettamente superiori alla media regionale.

Anche nel confronto con il trimestre precedente il trend di Lodi è positivo: +1,1% per la produzione, +1,3% per il fatturato, con ordini in aumento sia sul mercato interno (+1,4%) sia su quello estero (+2,1%).

Una Lombardia a tante velocità

In sintesi, il secondo trimestre del 2025 ci mostra una Lombardia industriale resiliente, anche se non omogenea. Milano continua a trainare la ripresa, Lodi mostra un dinamismo promettente, mentre Monza e Brianza si stanno ancora riorganizzando.
È un mosaico che testimonia la forza dell’economia regionale, ma anche sottolinea l’importanza di strategie più mirate a livello territoriale per mantenere il passo con la crescita.

AI e PMI europee: divario digitale tra ambizioni, consapevolezza e realtà operativa

Emerge da un nuovo osservatorio di Qonto, realizzato in collaborazione con Appinio: sebbene la trasformazione digitale sia al centro del dibattito pubblico, lo scenario delle Pmi europee risulta paradossale. Pur faticando con le sfide fondamentali della digitalizzazione le imprese stanno adottando rapidamente strumenti di AI. Ma in un contesto di incertezza economica ciò crea un divario tra ambizioni digitali e realtà operative. 

In Europa infatti quasi il 50% dei 25 milioni di Pmi utilizza quotidianamente strumenti di GenAI, come ChatGPT. Ma l’uso di sistemi fondamentali rimane scarso. La gestione documentale digitale raggiunge il 29% e gli strumenti di analisi dati il 27%. Inoltre, solo il 24% utilizza software di contabilità digitale, e appena il 22% piattaforme di videoconferenza. 

Mancano strategie chiare e sufficienti risorse 

La diffusa consapevolezza maschera una mancanza di urgenza che potrebbe rendere milioni di imprese vulnerabili alla disruption digitale.
Il divario è infatti ancora più evidente considerando gli strumenti digitali adottati.

Nonostante il 92% le Pmi europee consideri digitalizzazione e AI importanti per il business, solo il 62% le considera cruciali per il futuro.
Ciò significa che per quasi 4 aziende su 10 (38%) AI e digitalizzazione sono ‘abbastanza’ importanti, ma non prioritarie. E solo il 19% dispone di una chiara strategia e di risorse sufficienti. 
In Italia, nonostante il 77% delle Pmi ne riconosca la rilevanza, solo il 59% considera prioritaria la digitalizzazione. 

Pronte per la trasformazione, ma solo a parole

Quasi 7 Pmi italiane su 10 (68%) si dichiarano pronte per la trasformazione digitale: un dato che colloca l’Italia al secondo posto in Europa dopo la Germania.
Nell’area UE, solo il 60% delle Pmi si considera ben preparato alla trasformazione digitale, mentre circa 10 milioni di aziende (40%) si sentono solo poco o per nulla pronte.
Tra queste, il 10% (2,4 milioni) non è affatto preparato. 

In Italia, l’adozione di strumenti di AI, come i generatori automatici di testo o immagini, è in linea con la media europea (46%), ma il Paese registra anche il più alto tasso di stagnazione digitale.
Il 12% delle Pmi non ha introdotto nessuna nuova tecnologia. Per chi ha abbracciato l’innovazione, i punti di forza restano gestione documentale (32%), strumenti di data analytics/business intelligence (30%), marketing automatizzato (27%).

Ostacoli, timori e resistenza al cambiamento

In Italia il 52% delle Pmi risparmia almeno 10 ore settimanali grazie all’automazione, un dato in linea con la media europea (52,7%), mentre il 12% ne guadagna oltre 20.
A livello europeo, una Pmi su dieci risparmia più di 20 ore, pari a mezza settimana lavorativa, e il 53% ne guadagna almeno 10. 

Le Pmi italiane, pur con timori nella media (31% sicurezza delle soluzioni digitali, 28% competenze tecniche), sono le uniche in Europa a citare la resistenza interna al cambiamento (22%) come uno dei tre principali ostacoli alla digitalizzazione.
In Europa, i principali freni sono sicurezza (33%), gap di competenze (28%), regolamentazione (25%).

Bollette sempre più care: le imprese italiane fanno i conti con l’energia

Le imprese italiane, in particolare quelle medie e piccole, si trovano a dover fare i conti con il caro energia. Ma non solo: devono vedersela anche con uno squilibrio rispetto ai Paesi vicini: ad agosto le imprese italiane hanno pagato l’energia molto più della concorrenza europea. Ben il 41% in più rispetto alla Germania e il 26% in più rispetto alla Francia.
Una differenza che si fa sentire soprattutto nelle piccole aziende, dove oltre una su quattro ha visto la bolletta crescere addirittura tra il 50 e il 100%.

Così i margini si assottigliano

Quando i costi energetici salgono così tanto, i primi a soffrire sono i margini. Il 69% delle microimprese dichiara di guadagnare meno, percentuale che arriva al 75% nelle aziende di medie dimensioni.
Non si tratta solo di utili ridotti: in molti casi si rinviano investimenti (13% delle piccole e 12% delle medie) e in alcuni casi si riduce la produzione e il fatturato.

L’incertezza pesa sulle piccole imprese

Il vero problema, però, è che molte piccole aziende non sanno come reagire. Il 42% delle Pmi non ha una strategia per contenere i costi energetici, contro il 18% delle medio-grandi.
E questa incertezza arriva in un momento complicato, segnato anche dai nuovi dazi introdotti dagli Stati Uniti.

Il ruolo del Mediterraneo 

Alla Conferenza nazionale delle Camere di commercio, in corso a Cagliari, il presidente di Unioncamere Andrea Prete ha ricordato come la transizione energetica sia una priorità: “Il Mediterraneo, oggi, è tornato al centro del mondo, tra crisi globali e nuove opportunità. Servono scelte coraggiose”.

Tra le iniziative in campo ci sono le comunità energetiche rinnovabili, piccoli impianti fotovoltaici pensati per i territori, che potrebbero aiutare a diffondere la cultura delle rinnovabili anche nelle realtà locali.

Energia e investimenti: una criticità da risolvere in fretta

Secondo Eurobarometro, il costo dell’energia è diventato la seconda barriera agli investimenti per le imprese italiane, segnalato dal 24% delle aziende (era solo il 13% cinque anni fa).
Anche il Fondo monetario internazionale conferma che nei primi otto mesi del 2025 i prezzi restano circa il 30% più alti rispetto alla media del 2019.

Opportunità o no?

Il nostro Paese, che ancora oggi dipende per l’80% da fonti fossili estere, dovrà investire – secondo il Piano nazionale energia e clima – 174 miliardi di euro per cambiare rotta.

Quasi metà delle imprese (47,2%) vede in questo percorso un’opportunità, ma un terzo teme costi più alti e nuova burocrazia. La sfida sarà trasformare la transizione energetica in un’occasione di crescita, e non in un altro ostacolo.

Giovani talenti: più sono, più l’azienda è vincente

Lo dimostrano le analisi Unioncamere-Centro studi Tagliacarne, presentate dal presidente di Unioncamere, Andrea Prete, al Meeting di Rimini: rispetto alle imprese con una bassa presenza di under30 quelle in cui i giovani sono numerosi risultano più innovative e proattive. In pratica, investono maggiormente nelle tecnologie 4.0 (44% contro 35%) e sono più produttive.

In particolare, la produttività del lavoro delle aziende “giovani” è superiore del 2,5% rispetto alle altre, e diventa del 7,2% quando adottano anche strategie per trattenere e attrarre talenti.
Ma non è tutto: le imprese che impiegano under30 si attendono in misura maggiore anche un aumento del fatturato (38% contro 35%), dell’export (38% contro 30%) e degli occupati (21% contro 18%). 

Non sempre è facile reperire lavoratori under30

“In un contesto come quello attuale, è necessario uno sforzo comune per accrescere il legame tra imprese e giovani, che possono essere la carta vincente per sostenere  e accrescere la competitività del nostro sistema produttivo”, sostiene Prete. 

Emerge però difficoltà a reperire lavoratori giovani. Stando alle previsioni del Sistema Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel quinquennio 2025-2029 si assisterà a un mismatch tra domanda e offerta di lavoratori giovani che, in particolare, riguarderà quelli con un’istruzione di livello terziario. Per i percorsi a indirizzo ingegneristico potranno mancare tra 7mila e 10mila giovani in uscita dalle Università ogni anno, e per i percorsi scientifici (scienze matematiche, fisiche e informatiche) sono previsti 3mila-5mila laureati in meno.

Fenomeno Neet: Italia al secondo posto in Europa

Per i percorsi economico-statistico, invece, potranno mancare tra 12mila e 17mila giovani laureati, e per quelli medico-sanitario circa 7mila-8mila.
“Malgrado i miglioramenti sul fronte occupazionale – sottolinea Prete -, c’è ancora un alto numero di Neet, giovani che non lavorano né seguono un percorso scolastico o formativo, che pone l’Italia al secondo posto in Europa, dopo la Romania”. 

Secondo Prete, esiste inoltre un problema di ricambio generazionale, che investe direttamente anche le imprese. I dati del Registro delle Camere di commercio, al primo trimestre 2025, indicano che l’11% dei titolari di impresa ha 70 o più anni (320 mila in valore assoluto).

Un quinto della domanda di lavoro è “straniera”

“Attrarre talenti e integrare l’attuale forza lavoro con l’apporto di immigrati –aggiunge il presidente di Unioncamere – sono strategie indispensabili per far fronte alle necessità produttive: tra il 2025 e il 2029, si stima un fabbisogno da parte dei settori privati di circa 617mila lavoratori stranieri, corrispondente a oltre un quinto della domanda totale di lavoro, pari al 21,1%, con una forte concentrazione nelle regioni del Nord e del Centro Italia. La Lombardia, in particolare, prevede la necessità di oltre 146mila unità, pari al 24% del totale”. 

ESG: imprese lombarde seconde in Europa per sostenibilità

La ricerca condotta dal Centro Studi di Assolombarda valuta il grado di sostenibilità economica, ambientale e sociale dell’ecosistema imprenditoriale lombardo confrontandolo con altre regioni motore d’Europa (Baden-Württemberg, Cataluña, Auvergne-Rhône-Alpes, Bayern).
In termini di sostenibilità economica, la Lombardia si posiziona ai primi posti tra i benchmark per ricchezza generata/produttività, nonché per proiezione internazionale.

Nel 2023 a parità di potere d’acquisto la Lombardia è in seconda posizione per Pil pro-capite, mentre le esportazioni sono cresciute del 47,2% tra il 2015-2024.
Ma se il tasso di disoccupazione è ai minimi storici il bacino di forza lavoro è ristretto e in previsione si caratterizza per un calo ulteriore a causa di fattori demografici.

Sostenibilità ambientale

Dal 2015 la regione ha ridotto i consumi finali di energia (-9,7% 2022). Tra il 2015-2022 le emissioni di gas serra sono diminuite del -5,6% (industria -21,8%), ma quelle pro-capite restano più elevate rispetto alle altre regioni.
A partire dal 2015 la produzione di rifiuti urbani pro-capite è stabile, ma per quota di rifiuti conferiti a raccolta differenziata la Lombardia primeggia (73,9% nel 2023).

Con riferimento alla biodiversità, il 42,7% del territorio lombardo è costituito da terreno coltivabile. Tuttavia, solo il 5,9% è dedicato ad agricoltura biologica (2020), una percentuale inferiore a tutte le regioni benchmark.
Resta critica la qualità dell’aria, anche a causa della conformazione orografica sfavorevole. Nonostante qualche miglioramento negli ultimi anni, i livelli di inquinamento rimangono elevati.
Tra il 2015-2024 le concentrazioni di NO2, PM10 e PM2,5 sono scese meno che in tutti i benchmark.

Sostenibilità sociale

Su questo versante, la regione fa registrare la più bassa percentuale di persone a rischio povertà o esclusione sociale (14,1% 2024), nonché un tasso di disoccupazione di lungo periodo sceso all’1,3% nel 2024.
L’aspettativa di vita alla nascita ha raggiunto un record storico nel 2023 (84,3 anni).

Nell’ambito dell’istruzione, spicca una netta riduzione nel tasso di abbandono scolastico, ma permane un forte divario nell’istruzione universitaria per quota di laureati nella popolazione. 
Riguardo ai giovani, negli ultimi anni sono diminuiti disoccupazione giovanile e NEET, ma la partecipazione al mercato del lavoro resta bassa e le prospettive demografiche penalizzano ancor di più questa fascia d’età.

Sostenibilità delle imprese

Analizzando la media dei rating ESG prodotti Moody’s, Refinitiv e Sustainalytics le imprese lombarde sono seconde tra i benchmark per sostenibilità, con performance particolarmente positive in ambito sociale e di governance.

Alle imprese lombarde viene riconosciuta una performance migliore nel pilastro della governance. In particolare, gli indicatori con i punteggi più alti sono quelli relativi a governance aziendale, comportamento aziendale, diritti umani e risorse umane.
Si evidenzia però anche che gli score ESG risultano inferiori per le imprese non quotate, di piccole dimensioni e non finanziarie, a testimonianza che la direzione è tracciata, ma resta un percorso importante da perseguire.

Italia, credito alle aziende: nel 2024 i volumi restano stabili, ma cresce l’insolvenza

In generale, si tende a dire “no news good news”.  Potrebbe essere il caso della fotografia del credito alle imprese del 2024. Nell’anno preso in esame, infatti, il credito concesso alle aziende italiane ha mostrato una sostanziale stabilità sia nel numero sia negli importi dei finanziamenti, a fronte di un aumento della probabilità di default.

A delineare questo quadro è l’ultimo report di CRIF, che ha analizzato oltre 2,5 milioni di aziende italiane di vario tipo.

Prestiti alle imprese: leggera flessione nel numero di finanziamenti

Secondo l’analisi dell’Osservatorio Imprese di CRIF, nel 2024 il numero di finanziamenti concessi è diminuito marginalmente dello 0,6%, mentre gli importi complessivi erogati sono saliti dello 0,9% rispetto all’anno precedente. Questa dinamica è stata favorita dalla progressiva riduzione dei tassi di interesse da parte della BCE, che ha reso più accessibili soprattutto i mutui chirografari, in crescita del 4,9%.

Perchè aumenta il rischio di insolvenza? 

Nonostante la stabilità negli importi, il tasso medio di insolvenza delle imprese ha subito un aumento, raggiungendo il 2,53% a fine 2024, in crescita di 0,22 punti percentuali rispetto a metà anno. Le società di capitali, in particolare, si trovano di fronte a un peggioramento della rischiosità, con un tasso di default previsto in crescita fino al 3,4% nel 2025 e al 3,9% nel 2026.

Le tensioni geopolitiche, le incertezze commerciali e le scelte di politica economica europea contribuiranno a rendere il contesto finanziario più complicato per le imprese italiane, come spiega Luca D’Amico, CEO di CRIF Ratings.

Differenze fra settori: Costruzioni sotto pressione, bene la Meccanica

L’analisi mette in luce numerose differenze fra i vari comparti. Il settore Edile vede una forte contrazione degli importi finanziati (-7,8%) e aumento significativo del tasso di default (dal 3,11% al 3,55%). La fine degli incentivi come gli ecobonus e un mercato interno fragile hanno reso più complessa la situazione. Anche Moda e Tessile registra una crescita del tasso di insolvenza fino al 3,93% e una riduzione del credito del 5,4%. Il calo delle vendite, il mutato comportamento dei consumatori e le difficoltà sui mercati esteri hanno inciso negativamente.

Bene invece la Meccanica strumentale,  con un tasso di default contenuto all’1,85% e finanziamenti sostanzialmente invariati (+0,5%). La competitività internazionale delle aziende ha contribuito a mantenere la stabilità.

Margini e liquidità

Gli analisti prevedono che nel biennio 2024-2025 la redditività operativa delle imprese rimanga su livelli intorno al 9%, leggermente inferiore rispetto al picco del 2023.

I settori più in difficoltà vedranno una riduzione dei margini fino a un punto percentuale. La liquidità aziendale, pur mantenendosi adeguata, subirà una lieve contrazione a causa di maggiori obblighi di rimborso e di una politica creditizia più rigorosa da parte delle banche.

Il rischio della volatilità internazionale

L’incertezza sul fronte internazionale resta un fattore chiave per l’evoluzione della rischiosità delle imprese italiane. In uno scenario negativo, il tasso di default potrebbe salire fino al 4,6% entro il 2026, superando i livelli pre-pandemici.

Fabbriche intelligenti, la nuova frontiera del settore manifatturiero

Oggi ci troviamo di fronte a una nuova evoluzione del comparto manifatturiero, che si muove verso l’ideale di ‘fabbrica Intelligente’ supportata da sistemi decisionali data-driven.
Nel passaggio da Industria 4.0 a Industria 5.0, l’AI si afferma come uno dei principali abilitatori della trasformazione digitale nei processi produttivi.

In particolare, l’AI prescrittiva si configura come una tecnologia abilitante ad alto impatto, capace non solo di prevedere scenari futuri, come già avviene con la AI predittiva, ma anche consigliare decisioni basate su simulazioni dinamiche, vincoli operativi e obiettivi strategici.
Tra le applicazioni predittive più diffuse emergono i progetti di Data Exploration, Prediction & Optimization Systems, come i sistemi di previsione della domanda, ottimizzazione dei flussi di trasporto o piani di produzione.

La ricetta per diventare smart factory

È in questo contesto che si colloca la collaborazione tra l’Università del Salento e il Gruppo Altea Federation, con Altea UP e Alterna in prima linea nella ricerca e sviluppo di soluzioni intelligenti per la fabbrica data-driven.
Pmi o grandi aziende sono accomunate da un percorso di sperimentazione e trasformazione digitale che non sempre ha una chiara roadmap.

La ricetta per diventare smart factory è necessariamente unica e distintiva, calibrata sulle peculiarità di ciascun modello di business, e necessita di un sapere ‘sartoriale’ per cogliere gli insight a maggior valore, e apportare un significativo miglioramento delle performance.

Il sentiment della trasformazione AI-driven

I modelli prescrittivi elaborati e allenati con la collaborazione dell’Università del Salento applicano il Machine Learning all’analisi dei processi produttivi e logistici di fabbrica.
I progetti di implementazione realizzati dal Gruppo Altea in ambito Manufacturing offrono alcuni dati rappresentativi che forniscono il sentiment di una trasformazione AI-driven.

Tra questi, il 98% di OTD (On-Time Delivery), indice di puntualità nella consegna della commessa e quindi dell’efficienza operativa, il +5% di aumento della produzione, e investimenti che si ripagano annualmente.
Questo, grazie alla continua ottimizzazione operativa valutata sia in base alla riduzione costi/ore uomo su task operativi sia in riferimento all’aumento della capacità produttiva (fino a 700 h/anno di throughput).

Scenari futuri

In un contesto di innovazione guidata dai dati, l’esperienza maturata da Altea UP e Alterna, insieme al contributo accademico dell’Università del Salento, testimonia come sia possibile passare da un approccio predittivo a uno realmente proattivo e adattivo applicando l’AI prescrittiva per l’ottimizzazione dei processi di fabbrica.

Pensando al futuro, quindi, sarà sempre più importante fare tesoro delle tecnologie ICT ormai mature per migliorare la comunicazione tra le persone, abilitando una condivisione trasparente e in tempo reale di dati governati, aggiornati e fruibili.