PMI, la sicurezza informatica deve diventare una priorità 

La sicurezza informatica deve essere una priorità per le piccole e medie imprese italiane, che si trovano sempre più esposte a rischi legati alla digitalizzazione. Secondo l’Osservatorio ASUS Business, realizzato in collaborazione con Research Dogma, l’83% delle aziende riconosce l’importanza della cybersecurity quale elemento strategico per la propria attività. Eppure, nonostante questa consapevolezza, molte imprese faticano a implementare misure adeguate per proteggere i propri sistemi e dati sensibili.

Un dato particolarmente allarmante riguarda la scarsa preparazione dei dipendenti: la metà di loro non è in grado di riconoscere un’email di phishing. Questa evidenza rivela quanto le aziende siano esposte agli attacchi informatici.

Le principali vulnerabilità delle piccole e medie imprese

Negli ultimi tre anni, quasi la metà delle PMI ha subito almeno un incidente di sicurezza, mentre una su cinque ha affrontato più di un attacco. Le minacce informatiche non si limitano agli attacchi esterni, ma includono anche problemi interni, guasti tecnologici e furti fisici di dispositivi aziendali. Il caso di CrowdStrike, che ha compromesso la continuità operativa di milioni di aziende in tutto il mondo, dimostra quanto sia fragile l’equilibrio della sicurezza informatica per le imprese.

Un altro aspetto preoccupante riguarda il furto di dotazioni informatiche: il 5% delle PMI ha subito il furto di laptop, server o altri dispositivi, con conseguenze dirette sulla protezione dei dati aziendali.

Il ruolo dei dipendenti nella sicurezza aziendale

Il coinvolgimento dei dipendetti è uno degli aspetti più delicati della cybersecurity. Il 68% delle PMI che ha subito attacchi ha registrato un impatto negativo sulle attività aziendali, con una riduzione della produttività in più della metà dei casi. Un dato ancora più grave evidenzia che il 15% delle imprese ha visto gli stessi lavoratori quali inconsapevoli “complici” del problema, a causa di errori nell’uso degli strumenti informatici e della scarsa attenzione ai tentativi di phishing.

Nonostante questi rischi, solo il 35% delle aziende ha avviato programmi di formazione sulla sicurezza informatica, lasciando quindi il personale impreparato. Basti pensare che l’autenticazione a più fattori, una soluzione semplice ma efficace per prevenire accessi non autorizzati, è adottata da meno del 40% delle PMI.

Il rischi legati al lavoro da remoto 

L’aumento del lavoro ibrido ha amplificato la vulnerabilità ai cyber-attacchi, esponendo le PMI a nuove minacce. Dall’introduzione dello smart working, il 62% delle imprese ha registrato un incremento dei tentativi di attacco, ma meno della metà ha implementato soluzioni specifiche per proteggere i dipendenti in mobilità. Le principali problematiche derivano dall’uso di reti Wi-Fi domestiche non sicure, dalla mancanza di strumenti adeguati per la protezione dei dati e dall’uso di dispositivi personali per attività lavorative.

Secondo Massimo Merici, System Business Group Director di ASUS Italia, le imprese devono investire in soluzioni avanzate per garantire la continuità operativa e proteggere i dati sensibili. Tecnologie come il BIOS aziendale, il riconoscimento biometrico e il chip TPM 2.0 offrono livelli di sicurezza più elevati e contribuiscono a rafforzare la difesa informatica.
Il futuro della sicurezza informatica nelle PMI italiane dipende perciò dalla capacità delle aziende di adottare strategie efficaci e di investire in formazione e tecnologia.

Cybersicurezza: nella PA diminuiscono gli incidenti informatici gravi

Emerge dall’ultimo report di Kaspersky Managed Detection and Response (MDR): nel 2024 la Pubblica Amministrazione ha registrato una diminuzione significativa del numero di incidenti informatici gravi causati da errori umani.
Al contrario,  nei settori alimentare, informatico, delle telecomunicazioni e industriale è stato riscontrato un aumento rispetto al 2023.

Questo report annuale fornisce approfondimenti sugli incidenti registrati, sulla loro tipologia e sulla loro distribuzione in vari settori e regioni geografiche d’Italia. Inoltre, indica le tattiche, le tecniche e gli strumenti più utilizzati dai cybercriminali nel corso dell’anno precedente, basandosi sui dati degli incidenti rilevati e analizzati dalla divisione Managed Detection and Response.

L’IT è più a rischio di “errori umani” 

Se l’anno passato i settori dei mass media, dello sviluppo e delle telecomunicazioni hanno registrato un aumento significativo del numero di incidenti, quanto a quelli più gravi, ovvero, quelli causati direttamente dall’uomo, emerge una notevole differenza nella loro distribuzione.
Nel 2024, il team MDR ha rilevato che la maggior parte degli incidenti gravi si sono verificati nel settore IT (23%), seguito dalla PA (18%) e da quello industriale (18%).

Il report sottolinea però una diminuzione significativa degli incidenti ad alta intensità nella PA nel settore dello sviluppo, a fronte di un aumento nel settore alimentare.
Inoltre, si è registrata una crescita relativamente elevata del numero di incidenti nel settore industriale e un leggero incremento nella vendita al dettaglio, nell’informatica e nelle telecomunicazioni.

Nel settore alimentare incidenti più gravi 

Tuttavia, nonostante il settore dei mass media abbia registrato un incremento sostanziale degli incidenti complessivi, questa tendenza non si è tradotta in un corrispondente aumento degli incidenti gravi. Molti tentativi di attacco sono stati rapidamente individuati e mitigati, impedendo che la gravità  superasse i livelli medi.

“Nel 2024, abbiamo osservato un cambiamento nel panorama delle minacce informatiche, con gli incidenti più gravi che si sono verificati nel settore alimentare, sottolineando la necessità di intervenire con misure di sicurezza informatica – commenta Sergey Soldatov, Head of Security Operations Center di Kaspersky. – Sebbene il numero complessivo di incidenti sia aumentato in settori come telecomunicazioni e mass media, la resilienza dimostrata nel rilevare e neutralizzare rapidamente le minacce evidenzia l’importanza di adottare misure proattive”.

Le tecnologie avanzate non bastano: serve la supervisione di esperti

“Poiché gli attaccanti perfezionano costantemente le loro tattiche, anche le aziende devono adattarsi investendo in solide soluzioni di cybersecurity che combinano tecnologie avanzate e la supervisione di esperti”, aggiunge Soldatov.
Per rafforzare la protezione aziendale contro gli attacchi più sofisticati, gli esperti consigliano di adottare soluzioni di cybersecurity efficaci, affidarsi a professionisti qualificati per la loro gestione o implementare servizi di sicurezza gestiti, che offrono una gestione completa degli incidenti, dall’identificazione delle minacce fino alla protezione continua e al ripristino.

Grazie a queste soluzioni, le aziende possono difendersi efficacemente dagli attacchi informatici avanzati, analizzare gli incidenti e ricevere supporto da esperti. Anche nel caso in cui non dispongano di personale dedicato alla sicurezza.

Smart working: chi lo sceglie di più?

Lo ha scoperto uno studio della multinazionale delle biotecnologie farmaceutiche Amgen e dell’Università Bicocca di Milano: lo smart working è una modalità organizzativa molto apprezzata tra le donne giovani e senza figli.
In particolare, nella fascia 30-34 anni la scelta dello smart working è tre volte più alta tra chi non è madre pari al 12,6%, rispetto a chi lo è (4,5%).

Ma la situazione si ribalta verso i 45 anni: nella fascia 45-49 anni le smart worker madri superano quelle senza figli, e le curve si invertono.
Questo cambiamento è attribuibile a una maggiore esigenza di flessibilità per conciliare lavoro e famiglia in una fase della vita dove i figli richiedono un supporto più strutturato.

La preoccupazione per la carriera

A partire dai 40 anni, le differenze tra i due gruppi si riducono e le donne con figli ricorrono maggiormente a questa modalità lavorativa rispetto a quelle senza.
Dopo i 50 anni, invece, lo smart working declina e tende a stabilizzarsi. Un quadro, questo, su cui si vede l’impatto della tendenza generale ad avere figli in età sempre più avanzata.

Lo studio Amgen-Bicocca, intitolato ‘Flessibilità sul luogo e l’orario di lavoro: cosa ne pensano lavoratori e lavoratrici?’, fa emergere, per la prima volta, anche le differenze legate alla frequenza di utilizzo dello smart working.
Ad esempio, le donne che lavorano con maggior frequenza da remoto, ovvero, per più del 50% dell’orario lavorativo, mostrano più preoccupazioni per i percorsi di carriera rispetto alle donne che non praticano il lavoro agile, o lo praticano con minore assiduità.

Ambizioni e lavoro agile, una connessione importante

La ragione sembra risiedere nel timore che essere meno ‘in presa diretta’ con le dinamiche lavorative possa fare perdere opportunità in termini di promozioni e mobilità, riferisce Il Sole 24 Ore.

In pratica, le donne senza figli vedono nello smart working un’opportunità per dedicarsi maggiormente alla carriera e alle ambizioni personali, mentre dopo i 50 anni la preferenza per lo smart working diminuisce sia per la minore necessità di flessibilità legata ai figli, sia per un ritorno alla socialità lavorativa e al desiderio di mantenere un contatto più diretto con l’ambiente aziendale.

Un modello di lavoro che riflette i cambiamenti nelle priorità

Le scelte legate allo smart working sono fortemente influenzate da fattori personali e professionali. Se per i giovani adulti senza figli il lavoro agile rappresenta una modalità che favorisce libertà e produttività, per i genitori è uno strumento utile per bilanciare meglio le responsabilità familiari.

Di fatto, l’evoluzione dello smart working riflette i cambiamenti nelle priorità personali e professionali durante le diverse fasi della vita.
Questi dati evidenziano come le aziende possano trarre beneficio da una maggiore flessibilità nelle politiche di lavoro, adattandole alle esigenze specifiche dei propri dipendenti in base all’età, alla famiglia e alle ambizioni di carriera.

Life Science: in Lombardia vale il 2,5% del PIL nazionale

In Lombardia il comparto del Life Science si conferma un driver di sviluppo per il sistema sociosanitario regionale, grazie al forte asse pubblico-privato.
Il sistema integrato garantisce un elevato tasso di innovazione sanitaria e competenze di alto profilo, generando un valore aggiunto pari al 12,6% dell’intero Pil regionale e il 2,5% di quello nazionale. Le imprese del settore presenti in Lombardia complessivamente rappresentano un terzo della filiera pharma e medtech nazionale.

Sono alcuni dati emersi dal rapporto ‘La rilevanza della filiera Life Sciences in Lombardia: benchmarking tra regioni italiane ed europee’, realizzato dal Centro studi di Assolombarda in collaborazione con le associazioni di categoria.

La filiera lombarda è uscita rafforzata dalla pandemia

Il valore della produzione in Lombardia nel 2022 raggiunge quasi 85 miliardi di euro, +17,5% rispetto al 2019. Il valore aggiunto sfiora 30 miliardi di euro (+16,4%). Nell’intero Paese la variazione è del +13,8%.

La Lombardia si riafferma anche come hub primario nazionale delle scienze della vita, distinguendosi tra i maggiori player in Europa. Qui, d’altronde, risiede un sesto della popolazione nazionale e si registra il 19% degli addetti, il 26% del valore aggiunto e il 31% del valore della produzione della filiera italiana.
Un confronto che regge anche con le altre regioni continentali rilevanti per insediamenti Life Science, come Cataluña, Baden-Württemberg e Île de France.

I numeri di un sistema vincente

L’industria farmaceutica lombarda spicca per un valore aggiunto per abitante superiore a tutti i benchmark, pari a 695 euro. L’export ammonta a 9,8 miliardi di euro nel 2023 (+28,3% vs 2019). 

Relativamente ai servizi sanitari, il valore aggiunto pro-capite in Lombardia cresce del +9,1% tra il 2019 e il 2022. Sempre nel 2022 il valore della produzione e il valore aggiunto dell’industria lombarda superano rispettivamente 38 e 11 miliardi di euro, +28,7% e +26,8% rispetto al 2019.
Inoltre, in Lombardia, l’industria da sola attiva il 45,2% del valore della produzione e il 37,1% del valore aggiunto dell’intera filiera Life Science regionale.

Imprese industriali driver di salute e attrattori di innovazione per il cittadino

Considerando le 77 maggiori aziende lombarde (con fatturato superiore a 100 milioni), il 66% ha una attività produttiva in regione, il 55% svolge trial clinici, mentre il 39%, ha un centro di ricerca aziendale.
Quanto alla rilevanza strategica dei servizi sanitari e socio-assistenziali, i servizi sanitari rappresentano il 54% del valore aggiunto e il 35% del valore della produzione dell’intera filiera lombarda.

Inoltre, i servizi sanitari lombardi attivano il 18,3% del valore aggiunto nazionale del settore, esprimendo un’incidenza superiore rispetto a quella della popolazione. Questo deriva sia dall’attrattività verso pazienti non residenti sia da una maggiore offerta sanitaria privata.

Incubo burocrazia: alle Pmi costa 80 miliardi l’anno

Per tanti cittadini quando ci si deve interfacciare con la macchina pubblica spesso si scivola in un profondo stato di angoscia. Nell’offerta dei servizi pubblici digitali, la nostra Pubblica Amministrazione è tra le peggiori d’Europa, di conseguenza, i tempi medi per il rilascio di permessi e autorizzazioni sono tra i più elevati. 

Questi disservizi, purtroppo, hanno una ricaduta economica spaventosamente elevata. Elaborando alcuni dati pubblicati dall’OCSE, per le nostre Pmi il costo annuo ascrivibile all’espletamento delle procedure amministrative è di 80 miliardi di euro. Praticamente una tassa nascosta da far tremare i polsi.
A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA.

Espletare le procedure amministrative costa alle imprese 80 miliardi all’anno

Non solo, con un miglioramento della qualità dei servizi pubblici che avanza a passo di lumaca, la cattiva abitudine della nostra PA di richiedere, in particolare alle imprese, dati e documenti che le amministrazioni già possiedono è diventata una prassi consolidata. 

La complessità nell’adempiere alle procedure imposte dalla nostra PA è un problema che in Italia è sentito da 73 imprenditori su 100.
Tra i 20 Paesi dell’Area Euro solo in Slovacchia (78), Grecia (80) e Francia (84) la percentuale che ha denunciato questo problema è superiore al tasso riferito al nostro Paese. La media dell’Eurozona è pari a 57. 

La PA dovrebbe essere un elemento di crescita economica, non un ostacolo

Anche l’Italia può contare su punte di eccellenza della macchina pubblica non riscontrabili nel resto d’Europa, ma mediamente la nostra PA funziona con difficoltà, e in alcune aree del Paese costituisce un freno allo sviluppo.
Di fatto, in virtù del Regional Competitiveness Index (RCI) su 234 territori UE monitorati tra le realtà italiane la prima, la Provincia Autonoma di Trento, si posiziona al 158° posto. 

Secondo uno studio dell’OCSE, l’inefficienza della nostra PA ha ricadute negative sul livello di produttività delle imprese private.
In buona sostanza, dai calcoli dell’Organizzazione emerge che la produttività media del lavoro delle imprese è più elevata nelle zone dove l’Amministrazione pubblica è più efficiente.Ovvero, il Nord Italia.

PA più efficiente, territori più produttivi

Diversamente, dove la giustizia funziona peggio, la sanità è malconcia e le infrastrutture sono insufficienti (prevalentemente nel Sud Italia), anche le imprese private di quelle regioni perdono competitività . 
Dati confermati dall’Institutional Quality Index (IQI), l’indice concepito nel 2014 dall’Università degli Studi di Napoli Federico II che misura la qualità delle istituzioni pubbliche di tutte le realtà territoriali italiane.

Il risultato che emerge consegna un Paese spaccato a metà. La realtà territoriale più virtuosa d’Italia è Trento, seguita da Trieste e Treviso. Fuori dal podio Gorizia, Firenze, Venezia, Pordenone, Mantova, Vicenza e Parma.
Insomma, nei primi 10 posti 8 province appartengono alla macro area del Nord-Est. Il Sud, al contrario, è il fanalino di coda.

Platform Thinking: l’88% delle aziende quotate ha implementato un’iniziativa

Amazon, Spotify, Facebook, Google non sono solo aziende tech della Silicon Valley, ma possono diventare lo strumento per abilitare la trasformazione digitale delle imprese. 
L’88% delle aziende quotate al principale listino italiano ha sviluppato un’iniziativa in qualche modo legata a una piattaforma. Anche se in realtà in molti casi si tratta semplicemente di servizi lineari digitali, senza le caratteristiche che identificano le vere e proprie piattaforme.

Il Platform Thinking è la capacità di utilizzare meccanismi basati su piattaforme per la trasformazione del business di un’azienda di qualsiasi tipo. Una strategia di innovazione che in Italia interessa già 9 imprese su 10 dell’indice FTSE MIB. Emerge dall’Osservatorio Platform Thinking HUB del Politecnico di Milano.

Di 107 progetti solo 23 di classificano come reali piattaforme

Le piattaforme possono essere definite come gruppi di clienti multipli e interdipendenti ed effetti di rete trasversali, per cui la presenza di un gruppo di utenti aumenta il valore della piattaforma di un altro.
Le piattaforme, quindi, non sono solo strumenti per trasformare il business lineare in un modello più efficiente, scalabile e con costi marginali pari quasi a zero. Sono un meccanismo più ampio per rivoluzionare qualsiasi processo.

Il 46% delle aziende dell’indice FTSE MIB, una percentuale comunque significativa, sta sfruttando appieno le opportunità derivanti dal Platform Thinking. Quanto alle iniziative promosse da queste aziende come ‘piattaforme’ si contano 107 progetti, ma di questi solo il 22%, ovvero, 23 progetti, possono essere classificati come reali piattaforme.

Le tre strategie del Platform Thinking

L’Osservatorio ha identificato tre approcci e 18 strategie che le aziende possono mettere in atto per attuare il Platform Thinking.
La prima è quella della piattaforma come nuovo servizio, che può comportare un nuovo approccio al mercato, una ‘scatola degli attrezzi’ per gli sviluppatori, un’espansione dei servizi esistenti o un nuovo servizio, iniziative di sostenibilità o sviluppo di piattaforme attorno a un prodotto.

La seconda strategia riguarda innovare un’attività primaria dell’azienda, con un’estensione dal lato dell’offerta, piattaforme di seconda generazione, estensioni multilaterali, pubblicità avanzata, apertura a complementi esterni o digitalizzazione dei servizi.
Il terzo approccio è la piattaforma per innovare un’attività di supporto, come raccolta di dati per l’innovazione, piattaforme di open innovation, sistemi di gestione della conoscenza, processo di sostegno all’estensione dell’offerta, progetti di sostenibilità interna e piattaforme di training.

“Uno strumento per creare valore reinventando prodotti e processi”

“Le piattaforme sono uno strumento adatto non solo alle startup tecnologiche, ma anche alle aziende di ogni dimensione e settore per creare valore reinventando prodotti e processi aziendali – spiega Daniel Trabucchi, Responsabile Scientifico e Direttore dell’Osservatorio -. La ricerca dimostra come siano molto diffuse e addirittura pervasive anche nelle aziende nel nostro Paese, creando valore e portando efficienza, efficacia e allineamento all’interno. Ma le piattaforme si rivelano alleate anche in alcune grandi sfide della modernità, come quello della sostenibilità, basti pensare a realtà come Vinted o ToGoodToGoo, che stanno facendo molto per abbattere gli sprechi e favorire l’economia circolare”.

Regione Lombardia, le mosse tech per far incontrare aziende e giovani 

In Lombardia, la disoccupazione e la percentuale di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) sono in calo, più che nel resto d’Italia. Anche la dispersione scolastica è diminuita dopo gli anni della pandemia, quando la didattica a distanza (Dad) ha allontanato molti ragazzi dalle aule.

Tuttavia, rimane un problema: le competenze dei giovani non sono sempre allineate alle esigenze del mondo del lavoro. Questo fenomeno, noto come mismatch, è al centro degli sforzi della Regione Lombardia per trovare soluzioni efficaci.

Arriva la web app LabLab

Per combattere il mismatch, Regione Lombardia ha lanciato ‘LabLab’, una web app che mette in contatto diretto gli studenti degli ultimi due anni delle scuole superiori con le aziende. “Ogni anno aumentano il numero di fiere ed eventi per colmare il gap tra domanda e offerta di lavoro, ma il mismatch sembra non smettere di aumentare”, afferma Simona Tironi, assessore a Istruzione, Formazione e Lavoro.

Secondo il rapporto di Unioncamere ‘Previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine (2024-2028)’, riferisce Adnkronos, per il 2023 in Italia ben il 45% delle assunzioni ha riscontrato difficoltà nel reperire personale.

Una piccola rivoluzione per l’orientamento

“Eravamo stufi di tanti progetti dedicati all’orientamento che poco dopo svanivano nel nulla”, racconta Tironi. “Ci siamo detti che serviva un’azione di sistema forte e globale, partendo ‘dalla fonte’, portando gli studenti nel punto più vicino possibile a dove si produce, affinché si chiedano ‘Questo potrebbe piacermi?'” Da qui l’idea di dar vita a “una piccola rivoluzione”: da ottobre, gli studenti potranno visitare le aziende come se fosse un colloquio di lavoro di un giorno intero, una giornata dedicata al singolo studente.

Come funziona la piattaforma

Sulla piattaforma LabLab, gli studenti possono visitare i profili delle aziende, scegliere quella di maggiore interesse e prenotare una ‘Job Experience’ in base alle disponibilità di date e orari fornite dalle aziende. Perché questa “grande operazione di sistema” funzioni, è essenziale che le aziende si registrino su LabLab. “Le aziende devono crederci e sapere che essere presenti oggi su questa piattaforma significa prendere al volo un’opportunità”, sostiene Tironi.

Adesione delle aziende e aspettative per il futuro

Un richiamo che ha già raggiunto centinaia di aziende, registratesi nei primi giorni dall’apertura della web app. “Se le aziende lombarde aderiranno in massa, sarà una rivoluzione. Potremmo contagiare il resto del Paese”, afferma Tironi. “Voglio vedere tante aziende aperte ad accogliere i ragazzi e i loro genitori per spiegare loro che cosa sta accadendo e quale futuro avremo nel mercato del lavoro”.

LabLab rappresenta un passo avanti significativo per allineare le competenze dei giovani alle esigenze del mercato del lavoro, offrendo loro esperienze concrete e dirette nel mondo produttivo.

e-commerce: come rispettare la Direttiva Omnibus e il decreto 70/2003?

Fornire informazioni generali sul merchant in modo chiaro e comprensibile è il primo obbligo informativo precontrattuale per chiunque voglia vendere online.

Si tratta di un requisito normativo, stabilito dal D.lgs. 70/2003 e richiamato dall’art. 49 comma 1, lett. b) e c) del Codice del Consumo, che impone alla società o al professionista di fornire il nome, la denominazione o la ragione sociale, l’indirizzo geografico del domicilio o della sede legale, i recapiti di contatto, oltre a il numero di partita IVA, il numero di iscrizione REA o al registro imprese, eventuali dati di iscrizione in un pubblico registro, eventuali autorizzazioni, concessioni o licenze rilasciate da autorità, ed eventuali dati di iscrizione a ordini professionali.

Le informazioni generali sul venditore devono essere facilmente accessibili sul sito

Come spiega Netcomm, punto di riferimento in materia di e-commerce e retail digitale nel panorama nazionale e internazionale, tali informazioni svolgono una precisa funzione, quella di identificare la parte contrattuale, ovvero il venditore, con cui il consumatore andrà a stipulare il contratto di compravendita a distanza.

Per questo motivo, le informazioni devono essere sempre facilmente accessibili e costantemente aggiornate dal professionista.
Queste informazioni devono essere collocate nel footer del sito o nelle Condizioni Generali di Vendita per garantire la loro accessibilità

Un’attenzione particolare merita l’informazione sui contatti

Con il recepimento della Direttiva UE 2019/2161, c.d. Direttiva Omnibus, a opera del D.lgs. n. 26 del 2023, ora viene richiesto all’art. 49 comma 1, lett. c) del Codice del Consumo che il professionista indichi il numero di telefono e l’e-mail, così da consentire al consumatore di contattarlo rapidamente e di comunicare efficacemente con lui.

Non solo. Se il merchant utilizza altri mezzi di contatto con il consumatore è tenuto a garantire la conservazione dei messaggi su un supporto durevole, con indicazione di data e ora di ricezione e invio.
Inoltre, il professionista deve fornire anche le informazioni relative sull’utilizzo di tale altro mezzo.

Il modulo telematico di contatto e assistenza

Un esempio comune è il modulo telematico di assistenza e contatto, sempre più diffuso tra i siti di e-commerce.
Tramite questo strumento di contatto, l’utente-consumatore, dopo aver inserito i propri dati e la descrizione della richiesta, trasmette la comunicazione (previo rilascio del consenso sul trattamento dei dati) e riceve una conferma di ricezione con data e ora via e-mail, assicurando così la conservazione del messaggio.

Un altro strumento spesso presente sui portali e-commerce è la chat. Anche in questo caso, una volta terminata la conversazione con il cliente, il sito dovrebbe consentire di conservare lo scambio di messaggi (ad esempio, tramite un tasto di ‘salva la chat’), sia che si sia svolto interamente con un sistema automatizzato, oppure anche con l’intervento di un operatore fisico.

The State of Ransomware 2024: Italia al 3° posto per numero di attacchi

Lo ha scoperto Sophos, che ha condotto l’ultima edizione del report annuale ‘The State of Ransomware 2024. Con il 68% delle imprese colpite l’Italia è al 3° posto al mondo per numero di attacchi ransomware, dietro solo al Sudafrica, che conta il 69% delle aziende colpite, e la Francia (74%). Inoltre, il numero di attacchi è cresciuto del 3% in un anno.
Tra i Paesi meno colpiti, l’Australia (54%), il Giappone (51%) e il Brasile (44%).

Il ransomware è un programma malevolo che infetta i dispositivi elettronico come smartphone o PC, impedendo al proprietario di accedere a tutti i dati o parte di essi. Nel corso di un attacco ransomware un hacker subordina la rimozione del ‘blocco’ e il rientro alla normale operatività solo dopo il pagamento di una somma di denaro.

Un ottimo investimento per i cybercriminali

Per i criminali della rete gli attacchi ransomware sono sempre più un buon investimento. Nonostante il numero di attacchi sia lievemente diminuito, la media dei riscatti versati dalle vittime è aumentata del 500% nell’ultimo anno, pari a circa 2 milioni di dollari, contro i 400mila dollari del 2023.

Il 63% delle richieste di riscatto ha superato il milione di dollari, mentre il 30% è stata inferiore ai cinque milioni.
Sfortunatamente, si tratta di cifre che non riguardano solo grandi aziende dai fatturati consistenti. Lo scorso anno, infatti, quasi metà (46%) delle organizzazioni con un fatturato inferiore a 50 milioni di dollari ha ricevuto richieste di riscatto a sette cifre.

Oltre al danno ci sono i costi di ripristino

Le stime parlano, inoltre, di un costo medio di ripristino di 2,73 milioni di dollari, in aumento di quasi 1 milione rispetto agli 1,82 milioni di dollari del 2023.
Meno di un quarto (24%) delle aziende che hanno versato un riscatto ha pagato la somma originariamente richiesta, mentre il 44% ha pagato meno di quanto richiesto inizialmente.

Lo ‘sconto’, tuttavia, è minimo. I riscatti pagati sono stati mediamente pari al 94% della cifra richiesta all’inizio. In oltre quattro casi su cinque (82%) i fondi utilizzati per pagare il riscatto sono stati recuperati da più fonti, il 40% è stato recuperato dalle aziende stesse, e il 23% dalle compagnie assicurative. 

Nuovi modi per estorcere denaro

Il 94% delle aziende colpite da ransomware nello scorso anno ha poi affermato che i cybercriminali hanno cercato di compromettere i backup nel corso degli attacchi, si legge su HDBlog.it.

Tale proporzione sale al 99% nel caso degli enti pubblici. Nel 57% dei casi, i tentativi di colpire i backup sono andati in porto, e nel 32% degli incidenti che hanno provocato la cifratura dei dati questi ultimi sono stati anche sottratti (in lieve aumento rispetto al 30% dell’anno precedente), aumentando la capacità degli autori dei cyber attacchi di estorcere denaro alle loro vittime.

Driver e valori lavorativi: 4 generazioni a confronto

I giovani della GenZ entrano nel mondo del lavoro portando una prospettiva diversa rispetto alle generazioni precedenti, contraddistinta dal desiderio di coltivare altre dimensioni della vita personale.
Ma se in generale per la GenZ il lavoro perde centralità, non è così per le giovani donne. Smentendo lo stereotipo che vuole gli uomini nel ruolo di ‘breadwinner’, le donne si rivelano vere e proprie ‘equilibriste’, che per affermarsi nella sfera lavorativa sottraggono tempo al proprio benessere.

Emerge dalla ricerca ‘Oltre le generazioni. Esperienze, relazioni, lavoro’, realizzata dal Centro Studi di Valore D, in collaborazione con Behave Lab dell’Università degli studi di Milano. Lo studio indaga la realtà delle 4 generazioni attualmente attive nel mercato del lavoro, Baby Boomers (BB), GenX, Millennials e GenZ.

Copertura sanitaria o worklife balance?

Copertura sanitaria e stabilità contrattuale sono in cima alla classifica dei driver più importanti per i senior, mentre per Millenial e GenZ prevalgono un aspetto esplorativo e l’importanza del worklife balance.

Per le giovani generazioni anche la possibilità di ottenere congedi è un driver importante. Quello che chiedono è un riconoscimento della genitorialità che vada oltre gli stereotipi di genere.
La motivazione a lavorare sulle proprie competenze accomuna invece tutte le generazioni. Ma se l’upskilling emerge in particolare nella GenZ, il reskilling è una richiesta sentita da un Baby Boomer su tre.

Flessibilità, smart working, sostenibilità cruciali per tutti

Flessibilità e smart working emergono come modalità lavorative cruciali per tutte le 4 generazioni, e vengono richieste in percentuali simili da donne e uomini.
Implementare forme di lavoro sostenibile è un driver necessario al benessere, perché consente di bilanciare lavoro e vita privata. Un’esigenza che non appartiene solo ai giovani.

I BB però si sentono poco valorizzati ed esclusi dalla vita aziendale, nonostante persista la voglia di contribuire attivamente e trasmettere il proprio know-how alle nuove generazioni.
Pur mantenendo un certo grado di autorevolezza tra i colleghi, in molti si percepiscono in un limbo di prepensionamento, uno spreco di capitale umano, in particolare chi ha ancora diversi anni da trascorrere in azienda.

Parola di HR: talento non è sinonimo di giovane

Analogamente, anche la GenZ si trova in una zona d’ombra, a cavallo tra l’ingresso in azienda e la piena partecipazione/riconoscimento nell’organizzazione.
Quasi uno su due (47,8%) percepisce la propria età come un ostacolo a far valere le proprie opinioni con colleghi e responsabili.

I Millennials, invece, sono potenzialmente nella loro golden age nell’attuale mercato del lavoro, ma 1 su 3 considera l’età come un ostacolo per ottenere una promozione, e 1 su 4 riscontra difficoltà nello sviluppo professionale e personale.
Tra gli specialisti Hr e Dei emerge poi la messa in discussione del termine ‘talento’ come sinonimo di giovane età.

Le parole più usate per descrivere il talento in azienda, entusiasmo, curiosità, capacità di adattamento, brillantezza, buona volontà, sono senza limiti anagrafici.