Dopo Great Resignation e Great Regret si affaccia il Great Detachment. E aumentano i quiet quitter

Dopo i fenomeni di Great Resignation e Great Regret, il boom di dimissioni volontarie e relativi pentimenti, si affaccia anche in Italia il Great Detachment: lavoratori rassegnati all’insoddisfazione che rinunciano a cercare una condizione migliore e spengono le proprie energie.

Nel 2025 tra i lavoratori italiani si conferma un diffuso malessere. Secondo la ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, solamente il 17% è pienamente ingaggiato, e appena il 10% ’sta bene’ nelle tre dimensioni lavorative fisica, relazionale, mentale.
Al contempo, aumentano i quiet quitter, che sono il 14% del totale e restano al loro posto facendo il minimo indispensabile senza essere emotivamente coinvolti.

Oggi cambiare lavoro è più rischioso. Cresce la ricerca di protezione e stabilità

Aumento dell’inflazione, timori di una recessione e instabilità economica oggi rendono più rischioso cambiare lavoro, facendo sentire spesso le persone ‘bloccate’ e mentalmente disconnesse.
Ma nell’ultimo anno, l’11% dei dipendenti ha cambiato impiego o ha intenzione di farlo entro 18 mesi (30%). 

Tra chi vuole cambiare impiego la quota di chi sta effettivamente facendo colloqui passa dal 58% al 52%, mentre crolla la quota di chi dopo aver cambiato lavoro si è pentito (56% vs 20%).
Parallelamente, si afferma una crescente ricerca di protezione e stabilità economica. Nella scelta di un nuovo lavoro, dopo il benessere tornano in primo piano tutele del contratto, retribuzione e benefit. Tanto che i servizi di wellbeing più richiesti sono l’assistenza sanitaria e i buoni pasto.

E intanto si diffonde l’AI

In questo contesto, si diffonde l’AI, che in ambito HR può aumentare produttività, engagement e benessere.
Il 45% delle aziende ha già investito in AI a supporto dei processi e il 60% a supporto della produttività individuale, ma le direzioni HR faticano ancora a guidare questa trasformazione e a comprendere come questi strumenti vengono utilizzati al proprio interno.

Nell’ultimo anno, infatti, il 32% dei lavoratori ha utilizzato l’AI nelle sue attività, ma soprattutto soluzioni personali o gratuite reperite online, non quelle fornite dall’azienda. E solo un’azienda su sette analizza l’impatto che i sistemi di AI possono avere sulle attività lavorative.

HR: la sfida principale è lavorare sul senso e il significato del lavoro

“Tra i lavoratori italiani si rileva una crescente frustrazione, attribuibile alla percezione di instabilità del mercato del lavoro, accentuata da conflitti e crisi globali e da retribuzioni spesso inadeguate al costo della vita – afferma Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio HR Innovation Practice -.  Così, a fianco al benessere e all’equilibrio, che continuano a essere le priorità delle persone, si sta affiancando una crescente ricerca di sicurezza e protezione. In questo contesto, la sfida principale per le Direzioni HR nel 2025 è lavorare sul senso e il significato del lavoro, cercando di ovviare al senso di precarietà crescente. In un’epoca di grande trasformazione, tra ricambio generazionale e rivoluzione tecnologica, l’HR deve tracciare la rotta del cambiamento delle organizzazioni, che oggi passa da AI, nuove strategie e nuove competenze”.

Fabbriche intelligenti, la nuova frontiera del settore manifatturiero

Oggi ci troviamo di fronte a una nuova evoluzione del comparto manifatturiero, che si muove verso l’ideale di ‘fabbrica Intelligente’ supportata da sistemi decisionali data-driven.
Nel passaggio da Industria 4.0 a Industria 5.0, l’AI si afferma come uno dei principali abilitatori della trasformazione digitale nei processi produttivi.

In particolare, l’AI prescrittiva si configura come una tecnologia abilitante ad alto impatto, capace non solo di prevedere scenari futuri, come già avviene con la AI predittiva, ma anche consigliare decisioni basate su simulazioni dinamiche, vincoli operativi e obiettivi strategici.
Tra le applicazioni predittive più diffuse emergono i progetti di Data Exploration, Prediction & Optimization Systems, come i sistemi di previsione della domanda, ottimizzazione dei flussi di trasporto o piani di produzione.

La ricetta per diventare smart factory

È in questo contesto che si colloca la collaborazione tra l’Università del Salento e il Gruppo Altea Federation, con Altea UP e Alterna in prima linea nella ricerca e sviluppo di soluzioni intelligenti per la fabbrica data-driven.
Pmi o grandi aziende sono accomunate da un percorso di sperimentazione e trasformazione digitale che non sempre ha una chiara roadmap.

La ricetta per diventare smart factory è necessariamente unica e distintiva, calibrata sulle peculiarità di ciascun modello di business, e necessita di un sapere ‘sartoriale’ per cogliere gli insight a maggior valore, e apportare un significativo miglioramento delle performance.

Il sentiment della trasformazione AI-driven

I modelli prescrittivi elaborati e allenati con la collaborazione dell’Università del Salento applicano il Machine Learning all’analisi dei processi produttivi e logistici di fabbrica.
I progetti di implementazione realizzati dal Gruppo Altea in ambito Manufacturing offrono alcuni dati rappresentativi che forniscono il sentiment di una trasformazione AI-driven.

Tra questi, il 98% di OTD (On-Time Delivery), indice di puntualità nella consegna della commessa e quindi dell’efficienza operativa, il +5% di aumento della produzione, e investimenti che si ripagano annualmente.
Questo, grazie alla continua ottimizzazione operativa valutata sia in base alla riduzione costi/ore uomo su task operativi sia in riferimento all’aumento della capacità produttiva (fino a 700 h/anno di throughput).

Scenari futuri

In un contesto di innovazione guidata dai dati, l’esperienza maturata da Altea UP e Alterna, insieme al contributo accademico dell’Università del Salento, testimonia come sia possibile passare da un approccio predittivo a uno realmente proattivo e adattivo applicando l’AI prescrittiva per l’ottimizzazione dei processi di fabbrica.

Pensando al futuro, quindi, sarà sempre più importante fare tesoro delle tecnologie ICT ormai mature per migliorare la comunicazione tra le persone, abilitando una condivisione trasparente e in tempo reale di dati governati, aggiornati e fruibili.

Lavoro: il glossario delle tendenze 2025 per gli HR

Nel vocabolario del 2025 sono 10 le tendenze del mondo del lavoro più curiose e da tenere d’occhio. In vista della Giornata internazionale dei lavoratori, GoodHabitz ha stilato un glossario per aiutare i professionisti delle risorse umane a riconoscere e a navigare tra le dinamiche emergenti di un panorama in continua evoluzione.

Dalla forza lavoro al recruiting fino alla tecnologia applicata all’Hr, il primo concetto che definisce il lavoro nel 2025 è Quiet cutting.
Il termine si riferisce alle aziende che rimodulano i dipendenti su ruoli diversi piuttosto che licenziarli, riporta Adnkronos. Questa pratica aiuta le aziende a ridurre i costi e a trattenere i talenti, anche se va a scapito delle aspirazioni di carriera dei dipendenti.

Boomerang employees, Green collar jobs, Leadership Blue Ocean

La seconda parola è Boomerang employees. Si tratta di lavoratori che lasciano un’azienda per poi ritornare in seguito.
Il vantaggio per le aziende risiede nella familiarità con la cultura aziendale di questi lavoratori, che spesso rende agevole il reinserimento. Inoltre, porta una ventata di nuove competenze.

Quanto a Green collar jobs, il trend numero tre, definisce i ruoli incentrati su responsabilità ambientale, energie rinnovabili e pratiche commerciali sostenibili. Posizioni che acquisiscono importanza man mano che le aziende si sforzano di raggiungere gli obiettivi ESG.

La quarta tendenza è la Leadership Blue Ocean. Si ispira alla ‘Strategia dell’Oceano Blu’, uno stile di leadership focalizzato sull’innovazione e le opportunità di mercato non sfruttate, per dare priorità alla risoluzione creativa dei problemi.

Leadership empatica, Reverse mentoring, Talent cloud

La Leadership empatica (5) è invece un approccio alla leadership che valorizza le emozioni e le esperienze dei dipendenti, caratterizzato da autenticità, flessibilità e ascolto. Riconoscere i propri errori, condividere emozioni e chiedere supporto non è un segno di debolezza, ma una dimostrazione di forza.

Reverse mentoring (6) riguarda poi una peculiare situazione in cui i dipendenti più giovani insegnano ai colleghi più anziani. Si verifica primariamente nei settori tecnologici e digitali.

La settima parola è Talent cloud. Con la crescita del lavoro da remoto e dei freelance, le organizzazioni attingono a un pool virtuale di professionisti globali ingaggiati su un determinato progetto. Il Talent cloud consente l’accesso ai migliori talenti senza limitazioni geografiche.

Augmented workforce, Neurodiversity Hiring Skill based recruiting

L’Augmented workforce (8) descrive la sinergia tra tecnologia e dipendenti. attraverso l’integrazione di AI e automazione per migliorare la produttività senza sostituire il talento umano, mentre la Neurodiversity Hiring (9) riconosce il valore delle diverse abilità cognitive, ovvero, persone con un funzionamento neurologico diverso dalla norma. Le aziende assumono dipendenti neurodivergenti per le loro capacità uniche di risoluzione dei problemi e pensiero innovativo. 

L’ultimo trend, lo Skill based recruiting (10) riguarda le ‘assunzioni basate sulle competenze’. Invece di basarsi esclusivamente su titoli di studio e credenziali, enfatizzano le capacità pratiche e l’esperienza, rendendo le assunzioni più inclusive e dinamiche.

Lavoro: ad aprile previste 460mila entrate dalle imprese

Ad aprile 2025, sono 460mila le entrate programmate dalle imprese, e 1,5 milioni per il trimestre aprile-giugno.
Rispetto ad aprile 2024, l’incremento della domanda di lavoro è di oltre 13mila unità (+3,0%), e di circa 29mila sul corrispondente trimestre (+1,9%).
A delineare lo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Le previsioni delle imprese dell’industria risultano stabili (+0,3% sul mese e +0,2% sul trimestre), grazie al contributo delle costruzioni (+4,6%, +3,3%), che compensano l’incertezza del manifatturiero (-2,0%, -1,5%).
Positive le aspettative delle imprese dei servizi (+4,0%, +2,5%), per via delle dinamiche registrate dai servizi alle persone (+13,0%, +6,4%) e dai servizi operativi (+11,0%, +8,8%).

Industria: 122mila posti di lavoro programmati

L’industria nel suo complesso programma 122mila entrate nel mese e circa 395mila nel trimestre. In particolare, il manifatturiero è alla ricerca di 77mila lavoratori, che salgono a 247mila nel trimestre. Ma a offrire le maggiori opportunità sono la meccatronica (19mila, 57mila), la metallurgia (14mila, 45mila), l’agroalimentare (13mila, 43mila).

Il comparto delle costruzioni programma invece 45mila entrate per il mese e 148mila nel trimestre.
Bene anche i servizi, che ricercano 338mila lavoratori nel mese e 1,1 milioni entro giugno. Qui, a offrire le maggiori opportunità è la filiera turistica, con 112mila lavoratori ricercati nel mese e 397mila nel trimestre Molteplici anche le richieste da commercio (64mila, 217mila) e servizi alle persone (51mila, 184mila).

Mismatch tra domanda e offerta stabile al 47,8%

Stabile al 47,8% il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, con oltre 219mila profili professionali di difficile reperimento, soprattutto a causa della mancanza di candidati (31,3%, +0,9% rispetto al 2024).
A risentire maggiormente del mismatch sono le costruzioni (62,1%), meccatronica (59,5%), metallurgia (59,4%) e legno-mobile (57,4%).

Tra i profili di più difficile reperimento, il Borsino delle professioni segnala per le professioni intellettuali ingegneri (58,4%) e analisti/specialisti nella progettazione di applicazioni (51,7%).
Tra i tecnici, elevati livelli di mismatch si registrano per i tecnici in campo ingegneristico (68,6%), tecnici della gestione dei processi produttivi (65,4%) e tecnici della salute (64,7%). Per gli operai specializzati, fabbri ferrai costruttori di utensili (70,5%), operai addetti alle rifiniture delle costruzioni (69,1%) e meccanici artigianali (68,5%).

Opportunità per 136.000 under 30

Anche ad aprile, il flusso delle assunzioni è caratterizzato da una prevalenza di contratti a tempo determinato (272mila, il 59,3% delle entrate programmate). La quota di assunzioni che le imprese prevedono di ricoprire ricorrendo a immigrati si attesta al 19,0% delle entrate complessive.
Le imprese sono anche alla ricerca di circa 136mila ‘under 30’, il 30% degli ingressi programmati per aprile.

Maggiori opportunità di impiego per i giovani provengono da servizi finanziari e assicurativi (49,0%), servizi informatici e telecomunicazioni (42,4%), servizi dei media e della comunicazione (40,6%), commercio (40,3%) e industrie della carta (36,9%).
La stagionalità del settore turistico favorisce una più elevata crescita delle assunzioni per Sud e Isole (+14mila mese, +38mila trimestre).

Italia, comunicazione e media: la TV il mezzo preferito, ma il digitale è la quotidianità  

Il 20° Rapporto sulla Comunicazione del Censis evidenzia la crescente importanza dei media digitali. Nel 2025, oltre il 90% degli italiani naviga su Internet e l’89,3% utilizza uno smartphone.

Anche i social network continuano a guadagnare terreno, tanto che sono usati dall’85,3% della popolazione. I giovani prediligono Instagram con il 78,1% di utenti, seguito da YouTube (77,6%) e TikTok (64,2%).

Televisione e radio tengono il passo

Nonostante la trasformazione digitale, la televisione resta il mezzo di comunicazione più diffuso, seguito dal 94,1% della popolazione. Crescono la TV satellitare (47,7%), la web TV (58,4%) e la mobile TV (35%). La radio, con il 79,1% di ascoltatori, dimostra la sua capacità di evolversi: la radio tradizionale aumenta al 46,8% e la radio mobile raggiunge il 25,4%.

Crisi per la carta stampata 

Prosegue invece il calo di affezione della stampa tradizionale. La lettura dei quotidiani cartacei tocca il minimo storico con il 21,7%, registrando una flessione del 45,3% dal 2007. Anche settimanali e mensili registrano numeri in negativo, mentre i quotidiani online si attestano al 30,5%.

La lettura dei libri, dopo un periodo di stabilità, torna a diminuire: nel 2024 i lettori sono scesi dal 45,8% al 40,2%.

I giovani scelgono i social

Tra i giovani, il punto di riferimento per l’intrattenimento e l’informazione è rappresentato dai social network. Instagram, YouTube e TikTok sono le piattaforme più utilizzate, mentre WhatsApp (87,4%) e Telegram (42,9%) si confermano strumenti essenziali di comunicazione.
Anche l’e-commerce assume un ruolo chiave, con il 60,1% dei giovani che utilizza Amazon.

Si spende di più per i nuovi media 

La spesa per i media digitali continua a crescere. Nel 2023, gli italiani hanno investito 14,9 miliardi di euro in dispositivi tecnologici, mentre la spesa per libri e giornali ha subito una riduzione del 37,6% rispetto al 2007.
L’acquisto di apparecchiature informatiche è quintuplicato in 17 anni.

Influencer, è iniziato il declino? 

Solo il 42,6% della popolazione ha una chiara comprensione di cosa sia un algoritmo. Inoltre, il 59,9% si sente condizionato dai motori di ricerca e dai feed social.

Anche gli influencer mostrano segni di declino: il 71,2% degli italiani afferma di non seguirli attivamente, segnando una possibile inversione di tendenza nel fenomeno.

PMI, la sicurezza informatica deve diventare una priorità 

La sicurezza informatica deve essere una priorità per le piccole e medie imprese italiane, che si trovano sempre più esposte a rischi legati alla digitalizzazione. Secondo l’Osservatorio ASUS Business, realizzato in collaborazione con Research Dogma, l’83% delle aziende riconosce l’importanza della cybersecurity quale elemento strategico per la propria attività. Eppure, nonostante questa consapevolezza, molte imprese faticano a implementare misure adeguate per proteggere i propri sistemi e dati sensibili.

Un dato particolarmente allarmante riguarda la scarsa preparazione dei dipendenti: la metà di loro non è in grado di riconoscere un’email di phishing. Questa evidenza rivela quanto le aziende siano esposte agli attacchi informatici.

Le principali vulnerabilità delle piccole e medie imprese

Negli ultimi tre anni, quasi la metà delle PMI ha subito almeno un incidente di sicurezza, mentre una su cinque ha affrontato più di un attacco. Le minacce informatiche non si limitano agli attacchi esterni, ma includono anche problemi interni, guasti tecnologici e furti fisici di dispositivi aziendali. Il caso di CrowdStrike, che ha compromesso la continuità operativa di milioni di aziende in tutto il mondo, dimostra quanto sia fragile l’equilibrio della sicurezza informatica per le imprese.

Un altro aspetto preoccupante riguarda il furto di dotazioni informatiche: il 5% delle PMI ha subito il furto di laptop, server o altri dispositivi, con conseguenze dirette sulla protezione dei dati aziendali.

Il ruolo dei dipendenti nella sicurezza aziendale

Il coinvolgimento dei dipendetti è uno degli aspetti più delicati della cybersecurity. Il 68% delle PMI che ha subito attacchi ha registrato un impatto negativo sulle attività aziendali, con una riduzione della produttività in più della metà dei casi. Un dato ancora più grave evidenzia che il 15% delle imprese ha visto gli stessi lavoratori quali inconsapevoli “complici” del problema, a causa di errori nell’uso degli strumenti informatici e della scarsa attenzione ai tentativi di phishing.

Nonostante questi rischi, solo il 35% delle aziende ha avviato programmi di formazione sulla sicurezza informatica, lasciando quindi il personale impreparato. Basti pensare che l’autenticazione a più fattori, una soluzione semplice ma efficace per prevenire accessi non autorizzati, è adottata da meno del 40% delle PMI.

Il rischi legati al lavoro da remoto 

L’aumento del lavoro ibrido ha amplificato la vulnerabilità ai cyber-attacchi, esponendo le PMI a nuove minacce. Dall’introduzione dello smart working, il 62% delle imprese ha registrato un incremento dei tentativi di attacco, ma meno della metà ha implementato soluzioni specifiche per proteggere i dipendenti in mobilità. Le principali problematiche derivano dall’uso di reti Wi-Fi domestiche non sicure, dalla mancanza di strumenti adeguati per la protezione dei dati e dall’uso di dispositivi personali per attività lavorative.

Secondo Massimo Merici, System Business Group Director di ASUS Italia, le imprese devono investire in soluzioni avanzate per garantire la continuità operativa e proteggere i dati sensibili. Tecnologie come il BIOS aziendale, il riconoscimento biometrico e il chip TPM 2.0 offrono livelli di sicurezza più elevati e contribuiscono a rafforzare la difesa informatica.
Il futuro della sicurezza informatica nelle PMI italiane dipende perciò dalla capacità delle aziende di adottare strategie efficaci e di investire in formazione e tecnologia.

Industria lombarda: i dati del quarto trimestre 2024 

Emerge dalle elaborazioni del Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi: secondo l’analisi tendenziale, nel quarto trimestre 2024 l’industria dell’area metropolitana milanese in un anno è cresciuta del +1,5% per la produzione, meglio del dato lombardo (+0,2%).

Se si considera il fatturato, sempre nel confronto con il quarto trimestre 2023, la crescita è del 2,5% a livello locale e  +1,3% regionale. In relazione al portafoglio ordini, la crescita rispetto al quarto trimestre 2023 è del +2%, con la performance milanese in linea con la manifattura lombarda (+2,2%).
Quanto ai mercati esteri milanesi, l’andamento è migliore (+2,6%) rispetto alla componente interna (+1,6%), ma gli ordini esteri lombardi crescono maggiormente (+4,1%).

Milano, tenuta congiunturale per produzione e fatturato

Nel quarto trimestre 2024 il quadro della produzione industriale milanese delinea una tenuta congiunturale rispetto al terzo trimestre 2024 (+0,1% destagionalizzato), ma tiene anche il fatturato (+0,2%).
Il dato lombardo è in linea col dato milanese per la produzione (+0,0% in regione) e lievemente meglio per l’andamento del fatturato locale (+0,5% per la Lombardia, destagionalizzato).

Per gli ordini interni il dato congiunturale è in lieve crescita per l’industria milanese, con un +0,7%, meglio della manifattura lombarda (+0,4% destagionalizzato), mentre negli ordini esteri la performance milanese risulta in lieve calo (-0,3%) rispetto al dato lombardo (+1,1% destagionalizzato). 

Cala l’export della manifattura brianzola

La crescita tendenziale della capacità produttiva colloca i volumi prodotti a un livello stabile rispetto al quarto trimestre 2023 (+ 0,0%), in linea con il dato lombardo (+0,2%). Nello stesso periodo, i dati della manifattura brianzola per fatturato (+3,1%) sono migliori rispetto al dato lombardo (+1,3%). Sempre rispetto al quarto trimestre 2023, il portafoglio ordini del manifatturiero brianzolo evidenzia una tenuta reale minore rispetto a quella in Lombardia (rispettivamente +0,1% e +2,2%).

A livello congiunturale si evidenzia invece un lieve calo. Il quarto trimestre 2024 registra rispetto al terzo trimestre 2024 un -0,4% destagionalizzato per la produzione industriale, mentre migliora il fatturato (+0,5% destagionalizzato). In calo anche le commesse acquisite dai mercati esteri (-2,6% destagionalizzato), stabili quelle interne (+0,1%).

Lodi: anno e trimestre col segno più

Nel quarto trimestre 2024, rispetto all’anno precedente si verifica un trend di crescita per la produzione lodigiana. Relativamente all’analisi tendenziale, raffrontata al quarto trimestre 2023, l’aumento della produzione si attesta a +1,2%, performance migliore rispetto al dato lombardo (+0,2%). In relazione al fatturato, nel confronto con il quarto trimestre 2023, il recupero si attesta a +2%, superiore per intensità al dato regionale (+1,3%)
Anche gli ordini in un anno sono in crescita (+1%) ma meno rispetto al +2,2% lombardo. 

Segno positivo, rispetto al trimestre precedente, per il trend congiunturale della produzione industriale (+0,4% destagionalizzato), accompagnato dall’aumento del fatturato (+0,8% destagionalizzato).
Crescono poi le commesse acquisite dai mercati interni (+0,8% destagionalizzato), mentre gli ordini esteri risultano stabili, con un -0,1%. 

Cybersicurezza: nella PA diminuiscono gli incidenti informatici gravi

Emerge dall’ultimo report di Kaspersky Managed Detection and Response (MDR): nel 2024 la Pubblica Amministrazione ha registrato una diminuzione significativa del numero di incidenti informatici gravi causati da errori umani.
Al contrario,  nei settori alimentare, informatico, delle telecomunicazioni e industriale è stato riscontrato un aumento rispetto al 2023.

Questo report annuale fornisce approfondimenti sugli incidenti registrati, sulla loro tipologia e sulla loro distribuzione in vari settori e regioni geografiche d’Italia. Inoltre, indica le tattiche, le tecniche e gli strumenti più utilizzati dai cybercriminali nel corso dell’anno precedente, basandosi sui dati degli incidenti rilevati e analizzati dalla divisione Managed Detection and Response.

L’IT è più a rischio di “errori umani” 

Se l’anno passato i settori dei mass media, dello sviluppo e delle telecomunicazioni hanno registrato un aumento significativo del numero di incidenti, quanto a quelli più gravi, ovvero, quelli causati direttamente dall’uomo, emerge una notevole differenza nella loro distribuzione.
Nel 2024, il team MDR ha rilevato che la maggior parte degli incidenti gravi si sono verificati nel settore IT (23%), seguito dalla PA (18%) e da quello industriale (18%).

Il report sottolinea però una diminuzione significativa degli incidenti ad alta intensità nella PA nel settore dello sviluppo, a fronte di un aumento nel settore alimentare.
Inoltre, si è registrata una crescita relativamente elevata del numero di incidenti nel settore industriale e un leggero incremento nella vendita al dettaglio, nell’informatica e nelle telecomunicazioni.

Nel settore alimentare incidenti più gravi 

Tuttavia, nonostante il settore dei mass media abbia registrato un incremento sostanziale degli incidenti complessivi, questa tendenza non si è tradotta in un corrispondente aumento degli incidenti gravi. Molti tentativi di attacco sono stati rapidamente individuati e mitigati, impedendo che la gravità  superasse i livelli medi.

“Nel 2024, abbiamo osservato un cambiamento nel panorama delle minacce informatiche, con gli incidenti più gravi che si sono verificati nel settore alimentare, sottolineando la necessità di intervenire con misure di sicurezza informatica – commenta Sergey Soldatov, Head of Security Operations Center di Kaspersky. – Sebbene il numero complessivo di incidenti sia aumentato in settori come telecomunicazioni e mass media, la resilienza dimostrata nel rilevare e neutralizzare rapidamente le minacce evidenzia l’importanza di adottare misure proattive”.

Le tecnologie avanzate non bastano: serve la supervisione di esperti

“Poiché gli attaccanti perfezionano costantemente le loro tattiche, anche le aziende devono adattarsi investendo in solide soluzioni di cybersecurity che combinano tecnologie avanzate e la supervisione di esperti”, aggiunge Soldatov.
Per rafforzare la protezione aziendale contro gli attacchi più sofisticati, gli esperti consigliano di adottare soluzioni di cybersecurity efficaci, affidarsi a professionisti qualificati per la loro gestione o implementare servizi di sicurezza gestiti, che offrono una gestione completa degli incidenti, dall’identificazione delle minacce fino alla protezione continua e al ripristino.

Grazie a queste soluzioni, le aziende possono difendersi efficacemente dagli attacchi informatici avanzati, analizzare gli incidenti e ricevere supporto da esperti. Anche nel caso in cui non dispongano di personale dedicato alla sicurezza.

Flessibilità: per le aziende non è un’opzione ma una necessità

Oggi le aziende si stanno orientando verso modelli organizzativi sempre più flessibili, integrando nei loro team anche freelance e contractor. Questo non è più solo un fenomeno temporaneo, ma un’evoluzione strutturale dell’organizzazione, che consente alle imprese di essere più agili e competitive.
Insomma, il panorama del lavoro sta attraversando una trasformazione radicale, dove la flessibilità non è più un’opzione, ma una necessità strategica.

“Nella nostra attività quotidiana osserviamo come le aziende siano sempre più orientate verso modelli organizzativi che integrano professionisti freelance e contractor – conferma Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati -. Non si tratta più solo di una soluzione temporanea, ma di un ripensamento strutturale dei modelli organizzativi”. 

“La vera sfida è mantenere una cultura aziendale coesa in un contesto sempre più fluido”

Si tratta di una trasformazione che investe immancabilmente anche i ruoli executive.
“I manager di oggi devono sviluppare competenze specifiche per gestire team sempre più diversificati e dinamici – aggiunge l’head hunter -. La capacità di coordinare gruppi composti sia da professionisti permanenti sia da professionisti flessibili è diventata una competenza chiave.

In tutto ciò, “La vera sfida per le aziende – prosegue l’esperta – è riuscire a mantenere una cultura aziendale coesa in un contesto sempre più fluido. Le organizzazioni devono sviluppare strategie specifiche per l’integrazione efficace dei lavoratori flessibili, garantendo engagement e continuità operativa”.

“La chiave è sviluppare sistemi di knowledge management efficaci”

Nel suo ruolo di osservatrice privilegiata del mercato del lavoro, l’head hunter evidenzia alcune criticità.

“Molte aziende stanno affrontando sfide nella gestione delle competenze in un contesto di elevata flessibilità. La chiave è sviluppare sistemi di knowledge management efficaci, che permettano di preservare il know-how aziendale anche in presenza di collaborazioni più dinamiche. Non è solo una questione di costi – precisa Adami -. La flessibilità permette di accedere a competenze specializzate che sarebbe impossibile mantenere internamente in modo permanente. È un vantaggio strategico che sempre più organizzazioni stanno imparando a valorizzare”.

Retention: “Le aziende devono ripensare completamente le strategie di fidelizzazione”

Il tema della retention assume poi nuove sfumature in questo contesto.
“Le aziende devono ripensare completamente le loro strategie di fidelizzazione – puntualizza ancora l’esperta -. Non si tratta più di trattenere le persone a tempo indeterminato, ma di costruire relazioni di lungo periodo anche con professionisti che collaborano in modo flessibile. La trasformazione in atto richiede un ripensamento profondo dei modelli organizzativi tradizionali -conclude l’head hunter -. Le aziende che sapranno abbracciare questa evoluzione, creando ambienti di lavoro davvero inclusivi per tutte le tipologie di collaborazione, saranno quelle che emergeranno come leader nei rispettivi settori”.

Privacy e sicurezza: l’Italia è divisa dal digital gap

L’Italia soffre gli effetti del digital divide culturale: un italiano su quattro (25%) ritiene indispensabile ripensare la privacy nell’era digitale, mentre il 24% non condivide questa necessità. Inoltre, se nei Grandi Centri il 30% è convinto dell’importanza di ridefinire il concetto di privacy, contro un 20% che non lo ritiene necessario, nei Piccoli Centri le percentuali sono praticamente invertite.

Di fatto, i Grandi Centri, più esposti alle sfide tecnologiche e ai temi legati alla privacy, percepiscono la questione come più urgente, mentre nei Piccoli Centri appare meno rilevante. 
Emerge dal Rapporto Privacy e Sicurezza dell’Osservatorio della Fondazione per la Sostenibilità Digitale.

Le due velocità della sostenibilità digitale

I cittadini digitalizzati e sensibili alla sostenibilità mostrano maggiore fiducia nel cambiamento. Chi, invece, non utilizza il digitale ma è attento alla sostenibilità riconosce il potenziale impatto delle tecnologie, pur manifestando maggiore cautela. Il 40% invece non è digitalizzato né sostenibile: 4 italiani su 10 appaiono ignari o indifferenti al problema 

I social network però sono percepiti da molti italiani come strumenti con un potere eccessivo nel condizionare i comportamenti.
Complessivamente, il 52% degli intervistati ritiene che questa influenza sia significativa, il 23% la considera molto elevata, mentre il 25% la giudica irrilevante. 

Regolamentazione tra incertezza e incoerenza

Per quanto riguarda la regolamentazione, emerge una situazione di incertezza e incoerenza. Il 22% degli italiani richiede interventi governativi più rigidi, e se complessivamente, circa il 50% degli intervistati concorda sulla necessità di una regolamentazione più severa, solo il 24% degli italiani presta sempre molta attenzione alla privacy altrui quando pubblica contenuti online.

Le persone digitalizzate e attente alla sostenibilità si dimostrano le più scrupolose, con il 40% che verifica sempre l’impatto delle proprie azioni e il 46% che lo fa con regolarità.
Anche gli utenti non digitalizzati, ma sensibili alla sostenibilità, pur avendo meno competenze digitali, mostrano una discreta attenzione alla privacy altrui quando pubblicano sui social.

Personalizzazione: una questione che genera ambivalenza

La protezione della privacy è percepita come una priorità per il 34% degli intervistati, mentre il 20% non la considera tale. Questa percezione varia significativamente tra Grandi e Piccoli Centri.
Spostando l’attenzione sul rapporto tra privacy e personalizzazione dei servizi digitali, emerge una certa ambivalenza. Il 45% degli italiani ritiene che la privacy sia ‘poco o per nulla’ sacrificabile rispetto alla personalizzazione, ma nei Piccoli Centri questa percentuale scende al 39%.

In generale, i dati rivelano che sebbene la privacy sia riconosciuta come una priorità, nei Piccoli Centri questo tema non sembra ancora radicato.
Qui, l’attenzione alla protezione dei dati appare percepita come una questione astratta o lontana, a differenza dei Grandi Centri, dove l’importanza della privacy è più consolidata.