Cybercrime: in Europa “persi” 300 miliardi di euro

Italia, Francia, Germania e Spagna negli ultimi cinque anni hanno perso circa 300 miliardi di euro a causa degli attacchi informatici.
Nonostante la crescente frequenza e sofisticazione delle minacce, in Europa oltre il 70% delle imprese non dispone di una polizza assicurativa contro i rischi cyber.

A rivelarlo è una ricerca del broker assicurativo globale Howden, che mette in luce l’urgente necessità di colmare il significativo divario di protezione che affligge il continente.
Secondo il report, il 49% delle aziende intervistate ha subito almeno un attacco tra il 2020 e il 2025. 

Proteggersi non è solo necessario ma anche conveniente

L’adozione di misure di sicurezza e adeguate coperture assicurative avrebbe potuto prevenire perdite per 204 miliardi di euro, dimostrando che la protezione non solo è necessaria, ma anche economicamente conveniente.

Un’azienda con un fatturato annuo di 500 milioni di euro, ad esempio, potrebbe risparmiare circa 16 milioni di euro in dieci anni grazie a una polizza, ottenendo un ritorno sull’investimento del 19% solo in termini di prevenzione e minor gravità degli attacchi.
L’assicurazione non è più un semplice strumento finanziario, ma una componente strategica della resilienza aziendale.

“Un elemento chiave per garantire continuità operativa e conformità normativa”

“In un contesto in cui le minacce informatiche diventano sempre più sofisticate e mirate è fondamentale che le aziende adottino un approccio proattivo alla gestione del rischio – ha commentato Roberto Panzeri, Head of Financial Lines Howden -. Una strategia integrata è perfettamente in linea con le direttive europee come la NIS2 e il DORA.”

Questo approccio diventa ancora più critico per le Pmi. “Spesso meno strutturate rispetto alle grandi imprese, le piccole e medie imprese sono particolarmente esposte agli attacchi informatici – ha spiegato Anthea Vasta, Specialty Manager Howden -. Per loro, una polizza cyber non è solo uno strumento di protezione finanziaria, ma un elemento chiave per garantire continuità operativa e conformità normativa.”

“Il divario nella protezione informatica è una questione sociale”

Il mercato assicurativo cyber in Europa offre significative opportunità di crescita. Il 31% delle aziende con un fatturato superiore a 1 milione di euro prevede di acquistare una polizza nei prossimi cinque anni. Tuttavia, riporta Adnkronos, il mercato deve fare di più per comunicare questo valore e semplificare la sua offerta.

“Il divario nella protezione informatica è una questione sociale che richiede un’attenzione urgente – aggiunge Shay Simkin, Presidente, Global Cyber, Howden -. Attraverso una maggiore copertura assicurativa e una maggiore consapevolezza sull’implementazione, possiamo supportare le aziende nel migliorare la loro resilienza informatica e proteggerle dalla perdita di ricavi”.

Bollette sempre più care: le imprese italiane fanno i conti con l’energia

Le imprese italiane, in particolare quelle medie e piccole, si trovano a dover fare i conti con il caro energia. Ma non solo: devono vedersela anche con uno squilibrio rispetto ai Paesi vicini: ad agosto le imprese italiane hanno pagato l’energia molto più della concorrenza europea. Ben il 41% in più rispetto alla Germania e il 26% in più rispetto alla Francia.
Una differenza che si fa sentire soprattutto nelle piccole aziende, dove oltre una su quattro ha visto la bolletta crescere addirittura tra il 50 e il 100%.

Così i margini si assottigliano

Quando i costi energetici salgono così tanto, i primi a soffrire sono i margini. Il 69% delle microimprese dichiara di guadagnare meno, percentuale che arriva al 75% nelle aziende di medie dimensioni.
Non si tratta solo di utili ridotti: in molti casi si rinviano investimenti (13% delle piccole e 12% delle medie) e in alcuni casi si riduce la produzione e il fatturato.

L’incertezza pesa sulle piccole imprese

Il vero problema, però, è che molte piccole aziende non sanno come reagire. Il 42% delle Pmi non ha una strategia per contenere i costi energetici, contro il 18% delle medio-grandi.
E questa incertezza arriva in un momento complicato, segnato anche dai nuovi dazi introdotti dagli Stati Uniti.

Il ruolo del Mediterraneo 

Alla Conferenza nazionale delle Camere di commercio, in corso a Cagliari, il presidente di Unioncamere Andrea Prete ha ricordato come la transizione energetica sia una priorità: “Il Mediterraneo, oggi, è tornato al centro del mondo, tra crisi globali e nuove opportunità. Servono scelte coraggiose”.

Tra le iniziative in campo ci sono le comunità energetiche rinnovabili, piccoli impianti fotovoltaici pensati per i territori, che potrebbero aiutare a diffondere la cultura delle rinnovabili anche nelle realtà locali.

Energia e investimenti: una criticità da risolvere in fretta

Secondo Eurobarometro, il costo dell’energia è diventato la seconda barriera agli investimenti per le imprese italiane, segnalato dal 24% delle aziende (era solo il 13% cinque anni fa).
Anche il Fondo monetario internazionale conferma che nei primi otto mesi del 2025 i prezzi restano circa il 30% più alti rispetto alla media del 2019.

Opportunità o no?

Il nostro Paese, che ancora oggi dipende per l’80% da fonti fossili estere, dovrà investire – secondo il Piano nazionale energia e clima – 174 miliardi di euro per cambiare rotta.

Quasi metà delle imprese (47,2%) vede in questo percorso un’opportunità, ma un terzo teme costi più alti e nuova burocrazia. La sfida sarà trasformare la transizione energetica in un’occasione di crescita, e non in un altro ostacolo.

Giovani talenti: più sono, più l’azienda è vincente

Lo dimostrano le analisi Unioncamere-Centro studi Tagliacarne, presentate dal presidente di Unioncamere, Andrea Prete, al Meeting di Rimini: rispetto alle imprese con una bassa presenza di under30 quelle in cui i giovani sono numerosi risultano più innovative e proattive. In pratica, investono maggiormente nelle tecnologie 4.0 (44% contro 35%) e sono più produttive.

In particolare, la produttività del lavoro delle aziende “giovani” è superiore del 2,5% rispetto alle altre, e diventa del 7,2% quando adottano anche strategie per trattenere e attrarre talenti.
Ma non è tutto: le imprese che impiegano under30 si attendono in misura maggiore anche un aumento del fatturato (38% contro 35%), dell’export (38% contro 30%) e degli occupati (21% contro 18%). 

Non sempre è facile reperire lavoratori under30

“In un contesto come quello attuale, è necessario uno sforzo comune per accrescere il legame tra imprese e giovani, che possono essere la carta vincente per sostenere  e accrescere la competitività del nostro sistema produttivo”, sostiene Prete. 

Emerge però difficoltà a reperire lavoratori giovani. Stando alle previsioni del Sistema Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel quinquennio 2025-2029 si assisterà a un mismatch tra domanda e offerta di lavoratori giovani che, in particolare, riguarderà quelli con un’istruzione di livello terziario. Per i percorsi a indirizzo ingegneristico potranno mancare tra 7mila e 10mila giovani in uscita dalle Università ogni anno, e per i percorsi scientifici (scienze matematiche, fisiche e informatiche) sono previsti 3mila-5mila laureati in meno.

Fenomeno Neet: Italia al secondo posto in Europa

Per i percorsi economico-statistico, invece, potranno mancare tra 12mila e 17mila giovani laureati, e per quelli medico-sanitario circa 7mila-8mila.
“Malgrado i miglioramenti sul fronte occupazionale – sottolinea Prete -, c’è ancora un alto numero di Neet, giovani che non lavorano né seguono un percorso scolastico o formativo, che pone l’Italia al secondo posto in Europa, dopo la Romania”. 

Secondo Prete, esiste inoltre un problema di ricambio generazionale, che investe direttamente anche le imprese. I dati del Registro delle Camere di commercio, al primo trimestre 2025, indicano che l’11% dei titolari di impresa ha 70 o più anni (320 mila in valore assoluto).

Un quinto della domanda di lavoro è “straniera”

“Attrarre talenti e integrare l’attuale forza lavoro con l’apporto di immigrati –aggiunge il presidente di Unioncamere – sono strategie indispensabili per far fronte alle necessità produttive: tra il 2025 e il 2029, si stima un fabbisogno da parte dei settori privati di circa 617mila lavoratori stranieri, corrispondente a oltre un quinto della domanda totale di lavoro, pari al 21,1%, con una forte concentrazione nelle regioni del Nord e del Centro Italia. La Lombardia, in particolare, prevede la necessità di oltre 146mila unità, pari al 24% del totale”. 

Caro carburanti: quanto spendono gli italiani? E gli altri europei?

Quanto spenderanno quest’estate per il carburante gli italiani? Sicuramente più degli altri cittadini europei.
Secondo gli ultimi dati ufficiali della Commissione Europea a luglio la benzina costava in media 1,729 euro a litro e il diesel 1,663, ovvero, il 2% e il 4% in più rispetto a un mese fa. 

Facile.it ha calcolato che per un’auto familiare che percorre 2.500 km, ad esempio, Milano – Lecce andata e ritorno, più qualche piccola escursione durante il soggiorno, occorrono 285 euro di benzina, 216 euro se la vettura è diesel.
Ma come se la passano gli altri viaggiatori europei? Per rispondere alla domanda Facile.it ha analizzato il prezzo del carburante nei 27 Paesi UE scoprendo che l’Italia è uno dei paesi più cari del continente.

Benzina: a noi costa il 6% in più rispetto alla media europea

Nonostante l’automobile resti il mezzo preferito dagli italiani per andare in vacanza, gli italiani spenderanno decisamente più di quanto non faranno gli automobilisti del resto d’Europa per percorrere gli stessi chilometri.

Per la benzina, gli italiani spendono il 6% in più rispetto alla media europea, addirittura il 7% in più per il diesel, valori che fanno guadagnare alla nostra nazione, rispettivamente, il quarto e quinto posto tra gli stati più costosi dell’Unione.
Dati alla mano, ad esempio, per un viaggio da 2.500 km entro i confini nazionali, gli austriaci spendono 253 euro in benzina, l’11% in meno rispetto all’Italia, mentre agli spagnoli, per un tour on the road di pari lunghezza, sono sufficienti 246 euro (-14%).

I bulgari spendono il 30% in meno

Il prezzo della benzina scende ulteriormente se ci si sposta verso Est. In Romania e Polonia per un viaggio in auto da 2.500 km si spendono circa 230 euro, il 19% in meno rispetto al Bel Paese.

Ma i più fortunati del continente sono risultati gli automobilisti bulgari. Per percorrere 2.500 km in auto servono appena 203 euro di benzina, il 30% in meno rispetto all’Italia.
Va peggio di noi solo a danesi, olandesi e greci. Se per gli ellenici il conto è di poco superiore al nostro (+1%), per un viaggio in auto nel Paese dei mulini a vento la cifra sale a 314 euro (+10%) e arriva a sfiorare 320 euro in Danimarca (+12%).

Diesel: lo scenario cambia poco

Lo scenario cambia di poco se si considerano i veicoli alimentati a diesel. L’Italia, come detto, è il quinto Paese più caro dell’Unione e per un viaggio da 2.500 km occorrono 216 euro. In Germania, si spendono 210 euro (il 3% in meno), in Svezia 196 euro (-9%), mentre in Spagna sono sufficienti appena 185 euro (-14%).

E se i più sfortunati continuano a essere i danesi, che per un tragitto di pari lunghezza devono mettere a budget 231 euro (+7% rispetto agli automobilisti italiani), questa volta i più fortunati sono i maltesi, che per spendono appena 157 euro.

Nuove imprese: nel secondo trimestre 2025 il miglior saldo degli ultimi 5 anni

Emerge dall’analisi trimestrale Movimprese condotta da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio: nel secondo trimestre 2025 in Italia sono nate 80.205 nuove imprese e 47.405 hanno cessato l’attività. Tra iscrizioni e cessazioni i mesi tra aprile e giugno si chiudono con un saldo positivo di 32.800 imprese, il miglior risultato degli ultimi cinque anni nello stesso periodo.

I numeri del secondo trimestre confermano una vitalità diffusa del sistema produttivo nazionale. Il tasso di crescita si attesta allo 0,56%, in accelerazione rispetto allo 0,50% dello stesso trimestre del 2024, mentre al 30 giugno 2025 lo stock complessivo raggiunge quota 5.885.209 unità.

Lazio e Lombardia locomotive della crescita

Con un tasso del +0,62% il Centro Italia si distingue per il ritmo più sostenuto di ampliamento della base imprenditoriale, con il Lazio che registra un saldo attivo di 4.679 imprese e una variazione positiva dello 0,79%.

Il Nord-Ovest, con 8.898 imprese, conferma il proprio peso sul panorama nazionale. La Lombardia si attesta come prima regione per stock di imprese registrate (948.382), mostrando un saldo positivo di 6.180 unità nel trimestre, +0,66%. Il Nord-Est registra un incremento di 5.641 imprese, portando il numero complessivo a 1.103.717 e un tasso di crescita dello 0,51%, mentre, nel Mezzogiorno è la Puglia a evidenziare un dinamismo superiore alla media nazionale con un saldo positivo di 2.508 imprese e una crescita dello 0,67%. Piemonte e Toscana condividono il saldo attivo di 1.885 nuove imprese, segnalando un miglioramento dei rispettivi contesti territoriali.

Boom delle società di capitali

Per quanto riguarda le forme giuridiche, la spinta più forte arriva dalle società di capitali che nel trimestre registrano un saldo attivo di 19.985 unità (28.462 nuove iscrizioni, 8.477 cessazioni). La crescita dell’1,03% rispetto al trimestre precedente conferma il progressivo consolidamento dell’impresa strutturata come modello di riferimento per i neo-imprenditori.
Le ditte individuali mantengono il primato numerico (2.941.345 unità) con 12.771 imprese in più rispetto alla fine di marzo, +0,43%.

In controtendenza le società di persone, che segnano un saldo negativo di 290 unità, determinato da un numero di cessazioni (4.150) superiore alle iscrizioni (3.860, -0,04%). Le altre forme giuridiche chiudono il trimestre con un saldo positivo di 334 imprese e una crescita dello 0,19%.

Una vivacità generalizzata tra i settori

Dal punto di vista settoriale il bilancio evidenzia una vivacità generalizzata, ma con punte particolarmente interessanti nei comparti a più alto valore aggiunto e nei servizi alla persona e all’impresa.

Il settore delle costruzioni registra il saldo positivo più elevato in termini assoluti (5.448 nuove imprese), seguito dalle attività dei servizi di alloggio e ristorazione (4.595) e le attività professionali, scientifiche e tecniche (3.368, +1,31%).
Si segnala una crescita marcata anche nelle attività finanziarie e assicurative (+1,62%, 2.298), nella fornitura di energia elettrica, gas e aria condizionata (+1,55%, 225) e nel settore dell’istruzione privata (+1,45%, 528).

IA: perché può contribuire al benessere sul luogo di lavoro?

L’intelligenza artificiale non incide solo sulla produttività. Secondo un’indagine condotta da Jabra in collaborazione con l’Happiness Research Institute, può anche migliorare il benessere emotivo dei lavoratori.

La ricerca ha coinvolto oltre 3.700 professionisti in 11 Paesi, Italia inclusa, per capire come l’impiego degli strumenti di IA stia trasformando non solo i processi, ma anche la qualità della vita lavorativa e personale.

L’Italia c’è 

Nel campione globale, 363 lavoratori italiani hanno raccontato il loro rapporto con l’intelligenza artificiale. Il 54% dichiara di usarla regolarmente nella sfera privata, mentre il 48% ne fa uso anche in ambito professionale. I comportamenti e le percezioni rilevate nel nostro Paese si allineano a quelli registrati a livello internazionale.

Più IA, più gratificazione sul lavoro

Emergono dati interessanti: chi utilizza frequentemente l’IA tende a sentirsi più realizzato. Il 78% degli utenti abituali afferma di raggiungere più facilmente i propri obiettivi, rispetto al 63% di chi la usa sporadicamente. Anche le prospettive di carriera sembrano migliori: il 70% degli utilizzatori regolari percepisce maggiori possibilità di crescita, contro il 38% tra chi la usa raramente.

Chi si affida con costanza all’IA è anche più fiducioso rispetto al futuro del proprio lavoro: quasi la metà crede che il proprio ruolo resterà stimolante e soddisfacente nel tempo, mentre meno di un terzo degli altri condivide lo stesso ottimismo.

Soddisfazione professionale e benessere personale

Un altro dato emerso è la forte connessione tra soddisfazione sul lavoro e qualità della vita. Chi è felice in ambito professionale ha da quattro a cinque volte più probabilità di esserlo anche nel privato.
Due persone su tre che si sentono realizzate nella loro carriera dichiarano un elevato livello di benessere personale.

Non solo efficienza: ci vuole anche empatia

Per Meik Wiking, fondatore dell’Happiness Research Institute, serve un cambio di prospettiva: “Non possiamo limitarci a valutare l’IA in termini di resa. Dobbiamo capire come influisce sulla motivazione e sulla percezione del futuro”.

Lo stress tecnologico? Dipende da come lo si vive

Non mancano però le difficoltà, come riferisce Adnkronos. Gli utenti abituali dell’IA riportano un incremento del 20% nei livelli di stress. Le cause? La necessità di adattarsi rapidamente, imparare nuove funzioni e interpretare correttamente i risultati prodotti dai sistemi.

Allo stesso tempo, uno stress moderato può rappresentare un segnale di impegno: quando non è sopraffazione, è spesso accompagnato da maggiore concentrazione e soddisfazione.

Un futuro da scrivere

Nonostante il crescente interesse, molti professionisti non hanno ancora integrato l’IA nel loro lavoro quotidiano. È un momento cruciale per le aziende, che hanno l’opportunità di progettare strumenti capaci di migliorare sia l’efficienza che l’esperienza umana.

Come sottolinea Paul Sephton di Jabra, “il futuro del lavoro non sarà solo basato sulla tecnologia, ma anche sulla capacità di creare ambienti dove benessere e innovazione camminano insieme”.

ESG: imprese lombarde seconde in Europa per sostenibilità

La ricerca condotta dal Centro Studi di Assolombarda valuta il grado di sostenibilità economica, ambientale e sociale dell’ecosistema imprenditoriale lombardo confrontandolo con altre regioni motore d’Europa (Baden-Württemberg, Cataluña, Auvergne-Rhône-Alpes, Bayern).
In termini di sostenibilità economica, la Lombardia si posiziona ai primi posti tra i benchmark per ricchezza generata/produttività, nonché per proiezione internazionale.

Nel 2023 a parità di potere d’acquisto la Lombardia è in seconda posizione per Pil pro-capite, mentre le esportazioni sono cresciute del 47,2% tra il 2015-2024.
Ma se il tasso di disoccupazione è ai minimi storici il bacino di forza lavoro è ristretto e in previsione si caratterizza per un calo ulteriore a causa di fattori demografici.

Sostenibilità ambientale

Dal 2015 la regione ha ridotto i consumi finali di energia (-9,7% 2022). Tra il 2015-2022 le emissioni di gas serra sono diminuite del -5,6% (industria -21,8%), ma quelle pro-capite restano più elevate rispetto alle altre regioni.
A partire dal 2015 la produzione di rifiuti urbani pro-capite è stabile, ma per quota di rifiuti conferiti a raccolta differenziata la Lombardia primeggia (73,9% nel 2023).

Con riferimento alla biodiversità, il 42,7% del territorio lombardo è costituito da terreno coltivabile. Tuttavia, solo il 5,9% è dedicato ad agricoltura biologica (2020), una percentuale inferiore a tutte le regioni benchmark.
Resta critica la qualità dell’aria, anche a causa della conformazione orografica sfavorevole. Nonostante qualche miglioramento negli ultimi anni, i livelli di inquinamento rimangono elevati.
Tra il 2015-2024 le concentrazioni di NO2, PM10 e PM2,5 sono scese meno che in tutti i benchmark.

Sostenibilità sociale

Su questo versante, la regione fa registrare la più bassa percentuale di persone a rischio povertà o esclusione sociale (14,1% 2024), nonché un tasso di disoccupazione di lungo periodo sceso all’1,3% nel 2024.
L’aspettativa di vita alla nascita ha raggiunto un record storico nel 2023 (84,3 anni).

Nell’ambito dell’istruzione, spicca una netta riduzione nel tasso di abbandono scolastico, ma permane un forte divario nell’istruzione universitaria per quota di laureati nella popolazione. 
Riguardo ai giovani, negli ultimi anni sono diminuiti disoccupazione giovanile e NEET, ma la partecipazione al mercato del lavoro resta bassa e le prospettive demografiche penalizzano ancor di più questa fascia d’età.

Sostenibilità delle imprese

Analizzando la media dei rating ESG prodotti Moody’s, Refinitiv e Sustainalytics le imprese lombarde sono seconde tra i benchmark per sostenibilità, con performance particolarmente positive in ambito sociale e di governance.

Alle imprese lombarde viene riconosciuta una performance migliore nel pilastro della governance. In particolare, gli indicatori con i punteggi più alti sono quelli relativi a governance aziendale, comportamento aziendale, diritti umani e risorse umane.
Si evidenzia però anche che gli score ESG risultano inferiori per le imprese non quotate, di piccole dimensioni e non finanziarie, a testimonianza che la direzione è tracciata, ma resta un percorso importante da perseguire.

Energia elettrica: prezzi in linea con l’Europa, ma “pesano” oneri e tasse

Secondo i dati diffusi i dati diffusi dalla Relazione annuale 2024 di Arera, dopo un 2023 caratterizzato dagli strascichi della crisi energetica con rincari generalizzati dei prezzi medi dell’energia elettrica per i consumatori domestici dell’Unione, nel 2024 il permanere di uno scenario internazionale complesso ha avuto come conseguenza significativi divari tra i Paesi.
In Italia le misure straordinarie 2022-2023 si sono man mano esaurite, con il ripristino delle aliquote IVA ordinarie sul gas e il progressivo ritorno alle condizioni ordinarie dei bonus sociali.

Inoltre, se in 10 Paesi europei i prezzi sono aumentati, in 17 sono diminuiti, tra cui Italia (-8%) e Lussemburgo (-33%).
Di conseguenza sono stati adottati, rimodulati o sospesi interventi pubblici per il contenimento dei costi dell’energia.

Invariato il prezzo medio nell’Area euro

Nonostante le forti differenze tra i singoli Paesi, il prezzo medio ponderato dell’energia elettrica nell’Area euro rimane invariato (+0,2%. 31,04 c€/kWh). L’Italia è tra i Paesi che hanno sperimentato la riduzione maggiore dei prezzi lordi per clienti domestici, scesi da 38,64 a 35,7 c€/kWh, per una riduzione pari al 15% (24,7% nel 2023) del differenziale rispetto alla media europea.

Quanto ai prezzi netti (senza oneri e imposte) in Italia risultano del +14% superiori alla media (25,92 c€/kWh vs 22,73 c€/kWh) nonostante le riduzioni registrate dalla componente energia (-21%) e i costi di rete.
I prezzi finali pagati dalle famiglie italiane continuano a essere penalizzati dalle componenti di oneri, imposte e tasse, il cui incremento del 28% annulla le riduzioni registrate dalla componente energia e i costi di rete.

La nostra componente fiscale è la più elevata

Nel confronto internazionale, la componente fiscale italiana risulta la più elevata, superiore a quella di Francia (+51%), Spagna (+36%), e della media dell’Area euro (+18%).
Guardando alle classi di consumo, il differenziale dei prezzi italiani con quelli tedeschi nel 2024 risulta negativo in tutte le classi, mentre rispetto alla Francia, sebbene in riduzione rispetto al 2023, rimane positivo in tutte le classi.
Anche rispetto alla Spagna il differenziale è positivo e crescente per tutte le classi.

In Italia i consumi di energia elettrica sono comunque aumentati del 2,3%. La ripresa ha interessato quasi tutti i settori eccetto l’industria (-0,5%).

In Italia l’ 83,7% è di “produzione propria”

La domanda italiana è stata soddisfatta per l’83,7% dalla produzione nazionale netta (escludendo l’energia destinata ai pompaggi) e per il restante 16,3% dal saldo con l’estero.
La produzione nazionale lorda è cresciuta del 3,2% e si attesta a 273,3 TWh con le rinnovabili ancora in aumento (+14,9%).

La spinta proviene principalmente dell’aumento nella produzione idroelettrica (+30,2%), che con 52,8 TWh è tornata ad avvicinarsi ai massimi degli ultimi dieci anni, che compensano il calo del termoelettrico (-6%).
Inoltre, per il terzo anno di seguito sono stati registrati oltre 351 eventi meteo estremi che hanno causato più danni (stesso livello del 2023) rispetto ai 60 del 2015.
Tra gli eventi catastrofici del 2024 spiccano le due nuove alluvioni in Emilia-Romagna in settembre e ottobre.

Italia, credito alle aziende: nel 2024 i volumi restano stabili, ma cresce l’insolvenza

In generale, si tende a dire “no news good news”.  Potrebbe essere il caso della fotografia del credito alle imprese del 2024. Nell’anno preso in esame, infatti, il credito concesso alle aziende italiane ha mostrato una sostanziale stabilità sia nel numero sia negli importi dei finanziamenti, a fronte di un aumento della probabilità di default.

A delineare questo quadro è l’ultimo report di CRIF, che ha analizzato oltre 2,5 milioni di aziende italiane di vario tipo.

Prestiti alle imprese: leggera flessione nel numero di finanziamenti

Secondo l’analisi dell’Osservatorio Imprese di CRIF, nel 2024 il numero di finanziamenti concessi è diminuito marginalmente dello 0,6%, mentre gli importi complessivi erogati sono saliti dello 0,9% rispetto all’anno precedente. Questa dinamica è stata favorita dalla progressiva riduzione dei tassi di interesse da parte della BCE, che ha reso più accessibili soprattutto i mutui chirografari, in crescita del 4,9%.

Perchè aumenta il rischio di insolvenza? 

Nonostante la stabilità negli importi, il tasso medio di insolvenza delle imprese ha subito un aumento, raggiungendo il 2,53% a fine 2024, in crescita di 0,22 punti percentuali rispetto a metà anno. Le società di capitali, in particolare, si trovano di fronte a un peggioramento della rischiosità, con un tasso di default previsto in crescita fino al 3,4% nel 2025 e al 3,9% nel 2026.

Le tensioni geopolitiche, le incertezze commerciali e le scelte di politica economica europea contribuiranno a rendere il contesto finanziario più complicato per le imprese italiane, come spiega Luca D’Amico, CEO di CRIF Ratings.

Differenze fra settori: Costruzioni sotto pressione, bene la Meccanica

L’analisi mette in luce numerose differenze fra i vari comparti. Il settore Edile vede una forte contrazione degli importi finanziati (-7,8%) e aumento significativo del tasso di default (dal 3,11% al 3,55%). La fine degli incentivi come gli ecobonus e un mercato interno fragile hanno reso più complessa la situazione. Anche Moda e Tessile registra una crescita del tasso di insolvenza fino al 3,93% e una riduzione del credito del 5,4%. Il calo delle vendite, il mutato comportamento dei consumatori e le difficoltà sui mercati esteri hanno inciso negativamente.

Bene invece la Meccanica strumentale,  con un tasso di default contenuto all’1,85% e finanziamenti sostanzialmente invariati (+0,5%). La competitività internazionale delle aziende ha contribuito a mantenere la stabilità.

Margini e liquidità

Gli analisti prevedono che nel biennio 2024-2025 la redditività operativa delle imprese rimanga su livelli intorno al 9%, leggermente inferiore rispetto al picco del 2023.

I settori più in difficoltà vedranno una riduzione dei margini fino a un punto percentuale. La liquidità aziendale, pur mantenendosi adeguata, subirà una lieve contrazione a causa di maggiori obblighi di rimborso e di una politica creditizia più rigorosa da parte delle banche.

Il rischio della volatilità internazionale

L’incertezza sul fronte internazionale resta un fattore chiave per l’evoluzione della rischiosità delle imprese italiane. In uno scenario negativo, il tasso di default potrebbe salire fino al 4,6% entro il 2026, superando i livelli pre-pandemici.

Oltre 120mila aziende italiane esportano all’estero, 17.000 non lo fanno

È quanto emerge dal Rapporto di Unioncamere realizzato dal Centro Studi Tagliacarne: oggi le aziende italiane che esportano all’estero sono 120.876, mentre altre 17.000 imprese, pur possedendo tutti i requisiti per aprirsi ai mercati internazionali da sole non riescono farlo. O lo fanno solo occasionalmente.

Secondo il Rapporto, mettere tutte le potenziali imprese esportatrici nella condizione di vendere oltreconfine potrebbe portare a un aumento complessivo del fatturato esportato tra il 2,6% e il 3,0%.
“L’export fornisce un contributo fondamentale alla crescita del Pil italiano – sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli -. In 5 anni, l’export di beni delle nostre imprese è cresciuto del 30%, raggiungendo 623,5 miliardi di euro”.

Il 54,5% dell’export è interno alla UE

“E a questo risultato – aggiunge Tripoli – vanno aggiunti anche gli oltre 141 miliardi di euro connessi alla vendita di servizi. Il 54,5% delle esportazioni italiane di beni provengono dagli scambi all’interno della UE. E come ha evidenziato Mario Draghi, le barriere interne al mercato unico a livello europeo equivalgono a un dazio che incide per circa il 40% sullo scambio di beni, e addirittura per circa il 110% sullo scambio di servizi. Una maggiore integrazione europea è dunque fondamentale”. 

I dazi USA colpiscono le realtà emergenti

In generale, delle 17mila imprese potenziali esportatrici 5.601 sono aspiranti tali, ovvero, aziende soprattutto ‘micro’ che attualmente non esportano ma hanno tutte le carte in regola per farlo.
Altre 11.427 sono emergenti, ovvero, esportano solo in via occasionale ma avrebbero le potenzialità per consolidare la loro posizione all’estero.

Sono solo 1.600 le aziende emergenti che esportano verso gli Stati Uniti, ma per ben due imprese su tre gli Usa rappresentano l’unico mercato di sbocco oltre confine.
Nel complesso le imprese emergenti realizzano negli Usa il 15,7% delle loro esportazioni, per un totale di 87,4 milioni di euro, a fronte del 10,8% venduto negli States dal totale delle imprese esportatrici.

Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna sul podio della potenzialità

È la Lombardia la regione che esprime il maggior numero di imprese potenziali esportatrici, con 4.259 realtà, il 25,0% del totale. Seguono Veneto (1.933, 11,4%) ed Emilia-Romagna (1.501, 8,8%).
Quanto alla dimensionalità, il 97,5% delle imprese aspiranti conta meno di 10 addetti, mentre la restante parte si divide tra piccole (2,4%) e medio-grandi imprese (0,1%).

Inoltre, il 46,8% delle imprese aspiranti opera nel settore manifatturiero, contro quasi il 40% delle emergenti. E se un quinto delle aspiranti si concentra in tre settori di attività (fabbricazione prodotti in metallo, industrie alimentari e del legno) il profilo delle emergenti appare più variegato.
Solo il 14,3% lavora nei primi tre comparti più rilevanti del manifatturiero, gli stessi delle aspiranti. A eccezione del settore del legno, sostituito da quello della riparazione, manutenzione e installazione di macchine e apparecchiature.