I professionisti che guadagnano di più? Medici, produttori video, elettricisti

Nel 2025 sono i medici le “Partite Iva” che guadagnano di più. A rivelarlo è un’indagine della tech company Fiscozen, condotta su oltre 40mila Partite Iva. Più in particolare, i medici specialisti e della diagnostica, tra cui cardiologi, psichiatri, pediatri, ginecologi e radiologi, che dichiarano un fatturato medio annuo di 58.365 euro.

Sul podio anche le attività di produzione cinematografica, video e programmi TV (40.822 euro) e gli elettricisti specializzati in impiantistica civile e industriale (40.062 euro).

Subito fuori dal podio spiccano influencer marketing e content creator, che raggiungono un fatturato medio di 39.947 euro, segnando l’aumento più alto tra tutte le categorie analizzate (+23% sul 2024). 

I nuovi codici ATECO più utilizzati? Consulenti d’impresa, pubblicitari, psicologi

Nel 2025 il lavoro in libera professione ha premiato soprattutto sanità, competenze tecnico-specialistiche e intrattenimento digitale, con un forte protagonismo dei contenuti video. Ma anche le attività di ingegneria (39.136 euro), dentisti e odontoiatri (38.242) e infermieri (37.470).

Oltre ai creator, nel 2025 hanno registrato una crescita significativa anche gli operatori immobiliari per conto terzi (+17,6%), formatori sportivi (+15,7%) e agenti assicurativi (+15%). Incrementi più contenuti, fino al 12%, per chi lavora nelle attività psicomotorie e nel settore della recitazione.
In attesa dei dati ufficiali sulle nuove aperture dopo la riforma dei codici ATECO, l’analisi mostra che i nuovi codici più utilizzati riguardano consulenti imprenditoriali e gestionali, pubblicitari, psicologi e psicoterapeuti.

Partita IVA: una scelta consapevole

“La Partita Iva non è più un’alternativa al posto fisso, ma una scelta consapevole – spiega Enrico Mattiazzi, ceo Fiscozen -. La crescita dei content creator accanto a professioni tradizionali come medici e ingegneri dimostra che oggi il mercato premia l’iper-specializzazione. In un’epoca dominata dall’AI, la libera professione rimette al centro l’individualità”.

Dalla ricerca emerge, infatti, che un libero professionista su due sceglie la Partita Iva per avere maggiore libertà nella gestione di tempo, clienti e risorse. La GenZ, in particolare, si avvicina alla libera professione perché cerca flessibilità, meritocrazia e un migliore equilibrio tra vita privata e lavoro.

Ma la libertà ha un prezzo

Questa libertà, però, ha un costo. I liberi professionisti risultano tra i più esposti a stress, ansia, insonnia e burnout, a causa di incertezze economiche, pressione fiscale, carenza di tutele per malattia e maternità e difficoltà di accesso al credito.
Le preoccupazioni principali restano guadagnare abbastanza, trovare nuovi clienti e gestire carichi di lavoro elevati. Ma nonostante tutto, l’83% si dichiara soddisfatto della propria scelta.

Inoltre, anche tra le Partite Iva persiste il divario di genere: gli uomini guadagnano in media il 18,3% in più delle donne, pari a circa 3.343 euro annui.
Le disparità maggiori si registrano nel manifatturiero, mentre l’istruzione è il settore più vicino alla parità. Nei servizi di alloggio e ristorazione, invece, le donne guadagnano mediamente più degli uomini (+26,2%).

AI: aumenta il suo utilizzo nel mondo, ma si allarga il divario digitale tra Nord e Sud

Oggi il 24,7% della popolazione in età lavorativa nel Nord del mondo utilizza gli strumenti di Intelligenza artificiale. Nel Sud del pianeta la popolazione che usa l’AI è il 14,1%.
Nonostante i progressi nell’adozione dell’AI in tutto il mondo, i dati della nuova edizione dell’AI Diffusion Report (Global AI Adoption in 2025 – A Widening Digital Divide) di Microsoft AI Economy Institute mostrano un crescente divario.

Nel secondo semestre 2025 il Report rileva l’aumento globale dell’adozione dell’AI quantificabile all’1,2%, con circa il 16% della popolazione mondiale che utilizza strumenti di AI generativa. Ma nel Nord del mondo l’AI cresce quasi il doppio rispetto ai Paesi in via di sviluppo, stabilendo un gap di 10,6 punti percentuali. 

Emirati Arabi in testa, in USA cala il tasso di adozione

In questo scenario, la leadership resta saldamente nelle mani di Paesi che hanno investito precocemente in infrastrutture e competenze.
Gli Emirati Arabi Uniti si confermano al primo posto, con un tasso del 64% di adozione, seguiti da Singapore al 60,9%.
In Europa, nazioni come Norvegia, Irlanda, Francia e Spagna mantengono posizioni di rilievo nel ranking globale.

Gli Stati Uniti, leader nelle infrastrutture di AI e nello sviluppo di modelli di frontiera, sono scesi dal 23° al 24° posto tra la popolazione in età lavorativa, con un tasso di utilizzo del 28,3%.
La Corea del Sud rappresenta il caso di crescita più rilevante del semestre, scalando sette posizioni (dal 25° al 18° posto). Con un incremento del 4,8% in soli sei mesi, il Paese ha beneficiato di politiche governative mirate e dell’ottimizzazione dei modelli nella lingua locale.

Il salto della Corea del Sud e l’esplosione di DeepSeek

L’AI generativa i Corea del Sud ora viene utilizzata nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nei servizi pubblici, e il Paese è diventato uno dei mercati in più rapida crescita per ChatGPT, portando OpenAI ad aprire un ufficio a Seul.
Parallelamente, il 2025 ha segnato l’ascesa di DeepSeek. 

Grazie a una licenza open source e alla gratuità del servizio chatbot, questo modello di AI ha guadagnato terreno in mercati storicamente meno serviti dai provider tradizionali o soggetti a restrizioni, come Cina, Russia, Iran e diversi Paesi africani.
L’ascesa di DeepSeek evidenzia come l’accessibilità finanziaria e tecnica sia un driver fondamentale per la diffusione tecnologica.

Una sfida anche per l’Italia

Nel corso del secondo semestre 2025 l’adozione dell’Intelligenza artificiale in Italia è cresciuta di 2 punti percentuali, passando dal 25,8% al 27,8% del semestre precedente.
Sebbene il dato italiano sia superiore alla media di crescita globale, resta la sfida di integrare tali strumenti in modo capillare nel tessuto produttivo e scolastico per mantenere la competitività internazionale.

La prossima ondata di diffusione a livello globale dipenderà dalla capacità dei sistemi di ridurre le barriere d’ingresso. La sfida per il prossimo anno sarà infatti garantire che l’innovazione non accentui le disuguaglianze esistenti, mantenendo un focus rigoroso su etica e sicurezza.

Prezzi di beni e servizi: Milano la città dal costo della vita più alto

Milano, Aosta, Bolzano nel 2025 conquistano il podio delle più care d’Italia.
Il Codacons ha realizzato un’indagine sui listini di beni e servizi praticati al pubblico nelle principali città della Penisola. Considerando un paniere composto da prodotti ortofrutticoli, alimentari e servizi vari Milano si conferma la città italiana col più alto costo della vita, seguita da Aosta e Bolzano.

Per l’acquisto delle varie voci di spesa a Milano si spendono 598,95 euro, il 62,3% in più rispetto a Napoli per lo stesso paniere.
Tra le 18 grandi città monitorate è infatti Napoli, con una spesa totale da circa 369 euro, a risultare la città italiana più economica, seguita da Palermo (408 euro), e Catanzaro (424 euro).

Carrello più economico a Catanzaro, Napoli, Bari

Al secondo posto tra le città più care d’Italia si posiziona Aosta, con uno scontrino complessivo da 586 euro, e al terzo Bolzano, con 574 euro.

Per rifornire dispense e frigoriferi la più cara è ancora Bolzano, con una spesa da circa 220 euro, il 33,3% in più rispetto alla città più economica, Catanzaro.
Sul fronte della sola spesa alimentare, per l’acquisto di 28 prodotti, con una spesa da circa 165 euro, la città più conveniente è infatti Catanzaro, seguita da Napoli (168 euro) e Bari (172 euro).

Dal panino al dentista: dove conviene meno?

Non mancano le curiosità: per un panino al bar il prezzo più basso è ad Ancona, 2,67 euro contro una media nazionale di 3,80 euro, mentre a Milano ne servono 5,64.

E se a Bologna la carne bovina costa di più (in media 26,7 euro/kg), le zucchine più care sono quelle di Genova (4,60 euro/kg), mentre per un’otturazione dal dentista la spesa va dal record di Aosta (176 euro) ai 70 euro di Napoli.
E per lavare l’auto? Ad Ancona bastano 8,5 euro, ma ne servono oltre 21 a Bolzano, città che vanta anche il prezzo più alto per il cappuccino al bar, ben 2,29 euro in media.

Al cinema a Bari, dal parrucchiere a Napoli 

Per una serata di svago al cinema, poi, meglio scegliere Bari, dove un biglietto costa in media 7,3 euro. A Genova ne servono addirittura 11,2.
Per acconciare i capelli conviene trasferirsi a Napoli, dove una messa in piega costa in media meno di 13 euro, contro i 23,5 euro di Bologna, mentre un taglio capelli per donna costa meno di 15 euro contro i 30 euro di Trieste.

A sorpresa Milano è la città col più basso costo del servizio ‘lavatura e stiratura camicia’, in media 2,89 euro contro i 5,3 euro di Catanzaro e Ancona. E per gli amici a quattro zampe il servizio di toilettatura cani più costoso è ad Aosta (49,6 euro, vs 34,6 euro media italiana).

AI, in un anno raddoppia tra le imprese con più di 10 addetti

Nel 2025, il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di AI, segnando un significativo incremento rispetto all’8,2% del 2024 e al 5,0% del 2023.
A quanto emerge da dati Istat, le imprese di maggiori dimensioni registrano una crescita più marcata in termini assoluti, dal 32,5% del 2024 al 53,1%, ampliando il divario rispetto alle Pmi, il cui utilizzo comunque raddoppia, passando dal 7,7% al 15,7%.

Le differenze più marcate si riscontrano nelle attività che richiedono competenze specialistiche avanzate, come l’analisi dei dati (41,9% Pmi, 83,6% grandi imprese) e quelle legate alla complessità organizzativa e dimensionale, come per l’utilizzo di software gestionali ERP (48,8%, 85,9%) e CRM (21,1%, 56,5% grandi imprese).

Gli obiettivi del Decennio Digitale

Tra gli obiettivi europei del ‘Decennio Digitale’, uno dei più importanti è portare entro il 2030 il 90% delle Pmi a un livello base di digitalizzazione.
Per l’Italia il grado di raggiungimento dell’obiettivo passa dal 68,1% nel 2023 e all’88,3% nel 2025, lasciando cinque anni per coprire i restanti 11,7%.
Altri tre obiettivi riguardano l’adozione di cloud computing, l’analisi dei dati e l’uso di AI nelle imprese con almeno 10 addetti, ciascuno con un target del 75% entro il 2030.

Quanto alle tecnologie AI utilizzate per settore di attività economica si evidenziano le imprese attive nell’informatica e altri servizi d’informazione (53%, era 36,7% nel 2024), le attività di produzione cinematografica, video e programmi televisivi, di registrazioni musicali e sonore (49,5%, 28,3% nel 2024) e le telecomunicazioni (37,3%, 27,6%).

Più utilizzate le tecnologie per l’elaborazione di testi e immagini

Aumenta anche la varietà nell’utilizzo delle tecnologie di AI, misurata attraverso l’adozione combinata di almeno due tecnologie. La percentuale di imprese con almeno 10 addetti che utilizza questa combinazione passa dal 5,2% del 2024 al 10,6% nel 2025.

Tra le imprese che utilizzano AI, le tecnologie più comuni riguardano l’estrazione di conoscenza e informazione da documenti di testo (70,8%), la GenAI relativa al linguaggio scritto/parlato, immagini, video, suoni/audio (59,1%) e la conversione della lingua parlata in formati leggibili da dispostivi informatici attraverso tecnologie di riconoscimento vocale (41,3%).

Una maggiore maturità in applicazioni consolidate

È il settore dei servizi postali il primo utilizzatore di tecnologia GenAI di linguaggio naturale (80,2%), machine learning (59,5%), automatizzazione dei flussi di lavoro (39,9%).
Nel complesso, la diffusione dell’AI presenta ancora ampi spazi per una crescita ulteriore: l’83,6% delle imprese non adotta alcuna tecnologia di AI, segnalando un livello di penetrazione ancora molto contenuto.

Nell’ambito delle imprese con almeno 10 addetti che hanno adottato l’AI, l’impiego esclusivo di AI generativa (1,7%) resta residuale, mentre l’uso della sola AI non generativa (6,7%) riflette una maggiore maturità in applicazioni consolidate.
Inoltre, l’adozione congiunta (8,0%) indica un segmento potenzialmente più avanzato nell’adozione tecnologica.

Industria Milano Monza Brianza Lodi: i dati tendenziali e congiunturali del III trimestre 2025 

Secondo l’analisi tendenziale elaborata dal Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, nel terzo trimestre 2025 l’area metropolitana milanese vede una crescita del +1,3% per la produzione industriale, inferiore al dato lombardo (+2,2% in un anno).
Se si considera il fatturato, sempre raffrontato al terzo trimestre 2024, la crescita è del 6,1% a livello locale e + 4,4% regionale.

In relazione al portafoglio ordini, si registra una crescita rispetto al terzo trimestre 2024 (+5,8% in un anno), con la performance milanese più alta rispetto alla manifattura lombarda (+3,1%).
Quanto ai mercati esteri milanesi, si assiste a un miglioramento del fatturato (+8,7%), anche rispetto alla componente interna (+4,8%). Ma il fatturato estero lombardo (+6,6%) cresce più di quello interno (+3%).

Milano cresce ma meno della Regione

Sempre nel terzo trimestre 2025, la produzione industriale milanese a livello congiunturale mostra una tenuta rispetto al secondo trimestre 2025 (-0,1%). Inoltre, il fatturato cresce del +2,1%.
Rispetto al dato lombardo il dato milanese per la produzione è più basso (+0,7% in regione), mentre il dato del capoluogo più alto per il fatturato locale (+1,6% Lombardia, destagionalizzato).

Per gli ordini interni il dato congiunturale è in lieve crescita per l’industria milanese (+1,4%), così come per la manifattura lombarda (+0,8% destagionalizzato). Negli ordini esteri, la performance milanese risulta in crescita (+2,9% rispetto al dato lombardo di +1,3% destagionalizzato).

Monza e Brianza: capacità produttiva in calo

La crescita tendenziale della capacità produttiva di Monza e Brianza colloca i volumi prodotti in calo rispetto al terzo trimestre 2024 (-5,7%, dato lombardo +2,2%). Nello stesso periodo, i dati della manifattura brianzola per fatturato (+1,2%) aumentano, ma meno rispetto al dato regionale (+4,4%). Sempre rispetto al terzo trimestre 2024, il portafoglio ordini del manifatturiero brianzolo evidenzia un incremento reale maggiore rispetto alla Lombardia (rispettivamente +3,9% e +3,1%).

Quanto al dato trimestrale, per la produzione industriale il terzo trimestre 2025 registra rispetto al precedente un -1,5% destagionalizzato, mentre cresce il fatturato (+0,9% destagionalizzato). Crescono le commesse acquisite dai mercati esteri (+0,8% destagionalizzato) e ancora di più quelle interne (+2%). 

Lodi: fatturato in recupero, aumentano gli ordini 

Nel terzo trimestre 2025 rispetto all’anno precedente, per la produzione industriale lodigiana si verifica un trend di crescita. Relativamente all’analisi tendenziale, nel confronto con il terzo trimestre 2024 l’aumento della produzione si attesta a +8,6% (Lombardia +2,2%).

In relazione al fatturato, il recupero tendenziale è del +6,7%, superiore per intensità al dato regionale (+4,4%). Anche gli ordini crescono del +5,3% (+3,1% lombardo).
In crescita rispetto al trimestre precedente anche il trend congiunturale della produzione industriale (+1,7% destagionalizzato), accompagnato dall’aumento del fatturato in (+1,2% destagionalizzato) e delle commesse acquisite dai mercati interni (+0,6% destagionalizzato) ed esteri (+1%).

Consumi: italiani orientati a valori e qualità. Ma per la crescita aziendale serve un contesto stabile

I grandi impulsi globali, come guerre, rischi climatici, instabilità economica “minacciano la vita quotidiana” e alimentano prudenza nella gestione del reddito degli italiani. La società italiana è segnata da questi cambiamenti, e così i consumi.
Sempre più guidati dai valori personali, dalla qualità del tempo e dall’esigenza di benessere quotidiano, l’83,9% dei consumatori italiani oggi sceglie prodotti coerenti con i propri principi e il 75,5% privilegia i prodotti sostenibili.

È la fotografia che emerge dalla ricerca del Censis dal titolo L’evoluzione della società italiana: tendenze e prospettive del retail moderno, presentata al Forum della Distribuzione Moderna 2025 organizzato a Milano da Federdistribuzione.

Ci si accontenta di piccole gratificazioni quotidiane

In risposta, gli italiani reagiscono cercando “microfelicità quotidiane”, momenti di benessere immediato, qualità delle relazioni e tempo per sé, in un contesto percepito come ostile e frenetico. Tanto che se il 56,4% si concede acquisti per ‘premiarsi’ dopo una giornata impegnativa, il 70,6% evita di cedere agli impulsi e abbandonarsi a spese dettate dal momento.

Il quadro demografico, con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle persone sole, alimenta inoltre il bisogno di prossimità e relazione diretta.
Il negozio fisico diventa così un ‘hub di socializzazione’, con il 69,3% degli italiani che vede lo shopping come occasione di svago, il 62,7% che apprezza la presenza di personale con cui relazionarsi e oltre il 38% che vorrebbe spazi dedicati alla socializzazione durante gli acquisti.

Alle istituzioni le imprese chiedono ascolto e concretezza

In apertura di lavori del Forum, il presidente di Federdistribuzione Carlo Alberto Buttarelli ha richiamato il ruolo economico e sociale del retail moderno, sottolineando la necessità di un contesto stabile per consentire alle imprese di investire e crescere.

“La complessità delle dinamiche che governano il lavoro delle nostre imprese richiede ascolto, comprensione e, soprattutto, concretezza, che si traduce anche nella necessità di un quadro normativo stabile – ha dichiarato Buttarelli -. Sostenere le imprese del retail significa tenere vivo il tessuto economico del Paese”.

Retail, un presidio fondamentale per territori e comunità

Con oltre 18.600 punti vendita e più di 225.000 addetti, la distribuzione moderna rappresenta un presidio fondamentale di prossimità per territori e comunità.
A Milano, istituzioni, economisti e operatori si sono confrontati su geopolitica, tecnologia e nuovi equilibri globali, dal ruolo dell’Europa nelle catene del valore alle prospettive dell’Intelligenza artificiale per la competitività.

La sintesi dei lavori lascia un messaggio, riporta Ansa: in un’Italia che cambia, il retail si trova al crocevia tra trasformazioni sociali, domanda di relazione e rivoluzione tecnologica, chiamato a interpretare un consumatore più consapevole, più esigente e in cerca di senso.

Donne al lavoro: cresce la fiducia ma ancora troppi pregiudizi sulle competenze tech

Lo confermano i dati del nuovo studio del Capgemini Research Institute, “Gender and leadership: Navigating bias, opportunity and change”: nonostante oggi esista una sostanziale parità nella percezione che leader uomini e donne hanno delle proprie performance e capacità, gli stereotipi di genere sono ancora radicati. E continuino a influenzare il modo in cui vengono valutate le capacità di leadership, in particolare, quelle le capacità tecniche legate a Intelligenza artificiale, analisi dei dati e innovazione.

Queste abilità dagli uomini sono percepite prevalentemente come ‘maschili’, rischiando così di ampliare ulteriormente il divario di genere, e di ostacolare la crescita professionale, non solo delle donne, ma anche degli uomini stessi.
Eppure la capacità di leadership supera i confini di genere.

Una maggiore presenza femminile nei ruoli apicali migliora le performance aziendali

Il report conferma anche lo stesso livello di preparazione tra uomini e donne. Oltre tre quarti degli intervistati (77%) riconoscono che le donne sono efficaci quanto gli uomini nei ruoli di leadership. Si tratta di un cambiamento rispetto al passato, quando le donne tendevano a sottovalutare le proprie capacità.

I dati di quest’anno mostrano che il 58% delle donne si dichiara fiduciosa delle proprie competenze, un livello molto vicino a quello degli uomini (59%).
Inoltre, il 68% degli intervistati sottolinea come una maggiore presenza femminile nei ruoli apicali contribuisca a migliorare le performance aziendali.

Perché l’abilità con l’AI è considerata intrinsecamente maschile?

Nonostante la diffusione di un approccio più inclusivo alla leadership, quando si analizzano le singole competenze riaffiorano gli stereotipi.
Molti uomini, ad esempio, considerano ‘intrinsecamente maschili’ abilità cruciali per il futuro, come l’uso dell’Intelligenza artificiale e l’automazione, oltre all’innovazione, l’agilità̀ e l’analisi dei dati.

Al contrario, la maggioranza delle donne tende a vedere queste abilità come neutre rispetto al genere, o in alcuni casi addirittura ‘femminili’. Per l’innovazione, ad esempio, il 36% delle donne intervistate la percepisce come una competenza tipicamente femminile, rivelando un significativo divario di percezione.

Gender gap e ostacoli alla carriera

Il 53% delle leader donne ha sperimentato un pregiudizio negativo sulla retribuzione a causa del proprio genere, mentre il 40% degli uomini ritiene di aver beneficiato di un vantaggio economico per lo stesso motivo.

Al di là degli aspetti retributivi, il divario si manifesta anche nelle opportunità̀ di avanzamento. Il 52% dei leader concorda sul fatto che uomini e donne abbiano pari possibilità̀ di promozione dentro la propria organizzazione. Ma il 39% riconosce che donne qualificate vengono spesso trascurate per ruoli di leadership nelle aziende in cui lavorano.
Non sono però solo le leader donne a subire gli effetti dei bias. Quasi quattro uomini su dieci (38%) indicano lo scarso equilibrio tra vita privata e lavoro come uno dei principali ostacoli alla crescita di carriera.

Giovani e finanza sostenibile: molti la conoscono, il 28% ha già investito

Il 78% dei giovani ha sentito parlare degli investimenti sostenibili, ma soltanto il 15% dichiara di conoscerli bene. Tra coloro che li conoscono, il 28% ha già investito in prodotti di questo tipo, tra chi invece non li ha ancora scelti, il 43% è propenso a farlo in futuro.

Inoltre, il 35% considera la sostenibilità un criterio di guida per le proprie scelte di consumo e di vita, mentre il 18% la interpreta come una sfida di lungo termine e il 17% come un principio da seguire nelle politiche collettive.
Emerge dalla ricerca “A prova di futuro: giovani, sostenibilità e investimenti. Tendenze e prospettive”, condotta dal Forum per la Finanza Sostenibile in collaborazione con Doxa.

Forte propensione al risparmio

La maggioranza degli intervistati ha una chiara propensione al risparmio: il 70% evita di indebitarsi per spese rilevanti e il 63% preferisce accantonare denaro piuttosto che consumare nell’immediato. Circa l’80% riesce a risparmiare con regolarità, sebbene un terzo metta da parte soltanto una somma compresa tra il 10% e il 20% delle proprie entrate, e oltre un quarto meno del 10%. 

Di fronte all’ipotesi di disporre di 1.000 euro da investire, l’87% sceglierebbe un prodotto di risparmio o investimento, in vista di progetti e obiettivi specifici (23%), spese impreviste (21%) o con l’obiettivo di ottenere rendimenti elevati (19%). Il 12% si orienterebbe verso investimenti a basso rischio per conservare il capitale o per garantirsi un rendimento e finanziando attività dall’impatto positivo su ambiente e persone. 

Il ruolo dei genitori nelle decisioni

Il 52% preferisce cercare consigli per poi decidere in autonomia, il 43% si affida principalmente a persone di fiducia e solo il 5% dichiara di decidere sempre da solo. Le banche e i consulenti finanziari sono un riferimento centrale (54%), ma il ruolo dei genitori è molto forte (42%). 
La maggior parte dei giovani riconosce che la finanza può rappresentare uno strumento utile per affrontare le sfide ambientali e sociali, seppur con alcune riserve.

Solo il 28% crede che abbia un impatto positivo reale, mentre il 39% pensa che possa funzionare solo se supportata da regole chiare e trasparenti. Permane però un certo scetticismo. Il 13% associa la finanza sostenibile a operazioni di facciata, come il greenwashing.

Fondi a impatto ambientale, titoli di Stato green, polizze vita ESG

Chi ha già investito in prodotti di finanza sostenibile ha privilegiato soluzioni che offrano risultati concreti, come fondi a impatto ambientale (32%), titoli di Stato green (27%), obbligazioni sostenibili (25%), polizze vita ESG (25%) e fondi sociali (25%).

Tra le caratteristiche più apprezzate, i rendimenti (62%) e la loro stabilità nel tempo (67%), oltre alla chiarezza degli obiettivi ambientali/sociali e i relativi risultati (68%).
In generale, chi ha già investito in prodotti sostenibili si dichiara soddisfatto. Il 98% li sceglierebbe nuovamente, il 60% sarebbe disposto a reinvestire somme simili a quelle già impiegate e il 19% potrebbe aumentare la quota allocata.

Industria lombarda, secondo trimestre 2025: le performance migliori a Milano e Lodi 

Come si è chiuso il secondo trimestre 2025 per l’industria lombarda? Tutto sommato bene, anche se non mancano segnali contrastanti fra i vari territori.

A dirlo è l’elaborazione del Servizio Studi, Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, che fotografa infatti un territorio che si muove a velocità diverse: Milano corre, Monza e Brianza attraversa una fase di rallentamento, mentre Lodi mette a segno una crescita inaspettata.

Milano conferma il suo slancio

Nell’area metropolitana milanese, la produzione industriale cresce del 2,9% rispetto allo stesso periodo del 2024, superando nettamente la media regionale che si ferma allo 0,6%. Anche il fatturato fa registrare un aumento significativo, raggiungendo il +4%, e il portafoglio ordini cresce dell’1,9%.

Sulla piazza milanese, i mercati esteri continuano a rappresentare un punto di forza per le imprese, con una crescita delle commesse del 3,1%, a fronte di un più modesto +1,2% sul mercato interno. Sul fronte congiunturale – quindi rispetto ai primi tre mesi del 2025 – Milano mantiene un andamento stabile: +1% per la produzione e +1% per il fatturato, confermando una sostanziale solidità del sistema produttivo.

Monza e Brianza, qualche segnale di “fiacca”

Per il distretto brianzolo, invece, il quadro è meno brillante. La produzione cala del 5,2% rispetto al secondo trimestre 2024, mentre il fatturato perde l’1,8%. Anche gli ordini mostrano un lieve arretramento (-0,3%), a fronte di una crescita media lombarda dell’1,5%.

Rispetto al trimestre precedente, la tendenza rimane negativa: produzione -1,4%, fatturato -0,7%. L’unica nota positiva arriva dai mercati esteri, dove gli ordini aumentano dell’1,4%, a testimonianza che la competitività internazionale delle aziende locali rimane viva.

La (bella) sorpresa di Lodi 

Tutt’altro scenario, infine, per il territorio lodigiano che rivela un’economia in pieno slancio. Nel confronto con il secondo trimestre 2024, la produzione cresce del 5,5%, il fatturato del 6,1% e gli ordini complessivi dell’8,2%, dati nettamente superiori alla media regionale.

Anche nel confronto con il trimestre precedente il trend di Lodi è positivo: +1,1% per la produzione, +1,3% per il fatturato, con ordini in aumento sia sul mercato interno (+1,4%) sia su quello estero (+2,1%).

Una Lombardia a tante velocità

In sintesi, il secondo trimestre del 2025 ci mostra una Lombardia industriale resiliente, anche se non omogenea. Milano continua a trainare la ripresa, Lodi mostra un dinamismo promettente, mentre Monza e Brianza si stanno ancora riorganizzando.
È un mosaico che testimonia la forza dell’economia regionale, ma anche sottolinea l’importanza di strategie più mirate a livello territoriale per mantenere il passo con la crescita.

AI e PMI europee: divario digitale tra ambizioni, consapevolezza e realtà operativa

Emerge da un nuovo osservatorio di Qonto, realizzato in collaborazione con Appinio: sebbene la trasformazione digitale sia al centro del dibattito pubblico, lo scenario delle Pmi europee risulta paradossale. Pur faticando con le sfide fondamentali della digitalizzazione le imprese stanno adottando rapidamente strumenti di AI. Ma in un contesto di incertezza economica ciò crea un divario tra ambizioni digitali e realtà operative. 

In Europa infatti quasi il 50% dei 25 milioni di Pmi utilizza quotidianamente strumenti di GenAI, come ChatGPT. Ma l’uso di sistemi fondamentali rimane scarso. La gestione documentale digitale raggiunge il 29% e gli strumenti di analisi dati il 27%. Inoltre, solo il 24% utilizza software di contabilità digitale, e appena il 22% piattaforme di videoconferenza. 

Mancano strategie chiare e sufficienti risorse 

La diffusa consapevolezza maschera una mancanza di urgenza che potrebbe rendere milioni di imprese vulnerabili alla disruption digitale.
Il divario è infatti ancora più evidente considerando gli strumenti digitali adottati.

Nonostante il 92% le Pmi europee consideri digitalizzazione e AI importanti per il business, solo il 62% le considera cruciali per il futuro.
Ciò significa che per quasi 4 aziende su 10 (38%) AI e digitalizzazione sono ‘abbastanza’ importanti, ma non prioritarie. E solo il 19% dispone di una chiara strategia e di risorse sufficienti. 
In Italia, nonostante il 77% delle Pmi ne riconosca la rilevanza, solo il 59% considera prioritaria la digitalizzazione. 

Pronte per la trasformazione, ma solo a parole

Quasi 7 Pmi italiane su 10 (68%) si dichiarano pronte per la trasformazione digitale: un dato che colloca l’Italia al secondo posto in Europa dopo la Germania.
Nell’area UE, solo il 60% delle Pmi si considera ben preparato alla trasformazione digitale, mentre circa 10 milioni di aziende (40%) si sentono solo poco o per nulla pronte.
Tra queste, il 10% (2,4 milioni) non è affatto preparato. 

In Italia, l’adozione di strumenti di AI, come i generatori automatici di testo o immagini, è in linea con la media europea (46%), ma il Paese registra anche il più alto tasso di stagnazione digitale.
Il 12% delle Pmi non ha introdotto nessuna nuova tecnologia. Per chi ha abbracciato l’innovazione, i punti di forza restano gestione documentale (32%), strumenti di data analytics/business intelligence (30%), marketing automatizzato (27%).

Ostacoli, timori e resistenza al cambiamento

In Italia il 52% delle Pmi risparmia almeno 10 ore settimanali grazie all’automazione, un dato in linea con la media europea (52,7%), mentre il 12% ne guadagna oltre 20.
A livello europeo, una Pmi su dieci risparmia più di 20 ore, pari a mezza settimana lavorativa, e il 53% ne guadagna almeno 10. 

Le Pmi italiane, pur con timori nella media (31% sicurezza delle soluzioni digitali, 28% competenze tecniche), sono le uniche in Europa a citare la resistenza interna al cambiamento (22%) come uno dei tre principali ostacoli alla digitalizzazione.
In Europa, i principali freni sono sicurezza (33%), gap di competenze (28%), regolamentazione (25%).