L’Intelligenza artificiale nella trasformazione del mercato del lavoro in Europa

In Europa, iniziative recenti, come la Strategia Apply AI e l’Iniziativa AI Factories della Commissione Europea, mirano a velocizzare l’adozione dell’Intelligenza artificiale attraverso i vari settori, migliorando le performance generali. Un report LinkedIn sul futuro della competitività della UE ha evidenziato i benefici che l’AI potrebbe apportare all’economia, ma sottolinea anche le lacune dei cittadini nelle competenze digitali.

Oltre il 40% degli europei, inclusi il 37% dei lavoratori, non possiede nemmeno competenze digitali di base. Nonostante il progresso, l’Europa si trova di fronte a sfide significative, come appunto le lacune nelle competenze digitali, che potrebbero ostacolare la digitalizzazione e lo sfruttamento delle nuove tecnologie.

I talenti crescono del +124%, ma restano una nicchia

Nonostante al 42% degli europei manchino le competenze digitali di base, la ricerca di LinkedIn mostra come l’AI stia già influenzando significativamente il mercato del lavoro in Europa.
Si prevede infatti un aumento della necessità di competenze specializzate per sviluppare e implementare tecnologie AI, con un impatto notevole su diversi settori economici.

Di fatto, la percentuale di talenti AI è cresciuta del 124% dal 2016, ma resta una nicchia che riguarda solo lo 0,41% dei lavoratori. Inoltre, la tecnologia sta ridefinendo i ruoli lavorativi, spostando la domanda di compiti manuali verso attività che richiedono giudizio complesso, creatività e gestione.

Dal rischio automatizzazione all’esigenza di competenze avanzate

E mentre alcuni posti di lavoro sono a rischio di automatizzazione, altri stanno emergendo con nuove esigenze di competenze avanzate legate a questa tecnologia.
Ciò che prima era un semplice ruolo di gestione dati ora può richiedere competenze in machine learning per analizzare e interpretare efficacemente grandi quantità di informazioni. Le competenze AI specifiche sono infatti diventate altamente ricercate. Settori quali finanza, sanità e produzione stanno assistendo a una crescente necessità di professionisti in grado di sviluppare e gestire soluzioni basate su AI. La cui implementazione promette di migliorare la produttività grazie all’automazione di compiti e la riduzione di errori e tempi morti.

Inoltre, può facilitare l’innovazione aprendo nuove vie per la ricerca e lo sviluppo, prima considerate impraticabili a causa di limitazioni di tempo e risorse. Ma nonostante i benefici, la transizione verso un’economia guidata dall’AI presenta diverse sfide.

Come garantire un futuro del lavoro resiliente e inclusivo?

La più urgente riguarda la riconversione e l’aggiornamento delle competenze dell’attuale forza lavoro. pertanto, le politiche di aggiornamento professionale diventano essenziali per formare i lavoratori esistenti. Ma le disparità in termini di accesso alla formazione, se non gestite adeguatamente, aggravano le disuguaglianze sociali ed economiche,.

Per navigare con successo questa transizione, le politiche pubbliche e le strategie aziendali devono concentrarsi su formazione continua, supporto alla ricollocazione e sviluppo di competenze future-proof.
Solo attraverso un impegno congiunto tra governi, industrie e istituzioni educative si può garantire l’accesso generale ai benefici dell’AI, per un futuro del lavoro resiliente e inclusivo.

Italiani e sostenibilità: tutti la vogliono, ma sono ancora troppe le barriere

In Italia resta elevata la soglia di attenzione verso il tema della sostenibilità. Il 55% degli italiani prova a fare del suo meglio per adottare comportamenti idonei, tuttavia, emergono parecchi ostacoli.
Se da un lato chi vorrebbe essere più virtuoso non sa come fare, dall’altro 4 consumatori su 10 trovano sempre più difficile agire in modo sostenibile a causa della crisi economica. Il prezzo elevato è infatti la prima barriera (60%). 

Secondo l’indagine ‘Who cares? Who does? Sustainability’, realizzata da YouGov su un campione di 4.382 famiglie, il 75% degli italiani rientra però nella categoria dei cosiddetti Eco-Actives (23%), coloro che dimostrano maggiore sensibilità su tematiche green e allo stesso tempo cercano di acquistare prodotti sostenibili regolarmente, o degli Eco-Considerers (52%), genericamente preoccupati per l’ambiente non acquistano regolarmente prodotti green.

Il 37% delle famiglie fatica a tradurre l’impegno in azioni concrete

L’interesse di tre italiani su quattro per le tematiche ambientali rappresenta un riscontro senz’altro positivo, soprattutto se rapportato alla media globale (64%), ma i margini di miglioramento sono ancora ampi.
Lo dimostra il 37% delle famiglie fatica a tradurre l’impegno in azioni concrete a causa di problemi sociali e economici.

Inoltre, gli Eco-Actives sottolineano anche deficit prestazionali, mentre gli Eco-Dismissers, il cluster di chi abbandona comportamenti ecologici, considerano troppo impegnativa la ricerca di soluzioni eco-compatibili.
In ogni caso, è il riscaldamento globale il problema più sentito, con il 20% degli italiani che lo include tra le tre principali preoccupazioni ambientali, seguito dall’inquinamento dell’aria (11%), e il problemi relativi all’acqua, come lo spreco, l’inquinamento, la carenza (10%).

Come si trasforma il rapporto tra aziende e consumatori

In generale, due italiani su tre (67%) dimostrano sfiducia nei confronti dell’effettivo valore delle azioni a favore della sostenibilità dei brand, giudicati interessati esclusivamente ai profitti e impegnati solamente a parole.
Le abitudini di consumo si declinano in modo equilibrato a favore di una sostenibilità economica, sociale e ambientale. Gli italiani si indirizzano infatti verso prodotti locali (81%) e di aziende del territorio (79%), mentre grande rilievo viene attribuito al packaging, in particolare, se riciclabile (75%) o ricavato da materiale riciclato (74%).

Il veg non fa ancora breccia nel carrello della spesa

Inoltre, circa un italiano su quattro sarebbe disposto a premiare con la propria scelta chi dona parte della sua spesa in beneficenza (29%), protegge o promuove la biodiversità (26%), riduce gli sprechi nella supply chain (25%), garantisce certificazioni ufficiali (25%), fornisce suggerimenti per ridurre gli sprechi (25%).

Viceversa, la maggioranza relativa di consumatori non prende in considerazione alimenti totalmente vegani (44%) o sostitutivi di carne e latticini (22%), confermando come abitudini alimentari alternative a quelle tradizionali fatichino a fare breccia.
Quanto ai canali di vendita, secondo il 29% degli italiani i retailer favoriscono poco o per nulla uno stile di vita sostenibile.

Life Science: in Lombardia vale il 2,5% del PIL nazionale

In Lombardia il comparto del Life Science si conferma un driver di sviluppo per il sistema sociosanitario regionale, grazie al forte asse pubblico-privato.
Il sistema integrato garantisce un elevato tasso di innovazione sanitaria e competenze di alto profilo, generando un valore aggiunto pari al 12,6% dell’intero Pil regionale e il 2,5% di quello nazionale. Le imprese del settore presenti in Lombardia complessivamente rappresentano un terzo della filiera pharma e medtech nazionale.

Sono alcuni dati emersi dal rapporto ‘La rilevanza della filiera Life Sciences in Lombardia: benchmarking tra regioni italiane ed europee’, realizzato dal Centro studi di Assolombarda in collaborazione con le associazioni di categoria.

La filiera lombarda è uscita rafforzata dalla pandemia

Il valore della produzione in Lombardia nel 2022 raggiunge quasi 85 miliardi di euro, +17,5% rispetto al 2019. Il valore aggiunto sfiora 30 miliardi di euro (+16,4%). Nell’intero Paese la variazione è del +13,8%.

La Lombardia si riafferma anche come hub primario nazionale delle scienze della vita, distinguendosi tra i maggiori player in Europa. Qui, d’altronde, risiede un sesto della popolazione nazionale e si registra il 19% degli addetti, il 26% del valore aggiunto e il 31% del valore della produzione della filiera italiana.
Un confronto che regge anche con le altre regioni continentali rilevanti per insediamenti Life Science, come Cataluña, Baden-Württemberg e Île de France.

I numeri di un sistema vincente

L’industria farmaceutica lombarda spicca per un valore aggiunto per abitante superiore a tutti i benchmark, pari a 695 euro. L’export ammonta a 9,8 miliardi di euro nel 2023 (+28,3% vs 2019). 

Relativamente ai servizi sanitari, il valore aggiunto pro-capite in Lombardia cresce del +9,1% tra il 2019 e il 2022. Sempre nel 2022 il valore della produzione e il valore aggiunto dell’industria lombarda superano rispettivamente 38 e 11 miliardi di euro, +28,7% e +26,8% rispetto al 2019.
Inoltre, in Lombardia, l’industria da sola attiva il 45,2% del valore della produzione e il 37,1% del valore aggiunto dell’intera filiera Life Science regionale.

Imprese industriali driver di salute e attrattori di innovazione per il cittadino

Considerando le 77 maggiori aziende lombarde (con fatturato superiore a 100 milioni), il 66% ha una attività produttiva in regione, il 55% svolge trial clinici, mentre il 39%, ha un centro di ricerca aziendale.
Quanto alla rilevanza strategica dei servizi sanitari e socio-assistenziali, i servizi sanitari rappresentano il 54% del valore aggiunto e il 35% del valore della produzione dell’intera filiera lombarda.

Inoltre, i servizi sanitari lombardi attivano il 18,3% del valore aggiunto nazionale del settore, esprimendo un’incidenza superiore rispetto a quella della popolazione. Questo deriva sia dall’attrattività verso pazienti non residenti sia da una maggiore offerta sanitaria privata.

Valore aggiunto: nel 2023 sul podio 4 regioni del Sud, ma il Nord-Ovest corre di più

Risulta dall’analisi realizzata dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere sul valore aggiunto provinciale: nel 2023 salgono sul podio della classifica provinciale per tassi di incremento registrati quattro realtà del Sud. Non accadeva da oltre vent’anni.

Chieti e Agrigento sono infatti le ‘gazzelle’ d’Italia, con una crescita pari merito del valore aggiunto del +7,85% rispetto al 2022, staccando di pochissimo Caltanissetta e Catania (entrambe +7,83%).
Tuttavia, a fronte di una media nazionale del +6,55% è ancora il Nord-Ovest a correre più veloce (+6,73%) rispetto al Mezzogiorno (+6,59%). 

Sud primo per crescita di industria e PA 

Nel 2023, in valori assoluti, con 62.863 euro a testa Milano si conferma per il 22° anno consecutivo la prima provincia italiana per ricchezza prodotta pro-capite, rincorsa da Bolzano (52.811) e Bologna (43.510).
Sul lato opposto, nonostante il balzo, Agrigento (17.345), relegata all’ultimo posto della graduatoria come nel 2022.

A premiare lo sprint del Sud è soprattutto l’andamento del valore aggiunto prodotto dall’industria e dalla PA. Nell’industria nel 2023 la crescita è del 5,46%, meglio di Nord-Est (+4,66%), Nord-Ovest (+4,13%) e Centro (+3,85%).
Non a caso, 8 province delle prime 10 che mettono a segno le performance migliori sono del Sud, di cui 5 siciliane. 

Salgono poi a 9 le province meridionali che svettano nella top ten del valore aggiunto registrato dal comparto PA e altri servizi. Complessivamente, il Meridione segna +3,24%, seguito da Nord-Ovest (+2,59%), Centro (2,29%), Nord-Est (+2,20%)

La rimonta di Trieste

Se Milano, Bolzano e Bologna si mantengono salde nelle prime tre posizioni Sondrio (31.636 euro a testa nel 2023) e Benevento (20.067) registrano il balzo più consistente, con un recupero di tre posizioni ciascuna.
Sul fronte opposto, ad arretrare maggiormente sono Pordenone, Rimini, Grosseto, Taranto, Crotone, Nuoro.

In vent’anni, però, è Trieste a scalare maggiormente i gradini della classifica, passando dal 39° al 10° posto.
E se Pavia tra il 2003 e il 2023 è la provincia che indietreggia di più (-24 posizioni) colpisce la perdita di ‘smalto’ di Fermo e Prato, prima e seconda provincia italiana per incidenza di addetti nel settore tessile/abbigliamento/cuoio/calzature, che arretrano rispettivamente di 21 e 20 posizioni. 

Uno sviluppo diseguale

Negli ultimi vent’anni sono aumentate le differenze tra le diverse economie locali, mettendo in luce uno sviluppo diseguale anche all’interno delle stesse macroaree e regioni italiane.
Tra il 2003 e il 2023, 65 province su 107 hanno peggiorato il loro valore aggiunto pro-capite rispetto alla media nazionale.

Questo fenomeno paradossalmente colpisce di più il Nord-Ovest, che in vent’anni segna un peggioramento della ricchezza prodotta pro-capite nell’84 % delle province. In pratica, 21 province su 25, tutte quelle piemontesi e 10 lombarde.
Anche al Centro il tema è presente, e riguarda il 68% delle province (15 su 22). Meno complesso appare al Sud, con ‘solo’ la metà delle province in sofferenza (19 su 38), e al Nord-Est, con il 45% delle province, 10 su 22. 

Intelligenza Artificiale: una rivoluzione per l’industria farmaceutica

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il settore farmaceutico, trasformandolo a una velocità senza precedenti. Da strumento futuristico, l’IA è ormai una tecnologia fondamentale per molte aziende, che la utilizzano per innovare nel campo della ricerca e sviluppo, migliorare i processi produttivi e rendere più efficienti le operazioni.

Questa evoluzione emerge dal rapporto “AI: Radiografia di una rivoluzione in corso” della società Minsait (Indra Group), che analizza come l’intelligenza artificiale stia modificando il panorama delle aziende private e delle istituzioni pubbliche.

Applicazioni dell’IA nella farmaceutica

Oggi, oltre la metà delle imprese del settore (55%) utilizza l’IA per progettare nuovi farmaci e servizi, integrando l’innovazione nel ciclo di sviluppo. Un altro 33% impiega questa tecnologia per il monitoraggio delle malattie, mentre il 29% sfrutta l’IA per accelerare i processi di produzione e realizzazione dei farmaci stessi.

Questo utilizzo avanzato testimonia come l’intelligenza artificiale stia diventando una componente strategica, destinata a migliorare la qualità e la velocità del lavoro di ricerca e produzione.

Obiettivi: efficienza e innovazione

Secondo il rapporto, l’obiettivo principale delle organizzazioni è l’eccellenza operativa: il 70% delle aziende vede nell’IA uno strumento per aumentare l’efficienza delle operazioni quotidiane. Per il 34% degli intervistati, l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità per migliorare il processo decisionale, mentre il 31% punta a ottimizzare l’esperienza dei clienti e dei cittadini. L’adozione di soluzioni di IA è quindi ritenuta fondamentale non solo per innovare ma anche per garantire un miglioramento continuo nei rapporti con pazienti e consumatori finali.

Cosa frena l’implementazione dell’IA?

Nonostante i notevoli benefici, l’adozione dell’intelligenza artificiale nel settore farmaceutico presenta alcune sfide. Una delle principali difficoltà è la carenza di professionisti specializzati: il 36% delle aziende individua nella mancanza di competenze una barriera rilevante. Inoltre, il 35% degli intervistati ritiene che il management non sempre abbia una visione strategica chiara sull’adozione dell’IA, il che può rallentare l’implementazione.

Infine, il quadro normativo, che varia a seconda del Paese e del settore, introduce ulteriore incertezza, con il 31% delle aziende che considera la regolamentazione un freno nello sviluppo e applicazione delle tecnologie di intelligenza artificiale.

Cosa accadrà nel prossimo futuro?

Con il continuo avanzamento tecnologico, l’IA ha il potenziale di trasformare ancora di più l’industria farmaceutica. La sfida per le aziende sarà superare le barriere attuali e integrare l’IA in maniera strategica e sostenibile, contribuendo a una nuova era di innovazione e progresso nella tutela della salute.

Incubo burocrazia: alle Pmi costa 80 miliardi l’anno

Per tanti cittadini quando ci si deve interfacciare con la macchina pubblica spesso si scivola in un profondo stato di angoscia. Nell’offerta dei servizi pubblici digitali, la nostra Pubblica Amministrazione è tra le peggiori d’Europa, di conseguenza, i tempi medi per il rilascio di permessi e autorizzazioni sono tra i più elevati. 

Questi disservizi, purtroppo, hanno una ricaduta economica spaventosamente elevata. Elaborando alcuni dati pubblicati dall’OCSE, per le nostre Pmi il costo annuo ascrivibile all’espletamento delle procedure amministrative è di 80 miliardi di euro. Praticamente una tassa nascosta da far tremare i polsi.
A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA.

Espletare le procedure amministrative costa alle imprese 80 miliardi all’anno

Non solo, con un miglioramento della qualità dei servizi pubblici che avanza a passo di lumaca, la cattiva abitudine della nostra PA di richiedere, in particolare alle imprese, dati e documenti che le amministrazioni già possiedono è diventata una prassi consolidata. 

La complessità nell’adempiere alle procedure imposte dalla nostra PA è un problema che in Italia è sentito da 73 imprenditori su 100.
Tra i 20 Paesi dell’Area Euro solo in Slovacchia (78), Grecia (80) e Francia (84) la percentuale che ha denunciato questo problema è superiore al tasso riferito al nostro Paese. La media dell’Eurozona è pari a 57. 

La PA dovrebbe essere un elemento di crescita economica, non un ostacolo

Anche l’Italia può contare su punte di eccellenza della macchina pubblica non riscontrabili nel resto d’Europa, ma mediamente la nostra PA funziona con difficoltà, e in alcune aree del Paese costituisce un freno allo sviluppo.
Di fatto, in virtù del Regional Competitiveness Index (RCI) su 234 territori UE monitorati tra le realtà italiane la prima, la Provincia Autonoma di Trento, si posiziona al 158° posto. 

Secondo uno studio dell’OCSE, l’inefficienza della nostra PA ha ricadute negative sul livello di produttività delle imprese private.
In buona sostanza, dai calcoli dell’Organizzazione emerge che la produttività media del lavoro delle imprese è più elevata nelle zone dove l’Amministrazione pubblica è più efficiente.Ovvero, il Nord Italia.

PA più efficiente, territori più produttivi

Diversamente, dove la giustizia funziona peggio, la sanità è malconcia e le infrastrutture sono insufficienti (prevalentemente nel Sud Italia), anche le imprese private di quelle regioni perdono competitività . 
Dati confermati dall’Institutional Quality Index (IQI), l’indice concepito nel 2014 dall’Università degli Studi di Napoli Federico II che misura la qualità delle istituzioni pubbliche di tutte le realtà territoriali italiane.

Il risultato che emerge consegna un Paese spaccato a metà. La realtà territoriale più virtuosa d’Italia è Trento, seguita da Trieste e Treviso. Fuori dal podio Gorizia, Firenze, Venezia, Pordenone, Mantova, Vicenza e Parma.
Insomma, nei primi 10 posti 8 province appartengono alla macro area del Nord-Est. Il Sud, al contrario, è il fanalino di coda.

Platform Thinking: l’88% delle aziende quotate ha implementato un’iniziativa

Amazon, Spotify, Facebook, Google non sono solo aziende tech della Silicon Valley, ma possono diventare lo strumento per abilitare la trasformazione digitale delle imprese. 
L’88% delle aziende quotate al principale listino italiano ha sviluppato un’iniziativa in qualche modo legata a una piattaforma. Anche se in realtà in molti casi si tratta semplicemente di servizi lineari digitali, senza le caratteristiche che identificano le vere e proprie piattaforme.

Il Platform Thinking è la capacità di utilizzare meccanismi basati su piattaforme per la trasformazione del business di un’azienda di qualsiasi tipo. Una strategia di innovazione che in Italia interessa già 9 imprese su 10 dell’indice FTSE MIB. Emerge dall’Osservatorio Platform Thinking HUB del Politecnico di Milano.

Di 107 progetti solo 23 di classificano come reali piattaforme

Le piattaforme possono essere definite come gruppi di clienti multipli e interdipendenti ed effetti di rete trasversali, per cui la presenza di un gruppo di utenti aumenta il valore della piattaforma di un altro.
Le piattaforme, quindi, non sono solo strumenti per trasformare il business lineare in un modello più efficiente, scalabile e con costi marginali pari quasi a zero. Sono un meccanismo più ampio per rivoluzionare qualsiasi processo.

Il 46% delle aziende dell’indice FTSE MIB, una percentuale comunque significativa, sta sfruttando appieno le opportunità derivanti dal Platform Thinking. Quanto alle iniziative promosse da queste aziende come ‘piattaforme’ si contano 107 progetti, ma di questi solo il 22%, ovvero, 23 progetti, possono essere classificati come reali piattaforme.

Le tre strategie del Platform Thinking

L’Osservatorio ha identificato tre approcci e 18 strategie che le aziende possono mettere in atto per attuare il Platform Thinking.
La prima è quella della piattaforma come nuovo servizio, che può comportare un nuovo approccio al mercato, una ‘scatola degli attrezzi’ per gli sviluppatori, un’espansione dei servizi esistenti o un nuovo servizio, iniziative di sostenibilità o sviluppo di piattaforme attorno a un prodotto.

La seconda strategia riguarda innovare un’attività primaria dell’azienda, con un’estensione dal lato dell’offerta, piattaforme di seconda generazione, estensioni multilaterali, pubblicità avanzata, apertura a complementi esterni o digitalizzazione dei servizi.
Il terzo approccio è la piattaforma per innovare un’attività di supporto, come raccolta di dati per l’innovazione, piattaforme di open innovation, sistemi di gestione della conoscenza, processo di sostegno all’estensione dell’offerta, progetti di sostenibilità interna e piattaforme di training.

“Uno strumento per creare valore reinventando prodotti e processi”

“Le piattaforme sono uno strumento adatto non solo alle startup tecnologiche, ma anche alle aziende di ogni dimensione e settore per creare valore reinventando prodotti e processi aziendali – spiega Daniel Trabucchi, Responsabile Scientifico e Direttore dell’Osservatorio -. La ricerca dimostra come siano molto diffuse e addirittura pervasive anche nelle aziende nel nostro Paese, creando valore e portando efficienza, efficacia e allineamento all’interno. Ma le piattaforme si rivelano alleate anche in alcune grandi sfide della modernità, come quello della sostenibilità, basti pensare a realtà come Vinted o ToGoodToGoo, che stanno facendo molto per abbattere gli sprechi e favorire l’economia circolare”.

Super Ecobonus 110%: ne ha beneficiato solo il 4% degli edifici italiani

Negli ultimi due anni, le misure restrittive imposte per legge hanno ridotto l’impatto negativo del Super Ecobonus 110% sui conti pubblici. Tuttavia, la Cgia di Mestre sottolinea che, dall’introduzione di questa agevolazione fino al 31 agosto scorso, gli oneri complessivi a carico dello Stato hanno raggiunto quasi i 123 miliardi di euro.

Circa 500.000 immobili hanno beneficiato del Superbonus, ma considerando che in Italia gli edifici residenziali sono circa 12,2 milioni, l’agevolazione ha interessato solo il 4% del totale.

Un investimento eccessivamente gravoso

Secondo la Cgia, l’investimento effettuato per migliorare l’efficienza energetica di un numero così ridotto di abitazioni è motivo di preoccupazione. La Confederazione degli artigiani mette in evidenza che, in un momento così delicato, la spesa di oltre 6 punti di PIL per efficientare solo una minima parte delle abitazioni suscita giustamente indignazione.

Nonostante l’intento di incentivare il risparmio energetico, l’iniziativa sembra aver beneficiato principalmente i proprietari di immobili con redditi più elevati, trascurando le famiglie a basso reddito che abitano in case spesso in cattivo stato.

Risultati ambientali non sostenibili

Le critiche non si fermano qui. Anche se il Superbonus è stato concepito per ridurre le emissioni inquinanti, le evidenze attuali suggeriscono che i risultati ottenuti siano modesti. Secondo la Banca d’Italia, i benefici ambientali del Superbonus potrebbero compensare i costi finanziari sostenuti in un periodo di quasi 40 anni.

Alcuni esperti internazionali affermano che sarebbe stato possibile ottenere una riduzione maggiore delle emissioni incentivando l’elettrificazione dei sistemi di riscaldamento e cucina, piuttosto che continuare a fare affidamento su fonti fossili.

Le alternative più utili socialmente

Coloro che difendono il provvedimento sostengono che non si debba considerare solo la spesa, ma anche gli effetti economici positivi generati. Tuttavia, la Cgia ribatte che se invece di focalizzarsi sulla ristrutturazione di abitazioni private si fosse investito in progetti di demolizione e ricostruzione di alloggi pubblici, i risultati economici e sociali sarebbero stati simili.

Con 123 miliardi di euro, si sarebbero potuti costruire 1,2 milioni di alloggi pubblici, con un impatto sociale ben più significativo.

Situazione regionale e costi medi

Fino al 31 agosto, gli interventi effettuati grazie al Superbonus ammontano a quasi 500.000 unità, rappresentando solo il 4,1% degli edifici residenziali in Italia. A livello regionale, il Veneto si distingue per il maggior numero di richieste, ma molte regioni del Mezzogiorno mostrano un tasso di adesione molto basso.

Infine, il costo medio per intervento è di circa 247.800 euro, con punte significative in alcune regioni come la Valle d’Aosta, dove il costo per immobile supera i 400.000 euro.

Casa: affitti più cari del mutuo, ma per comprare servono troppi soldi

Secondo il portale idealista.it il canone mensile per un appartamento con due camere da letto è del 75% più caro della rata del mutuo necessaria per acquistare la stessa casa. Ma per comprare occorre avere a disposizione un acconto di almeno 42.703 euro.

L’affitto medio mensile per una casa di questa tipologia è 904 euro, la rata del mutuo si aggira intorno a 516 euro. Milano registra il prezzo di affitto più alto per appartamenti con due stanze da letto, con una media di 1.825 euro al mese. All’estremo opposto, Caltanissetta, dove ne bastano 418.
Anche per quanto riguarda le rate dei mutui Milano guida la classifica, con una rata media di 1.500 euro mensili, mentre le rate più economiche si trovano a Biella (178 euro).

Divario più significativo a Torino

Nella maggior parte dei casi, la differenza tra affitto e mutuo è minore a livello di capoluoghi. Tuttavia, in otto capoluoghi lo scarto tra rata e canone è più del doppio, con Messina (154%) in testa davanti a Genova (116%) e Catania (111%).

Tra i grandi mercati, Torino registra il divario più significativo, con una differenza del 74%, seguita da Napoli (48%) e Roma (43%). Al contrario, Pesaro (-5%), Bolzano (-9%), Rimini e Trento (entrambe -12%) sono le uniche città dove l’affitto è più basso della rata del mutuo.
A livello provinciale le discrepanze sono ancora più pronunciate. In 22 province l’affitto costa almeno il doppio della rata, con la provincia di Aosta che registra una differenza del 170%.

A Milano servono oltre 124.000 euro per l’acconto del mutuo

Per ottenere un finanziamento ipotecario è fondamentale avere risparmi sufficienti a coprire l’acconto, che solitamente corrisponde al 20% del valore dell’immobile, oltre alle spese accessorie legate all’acquisto, che ammontano a circa il 10%.
In totale, quindi, per accedere a un mutuo è necessario disporre di circa il 30% del valore dell’immobile.

Milano si distingue come la città dove è richiesto il maggior capitale iniziale, con una media di 124.191 euro, seguita da Bolzano (109.363) e Venezia (96.820).
Biella, invece, è il capoluogo dove si richiede il minore ammontare di risparmi (14.727), seguita da Ragusa (17.174) e Caltanissetta (17.321).

Una casa di proprietà per molti è una chimera

“Lo studio mette in luce la complessa situazione delle famiglie in relazione all’accesso alla proprietà della casa – commenta Per Vincenzo De Tommaso, portavoce di idealista -. In quasi tutti i mercati le famiglie potrebbero pagare più facilmente la rata del mutuo che l’affitto mensile, ma in molti casi non possono fare il salto perché mancano dei risparmi necessari. Purtroppo, i prezzi elevati degli affitti impediscono di generare i risparmi necessari per poter acquistare una casa e accedere a una situazione di maggiore stabilità e sollievo finanziario. Poiché non è realistico aspettarsi un allentamento dei criteri di rischio da parte del sistema finanziario, l’unica soluzione praticabile sembra l’adozione di misure che aumentino significativamente l’offerta di case in affitto”.

Smartphone: è vero che ci “spia”?

È vero che i cellulari ‘ascoltano’ le nostre conversazioni al fine di personalizzare gli annunci pubblicitari? Capita, infatti, di parlare al telefono di un argomento con qualcuno e poco dopo vedere apparire sui social annunci pubblicitari proprio su quel tema.
Ma cosa c’è dietro questo fenomeno?

“Ogni giorno, senza rendercene conto, condividiamo e consumiamo enormi quantità di dati online, e questo scambio tra dispositivi avviene costantemente in background – dichiara Cesare D’Angelo, General Manager Italy & Mediterranean di Kaspersky -. Tuttavia, prestiamo attenzione solo quando l’argomento è molto specifico o personale, come un viaggio in una destinazione insolita o un prodotto particolare.  In questi casi, sembra che il nostro smartphone abbia ascoltato le nostre conversazioni, ma in realtà si tratta semplicemente di un sofisticato sistema di tracciamento e analisi delle nostre attività digitali”.

Come funziona il tracciamento delle abitudini online

Secondo Kaspersky, l’idea che i nostri smartphone ci ascoltino è dovuta a due fattori: il tracciamento delle abitudini online e lo scambio di informazioni tra dispositivi vicini.
Quando si naviga su Internet, ogni sito visitato, prodotto cercato, recensione scritta e contenuto preferito sui social, nonché la posizione registrata tramite il GPS del dispositivo, vengono tracciati. Queste informazioni consentono alle aziende di conoscere meglio i nostri interessi e le nostre preferenze, così da proporre suggerimenti personalizzati.

Ad esempio, se si cercano sentieri escursionistici, non sarà insolito vedere annunci pubblicitari di viaggi in destinazioni popolari per l’escursionismo, anche se non si è cercata specificamente quella destinazione.

Il proximity data sharing

Il motivo per cui i cellulari ascoltano le nostre conversazioni è la loro capacità di condividere preferenze tra dispositivi vicini.
Nota come ‘proximity data sharing’, questa funzione consente lo scambio di informazioni tra device sulle abitudini di acquisto, migliorando così la personalizzazione delle offerte online.

È importante notare che questi scambi di dati non sono associati a persone specifiche, ma al dispositivo o all’IP collegato, quindi, tecnicamente, ciò che viene condiviso sono metadati, che non consentono l’identificazione dell’utente.
Ma per evitare che le nostre preferenze possano essere tracciate e proteggere la nostra privacy, Kaspersky consiglia alcuni semplici passi.

I consigli per proteggere la privacy

Anzitutto controllare le autorizzazioni delle app, verificando quali hanno accesso ai dati sensibili e disattivando le funzionalità considerate invasive. Come, ad esempio, cronologia di navigazione o abitudini di consumo. Oppure, utilizzare la modalità in incognito, che permette di nascondere semplicemente la cronologia di navigazione e non memorizzare le informazioni sulle pagine visitate, i cookie, le password e così via.

Bloccare i web tracker utilizzando programmi ed estensioni speciali che impediscono il tracciamento delle attività online, anche sui social, e forniscono un elenco di tutti i tracker bloccati per impostazione predefinita.
E per chi si connette a reti Wi-Fi pubbliche o poco sicure, usare una VPN affidabile protegge i dati personali da occhi indiscreti, riducendo significativamente i rischi di essere tracciati.