IA: perché può contribuire al benessere sul luogo di lavoro?

L’intelligenza artificiale non incide solo sulla produttività. Secondo un’indagine condotta da Jabra in collaborazione con l’Happiness Research Institute, può anche migliorare il benessere emotivo dei lavoratori.

La ricerca ha coinvolto oltre 3.700 professionisti in 11 Paesi, Italia inclusa, per capire come l’impiego degli strumenti di IA stia trasformando non solo i processi, ma anche la qualità della vita lavorativa e personale.

L’Italia c’è 

Nel campione globale, 363 lavoratori italiani hanno raccontato il loro rapporto con l’intelligenza artificiale. Il 54% dichiara di usarla regolarmente nella sfera privata, mentre il 48% ne fa uso anche in ambito professionale. I comportamenti e le percezioni rilevate nel nostro Paese si allineano a quelli registrati a livello internazionale.

Più IA, più gratificazione sul lavoro

Emergono dati interessanti: chi utilizza frequentemente l’IA tende a sentirsi più realizzato. Il 78% degli utenti abituali afferma di raggiungere più facilmente i propri obiettivi, rispetto al 63% di chi la usa sporadicamente. Anche le prospettive di carriera sembrano migliori: il 70% degli utilizzatori regolari percepisce maggiori possibilità di crescita, contro il 38% tra chi la usa raramente.

Chi si affida con costanza all’IA è anche più fiducioso rispetto al futuro del proprio lavoro: quasi la metà crede che il proprio ruolo resterà stimolante e soddisfacente nel tempo, mentre meno di un terzo degli altri condivide lo stesso ottimismo.

Soddisfazione professionale e benessere personale

Un altro dato emerso è la forte connessione tra soddisfazione sul lavoro e qualità della vita. Chi è felice in ambito professionale ha da quattro a cinque volte più probabilità di esserlo anche nel privato.
Due persone su tre che si sentono realizzate nella loro carriera dichiarano un elevato livello di benessere personale.

Non solo efficienza: ci vuole anche empatia

Per Meik Wiking, fondatore dell’Happiness Research Institute, serve un cambio di prospettiva: “Non possiamo limitarci a valutare l’IA in termini di resa. Dobbiamo capire come influisce sulla motivazione e sulla percezione del futuro”.

Lo stress tecnologico? Dipende da come lo si vive

Non mancano però le difficoltà, come riferisce Adnkronos. Gli utenti abituali dell’IA riportano un incremento del 20% nei livelli di stress. Le cause? La necessità di adattarsi rapidamente, imparare nuove funzioni e interpretare correttamente i risultati prodotti dai sistemi.

Allo stesso tempo, uno stress moderato può rappresentare un segnale di impegno: quando non è sopraffazione, è spesso accompagnato da maggiore concentrazione e soddisfazione.

Un futuro da scrivere

Nonostante il crescente interesse, molti professionisti non hanno ancora integrato l’IA nel loro lavoro quotidiano. È un momento cruciale per le aziende, che hanno l’opportunità di progettare strumenti capaci di migliorare sia l’efficienza che l’esperienza umana.

Come sottolinea Paul Sephton di Jabra, “il futuro del lavoro non sarà solo basato sulla tecnologia, ma anche sulla capacità di creare ambienti dove benessere e innovazione camminano insieme”.

Energia elettrica: prezzi in linea con l’Europa, ma “pesano” oneri e tasse

Secondo i dati diffusi i dati diffusi dalla Relazione annuale 2024 di Arera, dopo un 2023 caratterizzato dagli strascichi della crisi energetica con rincari generalizzati dei prezzi medi dell’energia elettrica per i consumatori domestici dell’Unione, nel 2024 il permanere di uno scenario internazionale complesso ha avuto come conseguenza significativi divari tra i Paesi.
In Italia le misure straordinarie 2022-2023 si sono man mano esaurite, con il ripristino delle aliquote IVA ordinarie sul gas e il progressivo ritorno alle condizioni ordinarie dei bonus sociali.

Inoltre, se in 10 Paesi europei i prezzi sono aumentati, in 17 sono diminuiti, tra cui Italia (-8%) e Lussemburgo (-33%).
Di conseguenza sono stati adottati, rimodulati o sospesi interventi pubblici per il contenimento dei costi dell’energia.

Invariato il prezzo medio nell’Area euro

Nonostante le forti differenze tra i singoli Paesi, il prezzo medio ponderato dell’energia elettrica nell’Area euro rimane invariato (+0,2%. 31,04 c€/kWh). L’Italia è tra i Paesi che hanno sperimentato la riduzione maggiore dei prezzi lordi per clienti domestici, scesi da 38,64 a 35,7 c€/kWh, per una riduzione pari al 15% (24,7% nel 2023) del differenziale rispetto alla media europea.

Quanto ai prezzi netti (senza oneri e imposte) in Italia risultano del +14% superiori alla media (25,92 c€/kWh vs 22,73 c€/kWh) nonostante le riduzioni registrate dalla componente energia (-21%) e i costi di rete.
I prezzi finali pagati dalle famiglie italiane continuano a essere penalizzati dalle componenti di oneri, imposte e tasse, il cui incremento del 28% annulla le riduzioni registrate dalla componente energia e i costi di rete.

La nostra componente fiscale è la più elevata

Nel confronto internazionale, la componente fiscale italiana risulta la più elevata, superiore a quella di Francia (+51%), Spagna (+36%), e della media dell’Area euro (+18%).
Guardando alle classi di consumo, il differenziale dei prezzi italiani con quelli tedeschi nel 2024 risulta negativo in tutte le classi, mentre rispetto alla Francia, sebbene in riduzione rispetto al 2023, rimane positivo in tutte le classi.
Anche rispetto alla Spagna il differenziale è positivo e crescente per tutte le classi.

In Italia i consumi di energia elettrica sono comunque aumentati del 2,3%. La ripresa ha interessato quasi tutti i settori eccetto l’industria (-0,5%).

In Italia l’ 83,7% è di “produzione propria”

La domanda italiana è stata soddisfatta per l’83,7% dalla produzione nazionale netta (escludendo l’energia destinata ai pompaggi) e per il restante 16,3% dal saldo con l’estero.
La produzione nazionale lorda è cresciuta del 3,2% e si attesta a 273,3 TWh con le rinnovabili ancora in aumento (+14,9%).

La spinta proviene principalmente dell’aumento nella produzione idroelettrica (+30,2%), che con 52,8 TWh è tornata ad avvicinarsi ai massimi degli ultimi dieci anni, che compensano il calo del termoelettrico (-6%).
Inoltre, per il terzo anno di seguito sono stati registrati oltre 351 eventi meteo estremi che hanno causato più danni (stesso livello del 2023) rispetto ai 60 del 2015.
Tra gli eventi catastrofici del 2024 spiccano le due nuove alluvioni in Emilia-Romagna in settembre e ottobre.

Privacy e sicurezza: l’Italia è divisa dal digital gap

L’Italia soffre gli effetti del digital divide culturale: un italiano su quattro (25%) ritiene indispensabile ripensare la privacy nell’era digitale, mentre il 24% non condivide questa necessità. Inoltre, se nei Grandi Centri il 30% è convinto dell’importanza di ridefinire il concetto di privacy, contro un 20% che non lo ritiene necessario, nei Piccoli Centri le percentuali sono praticamente invertite.

Di fatto, i Grandi Centri, più esposti alle sfide tecnologiche e ai temi legati alla privacy, percepiscono la questione come più urgente, mentre nei Piccoli Centri appare meno rilevante. 
Emerge dal Rapporto Privacy e Sicurezza dell’Osservatorio della Fondazione per la Sostenibilità Digitale.

Le due velocità della sostenibilità digitale

I cittadini digitalizzati e sensibili alla sostenibilità mostrano maggiore fiducia nel cambiamento. Chi, invece, non utilizza il digitale ma è attento alla sostenibilità riconosce il potenziale impatto delle tecnologie, pur manifestando maggiore cautela. Il 40% invece non è digitalizzato né sostenibile: 4 italiani su 10 appaiono ignari o indifferenti al problema 

I social network però sono percepiti da molti italiani come strumenti con un potere eccessivo nel condizionare i comportamenti.
Complessivamente, il 52% degli intervistati ritiene che questa influenza sia significativa, il 23% la considera molto elevata, mentre il 25% la giudica irrilevante. 

Regolamentazione tra incertezza e incoerenza

Per quanto riguarda la regolamentazione, emerge una situazione di incertezza e incoerenza. Il 22% degli italiani richiede interventi governativi più rigidi, e se complessivamente, circa il 50% degli intervistati concorda sulla necessità di una regolamentazione più severa, solo il 24% degli italiani presta sempre molta attenzione alla privacy altrui quando pubblica contenuti online.

Le persone digitalizzate e attente alla sostenibilità si dimostrano le più scrupolose, con il 40% che verifica sempre l’impatto delle proprie azioni e il 46% che lo fa con regolarità.
Anche gli utenti non digitalizzati, ma sensibili alla sostenibilità, pur avendo meno competenze digitali, mostrano una discreta attenzione alla privacy altrui quando pubblicano sui social.

Personalizzazione: una questione che genera ambivalenza

La protezione della privacy è percepita come una priorità per il 34% degli intervistati, mentre il 20% non la considera tale. Questa percezione varia significativamente tra Grandi e Piccoli Centri.
Spostando l’attenzione sul rapporto tra privacy e personalizzazione dei servizi digitali, emerge una certa ambivalenza. Il 45% degli italiani ritiene che la privacy sia ‘poco o per nulla’ sacrificabile rispetto alla personalizzazione, ma nei Piccoli Centri questa percentuale scende al 39%.

In generale, i dati rivelano che sebbene la privacy sia riconosciuta come una priorità, nei Piccoli Centri questo tema non sembra ancora radicato.
Qui, l’attenzione alla protezione dei dati appare percepita come una questione astratta o lontana, a differenza dei Grandi Centri, dove l’importanza della privacy è più consolidata.

Settore ICT: perché è un motore di innovazione e competitività?

Nel 2022, il settore ICT ha confermato il suo ruolo centrale nella competitività dell’economia italiana, rappresentando il primo comparto per investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) intra-muros. Secondo il rapporto “Ricerca e Innovazione ICT in Italia” di Anitec-Assinform, realizzato in collaborazione con APRE, la spesa per R&S nel settore ICT ha raggiunto 2,5 miliardi di euro, con una crescita dell’1,5% rispetto al 2021. Di questa cifra, quasi la metà è stata destinata al software e ai servizi IT, mentre il comparto hardware ha segnato un incremento del 7,1%.

L’84% degli investimenti proviene da fondi privati, coinvolgendo oltre 52.000 addetti e quasi 19.600 ricercatori. Tuttavia, nonostante i progressi, la quota italiana di spesa R&S ICT intra-muros nell’UE27 è calata dal 9,5% del 2010 al 6,7% del 2022, segnalando l’urgenza di aumentare gli investimenti per colmare il divario con economie come Germania e Francia.

Quattro proposte per dare nuovo sprint al comparto ICT

Il rapporto di Anitec-Assinform evidenzia quattro misure strategiche per potenziare la competitività italiana. Come prima cosa, andrebbe prevista una maggiore partecipazione ai programmi europei, incrementando le sinergie tra pubblico e privato nei progetti Horizon Europe e Digital Europe, con un focus su tecnologie come intelligenza artificiale, cybersicurezza e supercalcolo. In secondo luogo andrebbe facilitato l’accesso alle agevolazioni fiscali per le imprese ICT, incluse le filiali di multinazionali, aumentando aliquote e massimali. Terzo, bisognerebbe creare un modello a rete per la ricerca applicata, coordinando gli investimenti e incentivando la brevettazione in ambito ICT, replicando i successi di altri paesi europei. Quarto punto, il capitale umano: è infatti necessario promuovere la formazione di ricercatori specializzati attraverso dottorati industriali e percorsi ad hoc.

Il futuro delle Tecnologie Quantistiche

La seconda parte del rapporto si concentra sulle Quantum Technologies, destinate a rivoluzionare il digitale. Applicazioni come il Quantum Computing, la Quantum Communication e i Quantum Sensors promettono di trasformare settori chiave come sicurezza informatica, intelligenza artificiale e gestione dei dati.

L’Italia è ancora indietro

Nonostante l’impegno del PNRR, l’Italia è ancora indietro rispetto a Stati Uniti e Cina in termini di investimenti e produttività brevettuale. Per recuperare terreno, il rapporto suggerisce di aumentare gli investimenti pubblici e privati, creare ecosistemi innovativi e promuovere collaborazioni internazionali.

Claudio Bassoli, vicepresidente di Anitec-Assinform, afferma: “Investire nell’ICT e nelle Quantum Technologies non solo rafforzerà la competitività italiana, ma permetterà al nostro Paese di assumere un ruolo di leadership nei mercati emergenti del futuro.”

Italiani e sostenibilità: tutti la vogliono, ma sono ancora troppe le barriere

In Italia resta elevata la soglia di attenzione verso il tema della sostenibilità. Il 55% degli italiani prova a fare del suo meglio per adottare comportamenti idonei, tuttavia, emergono parecchi ostacoli.
Se da un lato chi vorrebbe essere più virtuoso non sa come fare, dall’altro 4 consumatori su 10 trovano sempre più difficile agire in modo sostenibile a causa della crisi economica. Il prezzo elevato è infatti la prima barriera (60%). 

Secondo l’indagine ‘Who cares? Who does? Sustainability’, realizzata da YouGov su un campione di 4.382 famiglie, il 75% degli italiani rientra però nella categoria dei cosiddetti Eco-Actives (23%), coloro che dimostrano maggiore sensibilità su tematiche green e allo stesso tempo cercano di acquistare prodotti sostenibili regolarmente, o degli Eco-Considerers (52%), genericamente preoccupati per l’ambiente non acquistano regolarmente prodotti green.

Il 37% delle famiglie fatica a tradurre l’impegno in azioni concrete

L’interesse di tre italiani su quattro per le tematiche ambientali rappresenta un riscontro senz’altro positivo, soprattutto se rapportato alla media globale (64%), ma i margini di miglioramento sono ancora ampi.
Lo dimostra il 37% delle famiglie fatica a tradurre l’impegno in azioni concrete a causa di problemi sociali e economici.

Inoltre, gli Eco-Actives sottolineano anche deficit prestazionali, mentre gli Eco-Dismissers, il cluster di chi abbandona comportamenti ecologici, considerano troppo impegnativa la ricerca di soluzioni eco-compatibili.
In ogni caso, è il riscaldamento globale il problema più sentito, con il 20% degli italiani che lo include tra le tre principali preoccupazioni ambientali, seguito dall’inquinamento dell’aria (11%), e il problemi relativi all’acqua, come lo spreco, l’inquinamento, la carenza (10%).

Come si trasforma il rapporto tra aziende e consumatori

In generale, due italiani su tre (67%) dimostrano sfiducia nei confronti dell’effettivo valore delle azioni a favore della sostenibilità dei brand, giudicati interessati esclusivamente ai profitti e impegnati solamente a parole.
Le abitudini di consumo si declinano in modo equilibrato a favore di una sostenibilità economica, sociale e ambientale. Gli italiani si indirizzano infatti verso prodotti locali (81%) e di aziende del territorio (79%), mentre grande rilievo viene attribuito al packaging, in particolare, se riciclabile (75%) o ricavato da materiale riciclato (74%).

Il veg non fa ancora breccia nel carrello della spesa

Inoltre, circa un italiano su quattro sarebbe disposto a premiare con la propria scelta chi dona parte della sua spesa in beneficenza (29%), protegge o promuove la biodiversità (26%), riduce gli sprechi nella supply chain (25%), garantisce certificazioni ufficiali (25%), fornisce suggerimenti per ridurre gli sprechi (25%).

Viceversa, la maggioranza relativa di consumatori non prende in considerazione alimenti totalmente vegani (44%) o sostitutivi di carne e latticini (22%), confermando come abitudini alimentari alternative a quelle tradizionali fatichino a fare breccia.
Quanto ai canali di vendita, secondo il 29% degli italiani i retailer favoriscono poco o per nulla uno stile di vita sostenibile.

Valore aggiunto: nel 2023 sul podio 4 regioni del Sud, ma il Nord-Ovest corre di più

Risulta dall’analisi realizzata dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere sul valore aggiunto provinciale: nel 2023 salgono sul podio della classifica provinciale per tassi di incremento registrati quattro realtà del Sud. Non accadeva da oltre vent’anni.

Chieti e Agrigento sono infatti le ‘gazzelle’ d’Italia, con una crescita pari merito del valore aggiunto del +7,85% rispetto al 2022, staccando di pochissimo Caltanissetta e Catania (entrambe +7,83%).
Tuttavia, a fronte di una media nazionale del +6,55% è ancora il Nord-Ovest a correre più veloce (+6,73%) rispetto al Mezzogiorno (+6,59%). 

Sud primo per crescita di industria e PA 

Nel 2023, in valori assoluti, con 62.863 euro a testa Milano si conferma per il 22° anno consecutivo la prima provincia italiana per ricchezza prodotta pro-capite, rincorsa da Bolzano (52.811) e Bologna (43.510).
Sul lato opposto, nonostante il balzo, Agrigento (17.345), relegata all’ultimo posto della graduatoria come nel 2022.

A premiare lo sprint del Sud è soprattutto l’andamento del valore aggiunto prodotto dall’industria e dalla PA. Nell’industria nel 2023 la crescita è del 5,46%, meglio di Nord-Est (+4,66%), Nord-Ovest (+4,13%) e Centro (+3,85%).
Non a caso, 8 province delle prime 10 che mettono a segno le performance migliori sono del Sud, di cui 5 siciliane. 

Salgono poi a 9 le province meridionali che svettano nella top ten del valore aggiunto registrato dal comparto PA e altri servizi. Complessivamente, il Meridione segna +3,24%, seguito da Nord-Ovest (+2,59%), Centro (2,29%), Nord-Est (+2,20%)

La rimonta di Trieste

Se Milano, Bolzano e Bologna si mantengono salde nelle prime tre posizioni Sondrio (31.636 euro a testa nel 2023) e Benevento (20.067) registrano il balzo più consistente, con un recupero di tre posizioni ciascuna.
Sul fronte opposto, ad arretrare maggiormente sono Pordenone, Rimini, Grosseto, Taranto, Crotone, Nuoro.

In vent’anni, però, è Trieste a scalare maggiormente i gradini della classifica, passando dal 39° al 10° posto.
E se Pavia tra il 2003 e il 2023 è la provincia che indietreggia di più (-24 posizioni) colpisce la perdita di ‘smalto’ di Fermo e Prato, prima e seconda provincia italiana per incidenza di addetti nel settore tessile/abbigliamento/cuoio/calzature, che arretrano rispettivamente di 21 e 20 posizioni. 

Uno sviluppo diseguale

Negli ultimi vent’anni sono aumentate le differenze tra le diverse economie locali, mettendo in luce uno sviluppo diseguale anche all’interno delle stesse macroaree e regioni italiane.
Tra il 2003 e il 2023, 65 province su 107 hanno peggiorato il loro valore aggiunto pro-capite rispetto alla media nazionale.

Questo fenomeno paradossalmente colpisce di più il Nord-Ovest, che in vent’anni segna un peggioramento della ricchezza prodotta pro-capite nell’84 % delle province. In pratica, 21 province su 25, tutte quelle piemontesi e 10 lombarde.
Anche al Centro il tema è presente, e riguarda il 68% delle province (15 su 22). Meno complesso appare al Sud, con ‘solo’ la metà delle province in sofferenza (19 su 38), e al Nord-Est, con il 45% delle province, 10 su 22. 

Smartphone: è vero che ci “spia”?

È vero che i cellulari ‘ascoltano’ le nostre conversazioni al fine di personalizzare gli annunci pubblicitari? Capita, infatti, di parlare al telefono di un argomento con qualcuno e poco dopo vedere apparire sui social annunci pubblicitari proprio su quel tema.
Ma cosa c’è dietro questo fenomeno?

“Ogni giorno, senza rendercene conto, condividiamo e consumiamo enormi quantità di dati online, e questo scambio tra dispositivi avviene costantemente in background – dichiara Cesare D’Angelo, General Manager Italy & Mediterranean di Kaspersky -. Tuttavia, prestiamo attenzione solo quando l’argomento è molto specifico o personale, come un viaggio in una destinazione insolita o un prodotto particolare.  In questi casi, sembra che il nostro smartphone abbia ascoltato le nostre conversazioni, ma in realtà si tratta semplicemente di un sofisticato sistema di tracciamento e analisi delle nostre attività digitali”.

Come funziona il tracciamento delle abitudini online

Secondo Kaspersky, l’idea che i nostri smartphone ci ascoltino è dovuta a due fattori: il tracciamento delle abitudini online e lo scambio di informazioni tra dispositivi vicini.
Quando si naviga su Internet, ogni sito visitato, prodotto cercato, recensione scritta e contenuto preferito sui social, nonché la posizione registrata tramite il GPS del dispositivo, vengono tracciati. Queste informazioni consentono alle aziende di conoscere meglio i nostri interessi e le nostre preferenze, così da proporre suggerimenti personalizzati.

Ad esempio, se si cercano sentieri escursionistici, non sarà insolito vedere annunci pubblicitari di viaggi in destinazioni popolari per l’escursionismo, anche se non si è cercata specificamente quella destinazione.

Il proximity data sharing

Il motivo per cui i cellulari ascoltano le nostre conversazioni è la loro capacità di condividere preferenze tra dispositivi vicini.
Nota come ‘proximity data sharing’, questa funzione consente lo scambio di informazioni tra device sulle abitudini di acquisto, migliorando così la personalizzazione delle offerte online.

È importante notare che questi scambi di dati non sono associati a persone specifiche, ma al dispositivo o all’IP collegato, quindi, tecnicamente, ciò che viene condiviso sono metadati, che non consentono l’identificazione dell’utente.
Ma per evitare che le nostre preferenze possano essere tracciate e proteggere la nostra privacy, Kaspersky consiglia alcuni semplici passi.

I consigli per proteggere la privacy

Anzitutto controllare le autorizzazioni delle app, verificando quali hanno accesso ai dati sensibili e disattivando le funzionalità considerate invasive. Come, ad esempio, cronologia di navigazione o abitudini di consumo. Oppure, utilizzare la modalità in incognito, che permette di nascondere semplicemente la cronologia di navigazione e non memorizzare le informazioni sulle pagine visitate, i cookie, le password e così via.

Bloccare i web tracker utilizzando programmi ed estensioni speciali che impediscono il tracciamento delle attività online, anche sui social, e forniscono un elenco di tutti i tracker bloccati per impostazione predefinita.
E per chi si connette a reti Wi-Fi pubbliche o poco sicure, usare una VPN affidabile protegge i dati personali da occhi indiscreti, riducendo significativamente i rischi di essere tracciati.

Transizione digitale, perchè in Italia è a rischio rallentamento? 

La trasformazione digitale delle imprese italiane è a rischio di rallentamento a causa della crescente difficoltà nel trovare personale qualificato. Secondo un’indagine condotta da Confartigianato, le aziende italiane hanno bisogno di circa 699mila lavoratori con competenze digitali avanzate, ma attualmente non riescono a coprire oltre la metà delle posizioni richieste (51,8%).

In particolare, mancano all’appello circa 362mila professionisti in grado di gestire tecnologie come l’intelligenza artificiale, il cloud computing, l’Internet of Things (IoT) industriale, la data analytics, i big data, la realtà virtuale e aumentata e la blockchain.

La rilevazione di Confartigianato

L’indagine di Confartigianato ha suscitato un notevole interesse mediatico. Il 21 agosto, i principali quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, Il Giornale, Libero e Il Messaggero, hanno dedicato ampio spazio alla questione.

Anche numerosi portali di informazione, come IlSole24ore.com, hanno trattato l’argomento in modo approfondito. Sul fronte televisivo, diversi telegiornali hanno trasmesso servizi sulla carenza di personale qualificato, tra cui Tg5, Tgcom24, Tg1 e Tg2. Inoltre, il 22 agosto, il presidente di Confartigianato, Marco Granelli, ha rilasciato un’intervista approfondita a Tgcom24.

Regioni e province in cui il personale manca di più 

Confartigianato ha stilato una classifica delle regioni e province italiane in cui la mancanza di personale con competenze digitali è più acuta. A livello regionale, il Trentino-Alto Adige è in cima alla lista, con il 65,8% delle posizioni vacanti, seguito da Friuli-Venezia Giulia (62,6%) e Umbria (60,3%). Anche regioni come Marche, Veneto ed Emilia-Romagna presentano percentuali di posti non coperti superiori alla media nazionale.

A livello provinciale, Bolzano risulta essere la provincia con la maggiore difficoltà nel trovare personale qualificato, con il 69,2% delle posizioni vacanti, seguita da Trieste, Terni e Udine. Altre province che affrontano sfide significative includono Lucca, Lodi, Gorizia e Trento.

Imprese, le strategie per trovare i talenti 

Per far fronte alla carenza di lavoratori qualificati, le imprese italiane stanno adottando diverse strategie. Secondo il rapporto di Confartigianato, il 32,6% dei piccoli imprenditori ha aumentato i salari, il 28,5% ha introdotto una maggiore flessibilità negli orari di lavoro e il 24,9% ha rafforzato la collaborazione con le scuole tecniche e professionali.
Questo è fondamentale, poiché il 72% dei lavoratori richiesti dalle piccole imprese necessita di un titolo tecnico secondario o di una laurea in discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica).

Serve una politica per la formazione 

Il presidente di Confartigianato, Marco Granelli, ha sottolineato l’importanza di sviluppare una politica formativa efficace e di promuovere un dialogo più stretto tra scuola, istruzione professionale e imprese per colmare il gap di competenze digitali.

Saldi: sì allo sconto, no alle fregature. Come fare?

Tempo di saldi estivi: come acquistare capi scontati evitando le fregature? Basta seguire i consigli di Altroconsumo, che ha condiviso un vademecum per fare acquisti, fisici e online, a prezzi scontati e al riparo dalle brutte sorprese.
Per prima cosa, fare un giro tra i negozi qualche giorno prima della data di inizio dei saldi. Ciò permette di capire cosa acquistare, ed essere sicuri che al momento del saldo merce e prezzo siano stati veramente scontati.

Per acquistare capi di abbigliamento davvero convenienti, che siano scarpe, intimo, o i ‘must have’ della stagione, è bene non farsi prendere dalla frenesia del momento, e fare attenzione ad alcune semplici regole.

Prova in camerino: fondamentale per verificare la vestibilità

Si devono sempre provare i capi da acquistare. Nonostante i negozianti non siano obbligati a permettere la prova, è sempre meglio verificare la vestibilità.
Un altro punto fondamentale riguarda le etichette. È bene evitare di acquistare capi d’abbigliamento privi di etichette di composizione e manutenzione. Queste informazioni sono cruciali per sapere come trattare il tessuto, sia per la pulizia a secco sia per il lavaggio in acqua, evitando così di danneggiare il capo.

E bisogna tenere conto del fatto che il cambio dei prodotti non difettati è a discrezione del negoziante. Prima di acquistare, bisogna quindi informarsi sulle politiche di reso e di garanzia. Infatti, anche i prodotti in saldo sono soggetti a specifiche politiche di garanzia.

Attenzione al prezzo “giusto”!

Per evitare confusione e acquisti non desiderati, la merce in saldo deve essere esposta separatamente da quella non scontata.
Se questa regola non viene rispettata, il consumatore può segnalare l’irregolarità alla polizia municipale.

Per assicurarsi di acquistare capi realmente scontati, inoltre, è bene fare attenzione a come vengano applicate le giuste regole su prezzi e modalità di pagamento.
I prezzi esposti vincolano il venditore: se alla cassa viene praticato un prezzo o uno sconto diverso da quello indicato, è opportuno segnalarlo al negoziante e non esitare, in caso di problemi, a far intervenire la polizia municipale.

Pagamenti: multe ai negozianti che non accettano quelli digitali

Ricordarsi poi che dal 2022 chi non accetta pagamenti con bancomat e carte di credito può essere sanzionato con 30 euro di multa a cui si aggiunge una quota pari al 4% del valore della transazione rifiutata. Il negoziante è quindi tenuto ad accettare i pagamenti digitali anche in periodo di saldi.

Non è poi possibile aumentare prezzi per pagamenti effettuati con carta, e non possono essere applicate commissioni aggiuntive.

Climate change: perché gli studenti sono preoccupati per il Pianeta e lo spreco alimentare?

In Italia, il 76% degli studenti è preoccupato per il futuro del pianeta, e oltre 2 studenti su 3 pensano che lo spreco di cibo sia il fenomeno che incide maggiormente in modo negativo sull’ambiente (70%).

È uno dei dati emersi dal sondaggio condotto da Too Good To Go in collaborazione con ISIC – la Carta d’Identità Internazionale degli Studenti in Italia, Francia, Spagna e Portogallo.
Il cambiamento climatico è sempre più visibile, e il costante aumento del costo della vita sono temi fondamentali per italiani ed europei. L’eco-ansia, ovvero la sensazione di disagio e paura che si prova al pensiero di possibili disastri legati ai cambiamenti ambientali, colpisce sempre più giovani. Ridurre gli sprechi, per loro, è quindi la prima soluzione per contrastare il cambiamento climatico (78%). 

La necessità di ridurre il proprio impatto sull’ambiente

La consapevolezza di dover ridurre gli sprechi si traduce nelle scelte di consumo quotidiane, influenzate anche dal caro vita. Dai giovani, lo spreco alimentare come causa del climate change è considerato secondo solo all’uso della plastica (74%) e lo spreco di acqua (60%) e primo nella categoria di spreco di risorse ambientali.

Una consapevolezza in linea con i dati espressi dall’Eurobarometro, secondo il quale circa tre quarti dei giovani (76%) affermano di provare ad adattare il proprio stile di vita per ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente.

Fiducia nell’intervento delle istituzioni europee

L’importanza di azioni e interventi legislativi da mettere in pratica per arginare il problema è molto sentita tra i più giovani. Più di un intervistato italiano su 2 (56%), dichiara di aver fiducia nelle istituzioni europee. Un sentiment di fiducia positivo, inferiore rispetto a quanto registrato in Francia (70%) e Spagna (80%).

Tra gli accorgimenti individuali per ridurre gli sprechi, oltre all’utilizzo di app antispreco, gli studenti italiani indicano la pianificazione dei pasti e un’accurata lista della spesa. E tra le spese ridotte a causa dell’aumento dei prezzi, cenare fuori (98%) e ordinare i pasti a domicilio (53%). 

Pianificare i pasti e prestare attenzione alla spesa 

Insieme alle ridotte spese relative al cibo, emerge anche una maggiore attenzione alla sostenibilità. Nove studenti su 10 sprecano meno del 10% del cibo che acquistano, e il 59% ne spreca meno del 5%.

Queste basse percentuali sono spiegate anche dalla maggiore attenzione che gli studenti dedicano alla pianificazione dei pasti (41%) o alla lista della spesa (54%), in aggiunta a soluzioni che aiutano ad acquistare cibo in maniera più sostenibile e attenta grazie a soluzioni antispreco.
Nonostante questi accorgimenti, circa la metà (47%) avrebbe però bisogno di un ulteriore budget mensile, quantificato in almeno 100 euro per poter mangiare bene e correttamente.