Super Ecobonus 110%: ne ha beneficiato solo il 4% degli edifici italiani

Negli ultimi due anni, le misure restrittive imposte per legge hanno ridotto l’impatto negativo del Super Ecobonus 110% sui conti pubblici. Tuttavia, la Cgia di Mestre sottolinea che, dall’introduzione di questa agevolazione fino al 31 agosto scorso, gli oneri complessivi a carico dello Stato hanno raggiunto quasi i 123 miliardi di euro.

Circa 500.000 immobili hanno beneficiato del Superbonus, ma considerando che in Italia gli edifici residenziali sono circa 12,2 milioni, l’agevolazione ha interessato solo il 4% del totale.

Un investimento eccessivamente gravoso

Secondo la Cgia, l’investimento effettuato per migliorare l’efficienza energetica di un numero così ridotto di abitazioni è motivo di preoccupazione. La Confederazione degli artigiani mette in evidenza che, in un momento così delicato, la spesa di oltre 6 punti di PIL per efficientare solo una minima parte delle abitazioni suscita giustamente indignazione.

Nonostante l’intento di incentivare il risparmio energetico, l’iniziativa sembra aver beneficiato principalmente i proprietari di immobili con redditi più elevati, trascurando le famiglie a basso reddito che abitano in case spesso in cattivo stato.

Risultati ambientali non sostenibili

Le critiche non si fermano qui. Anche se il Superbonus è stato concepito per ridurre le emissioni inquinanti, le evidenze attuali suggeriscono che i risultati ottenuti siano modesti. Secondo la Banca d’Italia, i benefici ambientali del Superbonus potrebbero compensare i costi finanziari sostenuti in un periodo di quasi 40 anni.

Alcuni esperti internazionali affermano che sarebbe stato possibile ottenere una riduzione maggiore delle emissioni incentivando l’elettrificazione dei sistemi di riscaldamento e cucina, piuttosto che continuare a fare affidamento su fonti fossili.

Le alternative più utili socialmente

Coloro che difendono il provvedimento sostengono che non si debba considerare solo la spesa, ma anche gli effetti economici positivi generati. Tuttavia, la Cgia ribatte che se invece di focalizzarsi sulla ristrutturazione di abitazioni private si fosse investito in progetti di demolizione e ricostruzione di alloggi pubblici, i risultati economici e sociali sarebbero stati simili.

Con 123 miliardi di euro, si sarebbero potuti costruire 1,2 milioni di alloggi pubblici, con un impatto sociale ben più significativo.

Situazione regionale e costi medi

Fino al 31 agosto, gli interventi effettuati grazie al Superbonus ammontano a quasi 500.000 unità, rappresentando solo il 4,1% degli edifici residenziali in Italia. A livello regionale, il Veneto si distingue per il maggior numero di richieste, ma molte regioni del Mezzogiorno mostrano un tasso di adesione molto basso.

Infine, il costo medio per intervento è di circa 247.800 euro, con punte significative in alcune regioni come la Valle d’Aosta, dove il costo per immobile supera i 400.000 euro.

Casa: affitti più cari del mutuo, ma per comprare servono troppi soldi

Secondo il portale idealista.it il canone mensile per un appartamento con due camere da letto è del 75% più caro della rata del mutuo necessaria per acquistare la stessa casa. Ma per comprare occorre avere a disposizione un acconto di almeno 42.703 euro.

L’affitto medio mensile per una casa di questa tipologia è 904 euro, la rata del mutuo si aggira intorno a 516 euro. Milano registra il prezzo di affitto più alto per appartamenti con due stanze da letto, con una media di 1.825 euro al mese. All’estremo opposto, Caltanissetta, dove ne bastano 418.
Anche per quanto riguarda le rate dei mutui Milano guida la classifica, con una rata media di 1.500 euro mensili, mentre le rate più economiche si trovano a Biella (178 euro).

Divario più significativo a Torino

Nella maggior parte dei casi, la differenza tra affitto e mutuo è minore a livello di capoluoghi. Tuttavia, in otto capoluoghi lo scarto tra rata e canone è più del doppio, con Messina (154%) in testa davanti a Genova (116%) e Catania (111%).

Tra i grandi mercati, Torino registra il divario più significativo, con una differenza del 74%, seguita da Napoli (48%) e Roma (43%). Al contrario, Pesaro (-5%), Bolzano (-9%), Rimini e Trento (entrambe -12%) sono le uniche città dove l’affitto è più basso della rata del mutuo.
A livello provinciale le discrepanze sono ancora più pronunciate. In 22 province l’affitto costa almeno il doppio della rata, con la provincia di Aosta che registra una differenza del 170%.

A Milano servono oltre 124.000 euro per l’acconto del mutuo

Per ottenere un finanziamento ipotecario è fondamentale avere risparmi sufficienti a coprire l’acconto, che solitamente corrisponde al 20% del valore dell’immobile, oltre alle spese accessorie legate all’acquisto, che ammontano a circa il 10%.
In totale, quindi, per accedere a un mutuo è necessario disporre di circa il 30% del valore dell’immobile.

Milano si distingue come la città dove è richiesto il maggior capitale iniziale, con una media di 124.191 euro, seguita da Bolzano (109.363) e Venezia (96.820).
Biella, invece, è il capoluogo dove si richiede il minore ammontare di risparmi (14.727), seguita da Ragusa (17.174) e Caltanissetta (17.321).

Una casa di proprietà per molti è una chimera

“Lo studio mette in luce la complessa situazione delle famiglie in relazione all’accesso alla proprietà della casa – commenta Per Vincenzo De Tommaso, portavoce di idealista -. In quasi tutti i mercati le famiglie potrebbero pagare più facilmente la rata del mutuo che l’affitto mensile, ma in molti casi non possono fare il salto perché mancano dei risparmi necessari. Purtroppo, i prezzi elevati degli affitti impediscono di generare i risparmi necessari per poter acquistare una casa e accedere a una situazione di maggiore stabilità e sollievo finanziario. Poiché non è realistico aspettarsi un allentamento dei criteri di rischio da parte del sistema finanziario, l’unica soluzione praticabile sembra l’adozione di misure che aumentino significativamente l’offerta di case in affitto”.

Barometro del rischio: nel 2024 prevista crescita mondiale a +2,5%

È quanto emerge dal Barometro Rischio paese e settoriale di giugno 2024 di Coface: la previsione di crescita mondiale per il 2024 è rivista al rialzo al 2,5%, con una stabilizzazione attesa al 2,7% nel 2025.
Il Barometro di Coface ha rivisto le valutazioni di 5 paesi, con 4 riclassificazioni in positivo e 1 declassamento, e 26 settori, di cui 20 riclassificazioni in positivo e 6 declassamenti.

Nonostante in tutto il mondo persistano rischi economici, sociali e politici, il 2024 è iniziato meglio rispetto ai due esercizi precedenti, segnati dai disordini della pandemia, l’invasione dell’Ucraina e la crisi bancaria negli Stati Uniti.
Tuttavia, il primo trimestre 2024 ha registrato un rallentamento dell’attività negli Stati Uniti. Ma la crescita moderata di Stati Uniti e Cina dovrebbe essere compensata dall’accelerazione di numerosi paesi emergenti.

Europa uscita dalla recessione?

“Nel primo trimestre 2024, l’Europa, con una crescita del PIL dello 0,3% e un’attività in ripresa grazie al settore dei servizi, sembra essere uscita dalla recessione – si legge nel rapporto -. Il rallentamento della disinflazione negli Stati Uniti conferma che la fase finale della lotta all’inflazione è in effetti la più difficile. La causa è da imputare ai prezzi dei servizi, e soprattutto a quelli degli alloggi, che rimangono elevati. In Europa, l’inflazione ha registrato un rialzo al 2,6% nel mese di maggio, dopo essere scesa al 2,4% in aprile – continua il rapporto -. Il probabile aumento dei salari dovrebbe stimolare i consumi, ma determinerà un rallentamento della disinflazione. L’ulteriore contenimento dell’inflazione intorno al 2% potrà avvenire solo a costo di un deterioramento del mercato del lavoro o dei margini operativi delle imprese, con il rischio di un ulteriore incremento delle insolvenze”.

Sud-est asiatico e Africa accelerano

Le ultime proiezioni delle autorità monetarie degli Stati Uniti confermano che i tagli dei tassi dovranno attendere la fine dell’estate, o addirittura dell’anno.
A fronte del rinvio della Fed, i paesi emergenti dovranno rallentare o ritardare il ciclo di riduzione dei tassi per evitare una risalita dell’inflazione attraverso le importazioni.

Malgrado tale rinvio, numerose regioni assisteranno a una dinamica positiva, come alcuni paesi del sud-est asiatico (Vietnam e Filippine. India), e l’Africa, con una accelerazione in tutte le principali economie: Nigeria, Egitto, Algeria, Etiopia, Marocco, e in misura minore, Sudafrica.

L’inflazione rallenta, l’economia è in ripresa

“Dopo due anni in cui lo scenario economico internazionale si è trovato a fronteggiare sfide economiche e geopolitiche significative, all’inizio del 2024 l’economia mondiale sembra riprendersi, grazie a un complessivo rallentamento dell’inflazione – commenta Ernesto De Martinis, ceo di Coface in Italia e Head of Strategy Regione Mediterraneo & Africa, come riporta Adnkronos -. In questo scenario, se le economie strategiche di Stati Uniti e Cina faticano a raggiungere l’andamento registrato prima della pandemia, si prevede comunque una crescita mondiale complessiva, in cui un ruolo importante è giocato dai Paesi emergenti e dall’accelerazione che si registra nelle loro economie”.

Commercio al dettaglio: più consegne meno negozi. In tre mesi sparite quasi 10.000 vetrine

Le vetrine continuano a spostarsi dalla strada alla rete: nei primi tre mesi del 2024 sono scomparsi quasi diecimila negozi (9.828), per una media di oltre quattro in meno ogni ora. A contempo, a questo crollo corrisponde la crescita inarrestabile degli acquisti online, che secondo le stime di Confesercenti, lieviteranno del +13% nel corso del 2024.

Con la migrazione degli acquisti verso le piattaforme internazionali di e-commerce, che spesso pagano le imposte in altri paesi, migra anche il gettito fiscale generato dai negozi.
Lo scambio tra vetrine e pacchi non è infatti alla pari per l’economia dei territori.

Più chiusure e sempre meno aperture 

A pesare sono le chiusure, 17.243 tra gennaio e marzo, ma soprattutto la frenata della natalità delle imprese.
Le aperture di nuove attività continuano infatti a diminuire, e nel primo trimestre di quest’anno sono state solo 7.415. Dieci anni fa erano più del doppio. Colpa delle difficoltà per le neoimprese di affrontare un mercato sempre più dominato da grandi gruppi e giganti dell’online.

La desertificazione delle attività commerciali colpisce tutto il territorio nazionale, anche se a registrare i saldi peggiori sono le regioni con un tessuto commerciale più sviluppato. In termini assoluti, a subire la perdita più rilevante di imprese è la Campania, con un saldo negativo di -1.225 attività commerciali nel trimestre, seguita da Lombardia (-1.154) e Lazio (-1.063).

Calano i punti vendita di prossimità

Rispetto al 2012, tra chiusure e mancate aperture, il numero di negozi di vicinato al servizio della comunità è calato del -14,3% circa. In media, ci sono 12 imprese ogni mille abitanti.

Se le vetrine scompaiono, e con loro il servizio sul territorio per i cittadini, le consegne di acquisti online, invece, fanno boom. In poco più dieci anni le consegne sono cresciute di quasi dieci volte: erano 75milioni circa nel 2013, quest’anno dovrebbero arrivare a 734 milioni a livello nazionale, di cui oltre un terzo nelle tre regioni più interessate, Lombardia (124 milioni di consegne), Lazio (71 milioni circa), Campania (69,6 milioni).

In dieci anni il fisco ha perso oltre 5 miliardi di entrate

Dal 2014 a oggi il tessuto commerciale italiano ha perso oltre 92mila imprese, e con loro, l’Irpef, la tari, e gli altri tributi pagati dai negozi.
In media, la desertificazione commerciale ha portato a una perdita cumulata di 5,2 miliardi di euro di tasse negli ultimi dieci anni. A perderci, fisco centrale ed enti locali.

Del gettito sfumato, il 17,4% (910 milioni) sarebbe stato di IMU, il 12,6% (660 milioni) di TARI, il 42,7% (2,24 miliardi) di Irpef, a cui si aggiungono 223 milioni (4,3%) di addizionale regionale e comunale Irpef, 700 milioni di euro di Irap (il 13,4%) e 510 milioni di euro di altri tributi comunali (9,7% del totale).

Made in Italy: un export di qualità sempre più apprezzato

‘Quale valore del brand Made in Italy nel mondo’ è il titolo della ricerca realizzata da Unioncamere in collaborazione con Assocamerestero e la rete delle Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE), presentata durante il convegno ‘Italia: un valore nel mondo’.

Durante l’incontro, che ha visto confrontarsi personalità del mondo politico, istituzionale ed economico sulle caratteristiche che rendono unico il nostro Paese all’estero, è emerso chiaramente come le caratteristiche dei prodotti Made in Italy più apprezzate dai consumatori esteri siano l’elevata pregevolezza dei materiali, l’iconicità e il design di altissima qualità. 

Un marchio iconico sinonimo di pregio (e un mercato da miliardi di euro)

La ricerca ha evidenziato come le sole imprese operanti nei settori trainanti del Made in Italy (abbigliamento, automotive, alimentare e arredamento), occupano 2,1 milioni di lavoratori, generano 454 miliardi di euro di fatturato, 105,5 miliardi di valore aggiunto e 193,4 miliardi di export sul totale di 420 miliardi di tutti i settori legati al Made in Italy.

Di questi ultimi, oltre un terzo si stima siano legati all’iconicità del marchio ‘Made in Italy’, ovvero quell’insieme di caratteristiche che i consumatori associano a un prodotto italiano: qualità, design e pregevolezza dei materiali.

Dal design all’agroalimentare l’imprenditorialità tricolore fa cultura

“Il Made in Italy è un brand trasversale che accomuna tutte le nostre imprese: è il biglietto da visita dell’Italia all’estero – ha commentato Andrea Prete, Presidente di Unioncamere -. Racchiude una cultura imprenditoriale che simboleggia l’eccellenza nei campi più svariati, dall’arredamento al design, dalla moda all’agroalimentare. Raccontare il Made in Italy, oggi, significa raccontare la storia delle persone che alimentano il nostro tessuto imprenditoriale giorno dopo giorno, la storia di due milioni di lavoratori, ed è anche per questo che il brand Made in Italy va sempre più tutelato, promosso e valorizzato”. 

Sostenere le filiere chiave e promuovere i territori

“Le Camere italiane all’estero rappresentano un valore per l’Italia: grazie al ruolo che occupano nelle comunità d’affari dei Paesi in cui vivono e operano sono sempre più ‘rete di reti’, non solo di business, ma anche istituzionali – ha aggiunto Mario Pozza, Presidente di Assocamerestero -. Il cuore della nostra attività resta il sostegno all’export delle filiere chiave del Made in Italy, dall’alimentare alla meccanica, e la promozione dei territori, in termini sia di produzioni tipiche sia di attrattività turistica. Ma ora lo stiamo facendo in maniera diversa dal passato, integrando servizi e fonti di finanziamento, digitalizzando le modalità di erogazione, orientando le imprese a incorporare la sostenibilità ambientale e sociale tra le loro leve di competitività”.

Lavoro: dopo la Great Resignation è il momento della grande tristezza

In questi ultimi anni sta esplodendo un altro fenomeno che riguarda il mondo del lavoro: dopo la Great Resignation arriva la Great Gloom, la grande tristezza dei lavoratori. Secondo i dati di un’indagine di BambooHR, dal 2020 il termometro che misura la felicità dei dipendenti è sceso a un tasso costante del 6%, con aumento al 9% nell’ultimo anno.

Con il morale dei dipendenti che peggiora di anno in anno, le aziende hanno un ruolo sempre più importante. Quello di innescare il cambiamento e arrestare questa tendenza che secondo la società di consulenza statunitense Gallup sta costando all’economia globale una cifra vicina al 9% del Pil, pari a 8,8 trilioni di dollari.

Investire nella felicità dei dipendenti genera ritorni tangibili

Favorire un clima aziendale positivo, stimolando l’engagement e il benessere dei dipendenti può infatti avere un impatto sulla produttività, rappresentando uno dei driver principali di crescita e sviluppo dell’azienda.

“Gli investimenti nella felicità dei dipendenti possono generare ritorni tangibili e misurabili – afferma Stefano Brigli Bongi, co-founder & cmo di Kampaay -. Se pensiamo che trascorriamo la maggior parte della nostra giornata al lavoro è naturale come sia importante creare un ambiente sereno e positivo, che possa favorire il benessere dei dipendenti, cruciale per aumentarne la produttività ma anche per consentire loro di realizzarsi pienamente come persone. Aspetti che sono sempre più sentiti soprattutto dai Millenial e dalla GenZ che hanno attribuito un nuovo significato al lavoro felice”.

Alti livelli di stress e insoddisfazione

Di fatto, secondo Gallup, nel 2023 l’insoddisfazione e lo stress nel lavoro ha raggiunto picchi storici del 44%. In Italia addirittura il 46% dei dipendenti parla di alti livelli di stress quotidiano.

“Spossatezza, mancanza di energia, stanchezza cognitiva, isolamento lavorativo – evidenzia Michela Romano, psicologa e psicoterapeuta di Santagostino Psiche – sono tutti sintomi generati dal contesto lavorativo e gestiti in modo poco efficace o addirittura sottovalutati. Le cause possono essere molteplici, possono riguardare l’organizzazione degli spazi lavorativi, così come i conflitti interpersonali, lo stile di leadership, il ritmo di lavoro, la mancanza di riconoscimento dei propri meriti, una retribuzione più adeguata in base alla propria qualifica o al tempo speso in ufficio, la gestione del tempo casa-lavoro”.

Trasformare la cultura aziendale per valorizzare il capitale umano

Ma alcune aziende ‘illuminate’ hanno già intrapreso azioni per migliorare il benessere dei dipendenti, investendo risorse volte a trasformare la cultura aziendale per valorizzare il capitale umano, fondamentale per promuovere lo sviluppo dell’organizzazione nel lungo periodo.

“L’attenzione al benessere e alla salute dei dipendenti sta diventando sempre più una priorità per le aziende – spiegano Carlo Majer ed Edgardo Ratti, co-managing partner di Littler Italia, come riporta Adnkronos -. I dati della nostra indagine annuale European Employer Survey 2023 lo confermano: il 70% delle aziende coinvolte ha dichiarato di promuovere azioni volte al benessere dei dipendenti, come chiave per attrarre e trattenere i talenti”.

Italiani soddisfatti della vita fra le mura domestiche? Solo a metà

Lo ha scoperto Ikea Italia nella decima edizione di Life at home report, il progetto di ricerca internazionale sull’abitare. Solo metà degli italiani (50%) è soddisfatta della vita in casa, e appena il 32% è fiducioso nei prossimi due anni. A ostacolare una migliore vita domestica nel corso del 2023 sono intervenute alcune pulsioni contrastanti. Ad esempio, per il 43% degli italiani la possibilità di rilassarsi è una priorità assoluta nella casa ideale, mentre per il 41% lo è avere una casa ordinata e organizzata. 

A destare preoccupazione sono principalmente la salute delle persone care (46%) e la situazione economica famigliare (45%). Ma anche lo stato dell’economia del Paese (31%) e gli eventi metereologici avversi (24%) che potrebbero colpire la propria casa.
Insomma, dopo la riscoperta della dimensione casalinga durante e dopo la pandemia, oggi il rapporto degli italiani con la vita in casa non segue un’evoluzione lineare.

Condivisione o privacy? Vivere bene o secondo le possibilità?

La casa è il luogo dove accogliamo gli amici, ma anche il nostro porto sicuro. Gli abbracci di una persona cara sono una delle cose che porta più gioia in casa (37%), ridere con gli amici è il principale fattore di divertimento, e sono le persone con cui viviamo a farci sentire più sicuri a casa (32%). D’altronde, avere la giusta privacy è importante per sentirsi soddisfatti e a proprio agio (26%).

C’è poi il “vivere bene” che si scontra con il “vivere secondo le proprie possibilità”.
Ma vivere secondo le proprie possibilità significa optare per le soluzioni più economiche, perché molti si trovano ad affrontare una crescente pressione per quanto riguarda la propria condizione finanziaria.

Tecnologia: un’alleata per la sicurezza

L’evoluzione del concetto di casa è il frutto di alcune direttrici, che dall’ultimo decennio fanno parte della nostra vita domestica.
La prima è sicuramente la tecnologia, passata da ‘terza incomoda’ ad alleata spesso discreta e silenziosa per rendere la casa più efficiente.

Oggi solo il 17% degli italiani pensa di passare troppo tempo davanti a uno schermo, mentre il 22% ritiene che avere accesso a internet fa sentire più sicuri in casa. Un dato maggiore rispetto a disporre di un sistema di allarme, che si attesta al 15%.

Sostenibilità: la soluzione per il benessere

Negli ultimi dieci anni la definizione di vivere bene si è ampliata fino a includere salute, benessere e sostenibilità. Dieci anni fa contavamo sulle attività fuori casa per migliorare il nostro benessere, ma negli ultimi due anni è stata proprio la casa a rispondere a questa domanda.

Anche la sostenibilità ha varcato la porta di casa, riferisce Askanews, ma nonostante l’aspirazione verso uno stile di vita più in armonia con la natura, il percorso è ancora lungo. Solo il 24% degli italiani afferma che la casa è in grado di rispondere a questo desiderio.

Italia regina di appeal turistico: è prima nell’European Tourism Reputation Index

L’Italia conquista la vetta della classifica generale della reputazione turistica europea, secondo l’European Tourism Reputation Index (ETR Index) di Demoskopika. Questo studio, integrato nella consueta analisi della reputazione dei sistemi turistici regionali italiani, confronta le principali destinazioni turistiche europee, tra cui Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Svezia, Grecia e Portogallo. Nel 2023, l’Italia primeggia in tre indicatori su cinque, dimostrando la sua eccellenza nella ricerca della destinazione, popolarità e fiducia secondo Tripadvisor.

Il trionfo del Trentino-Alto Adige 

Nel contesto dei sistemi turistici regionali italiani, il Trentino-Alto Adige mantiene saldamente la prima posizione nel Regional Tourism Reputation Index per il settimo anno consecutivo. Con 112,1 punti, la regione si conferma imbattibile grazie alla sua visibilità sui portali turistici istituzionali e al social appeal tra gli stakeholder.

La Sicilia, con un significativo salto di cinque posizioni rispetto all’anno precedente, si posiziona al secondo posto nel medagliere complessivo, superando la Toscana. Il sistema siciliano eccelle sia come destinazione turistica ricercata che come popolare online, secondo i comportamenti dei consumatori.
Il Veneto si piazza al terzo posto con 102,8 punti, grazie a risultati significativi in vari indicatori, tra cui la fiducia dei turisti, la visibilità sui canali social e la valutazione dell’offerta ricettiva.

Infine, la Basilicata si aggiudica il primato del sistema ricettivo “più apprezzato” d’Italia, con 112,9 punti, basato sulle valutazioni positive dei turisti su oltre 4 mila strutture analizzate.

Italia, Spagna e Germania sul podio 

L’Italia si conferma leader con 109,1 punti nell’European Tourism Reputation Index, seguita dalla Spagna (105,3 punti) e dalla Germania (101,6 punti). Tuttavia, l’Italia si colloca al quinto posto nella classifica parziale del Rating Social Reputation, evidenziando uno sfruttamento meno efficace dei canali istituzionali rispetto a concorrenti come Spagna, Portogallo, Grecia e Germania.

La Spagna si distingue come la destinazione “più social d’Europa” e si posiziona al secondo posto per la fiducia dei turisti, con 31,7 milioni di recensioni su Tripadvisor nei 12 mesi del 2023.
La Germania ottiene il terzo posto grazie a una performance equilibrata in tutti gli indicatori. Si colloca sul podio per la valutazione del sistema ricettivo e la ricerca della destinazione.

Le mete più social d’Italia

Il Trentino-Alto Adige si conferma “destinazione più social d’Italia” con 127,8 punti, seguito dalle Marche (108,8 punti) e dall’Emilia Romagna (104,9 punti).
La Sicilia domina la ricerca online con 12,6 milioni di pagine indicizzate, ottenendo il massimo punteggio nell’indicatore “Ricerca della destinazione”. Lombardia e Piemonte spiccano come nuove entrate con quasi 8 milioni e 7,9 milioni di pagine indicizzate rispettivamente.
Sei regioni si contendono la popolarità online, con la Sicilia al primo posto, seguita da Sardegna, Toscana, Puglia, Calabria e Liguria. La Sicilia, con una media di interesse nel tempo pari a 52 punti, guida la classifica dell’indicatore “Popolarità della destinazione”.

In sintesi, l’Italia si conferma come una delle destinazioni turistiche più ambite in Europa, con le regioni italiane che si distinguono per l’appeal sociale, la reputazione online e la popolarità tra i turisti. La diversità e l’attrattiva delle varie regioni contribuiscono al successo complessivo dell’Italia nel panorama turistico europeo.

PNRR: l’Italia raggiunge il 53% degli obiettivi di digitalizzazione

Il PNRR mette a disposizione risorse mai viste prima per la digitalizzazione del paese: 47 miliardi di euro dal 2021 a giugno 2026, di cui 40 miliardi della Missione 1, più le iniziative di digitalizzazione di altre cinque Missioni, pari al 37% di tutte le risorse europee dedicate alla trasformazione digitale nel Next Generation EU. Più di tutti gli altri Paesi in Europa. La Spagna, infatti, prevede di spendere per il digitale 20 miliardi di euro, la Germania 13, la Francia 9, e altri 19 Stati meno di 2 miliardi.

Inoltre, l’Italia ha già realizzato il 53% delle milestone e dei target concordati con l’Europa (151 dei 290 previsti), e a oggi siamo il Paese con maggiori risultati raggiunti nella trasformazione digitale nell’ambito del PNRR.

Ora la partita si fa seria

Ma ora la partita si fa seria, con molti nuovi target da raggiungere, per cui sono attesi risultati con effetti concreti sull’economia e il benessere collettivo. Lo evidenzia la ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale della School of Management del Politecnico di Milano.

“Si apre una nuova fase per l’Agenda Digitale dell’Italia, ancor più ricca di opportunità e di criticità che in passato – afferma Alessandro Perego, Direttore scientifico -. Mentre siamo impegnati a realizzare nei tempi previsti gli interventi del PNRR, è necessario pensare a come dare un futuro sostenibile alla trasformazione digitale. È importante farlo ora, mentre entriamo nella fase più critica del Piano e impostiamo le politiche di coesione, per garantire continuità d’azione e un uso corretto delle risorse disponibili”.

La sfida della PA

La PA è fondamentale nell’attuazione del PNRR e nel raggiungimento degli obiettivi di trasformazione digitale. Almeno il 60% delle risorse del Piano (nello specifico il 33% di quelle della Missione 1 per la trasformazione digitale) sono destinate a PA centrali, locali o imprese pubbliche. Tutte le risorse sono gestite e rendicontate da PA.

In particolare, entro fine 2024 l’Italia deve confermare i target di fine 2023 sui tempi di aggiudicazione delle gare pubbliche, su quelli per realizzare quanto previsto e sulla gestione dei relativi pagamenti.
Deve poi spedire almeno 3 milioni di lettere di conformità e generare un gettito fiscale, da queste, di almeno 2,7 miliardi di euro, deve ridurre del 65% le cause pendenti nei tribunali ordinari e del 55% quelle nelle corti di appello civili.

Una digitalizzazione non lineare

A livello geografico, però, si confermano ampie differenze tra le Regioni italiane e il divario endemico tra le Regioni del Mezzogiorno e quelle del Centro-Nord.

“Se vogliamo ridurre i divari storici dell’Italia con altri Paesi e tra i nostri stessi territori, servono strategie differenziate che raccordino il livello nazionale a quello regionale. L’attuazione dell’agenda digitale deve essere portata avanti con strategie multilivello – spiega Michele Benedetti, Direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale -, che tengano conto anche degli effetti degli interventi sulla riduzione delle disuguaglianze economico-sociali”.

Come sarà nel 2024 il mercato globale della tecnologia di consumo?

Il Consumer Electronics Show (CES), uno degli eventi chiave nel panorama tech mondiale, ha inaugurato il nuovo anno, delineando prospettive positive per il mercato dei beni di consumo tecnologici e durevoli (T&D) nel 2024. Secondo gli esperti di GfK, è tempo di riflettere sui risultati del passato e anticipare le tendenze emergenti per il futuro, con l’aspettativa che il mercato T&D tornerà a segnare un andamento positivo.

2023: il mercato T&D in ribasso

Inizialmente, le prospettive per il 2023 erano negative, con l’aspettativa di un anno difficile dovuto all’inflazione in crescita e alla saturazione post-pandemica. Tuttavia, la realtà si è rivelata ancora più complessa a causa delle tensioni geopolitiche e delle guerre, unitamente alla persistente scarsa fiducia dei consumatori e alla loro riluttanza a spendere.
Ines Haaga, esperta GfK per il settore Tech & Durables, spiega che il mercato globale Tech chiuderà l’anno con una contrazione del -3% rispetto al 2022.

I settori in crescita

Nonostante le difficili sfide, il fatturato globale nel 2023 rimane al di sopra dei livelli pre-pandemici del 2019, grazie alla crescita dei settori IT & Office e Piccolo Elettrodomestico, con aumenti rispettivamente del +16% e +21%. Al contrario, l’Elettronica di Consumo ha mostrato una tenuta più debole.

I prodotti premium piacciono… in sconto

L’indagine internazionale GfK Consumer Life rivela che nel 2023 il prezzo è diventato un elemento cruciale nelle decisioni d’acquisto dei consumatori. Retailer e produttori hanno risposto con periodi promozionali estesi e offerte su prodotti premium a prezzi scontati, consentendo ai consumatori di accedere a prodotti altrimenti fuori dalla loro portata economica.

Questi, insieme a consumatori con redditi più elevati, hanno mantenuto elevata la domanda di prodotti premium. Anche nel 2024, per i consumatori il prezzo rimarrà un elemento chiave per i consumatori. 

Prospettive per il 2024

Ines Haaga prospetta un ritorno alla crescita nel 2024, guidata da cicli di sostituzione, eventi sportivi di rilievo e differenze regionali nel settore Tech. La sostituzione di prodotti, specialmente per categorie in evoluzione come smartphone e PC portatili, dovrebbe spingere la crescita nel comparto Telecom.

Eventi sportivi come i Giochi Olimpici e i Campionati Europei di Calcio nel 2024 dovrebbero influenzare positivamente l’Elettronica di Consumo. Le divergenze regionali osservate nel 2023 potrebbero accentuarsi, con l’India in crescita e Cina e Stati Uniti che potrebbero rallentare. La prevista diminuzione dell’inflazione a livello globale potrebbe migliorare la fiducia dei consumatori nel 2024, ma i tassi di interesse rimarranno un freno agli acquisti.