Consumi: italiani orientati a valori e qualità. Ma per la crescita aziendale serve un contesto stabile

I grandi impulsi globali, come guerre, rischi climatici, instabilità economica “minacciano la vita quotidiana” e alimentano prudenza nella gestione del reddito degli italiani. La società italiana è segnata da questi cambiamenti, e così i consumi.
Sempre più guidati dai valori personali, dalla qualità del tempo e dall’esigenza di benessere quotidiano, l’83,9% dei consumatori italiani oggi sceglie prodotti coerenti con i propri principi e il 75,5% privilegia i prodotti sostenibili.

È la fotografia che emerge dalla ricerca del Censis dal titolo L’evoluzione della società italiana: tendenze e prospettive del retail moderno, presentata al Forum della Distribuzione Moderna 2025 organizzato a Milano da Federdistribuzione.

Ci si accontenta di piccole gratificazioni quotidiane

In risposta, gli italiani reagiscono cercando “microfelicità quotidiane”, momenti di benessere immediato, qualità delle relazioni e tempo per sé, in un contesto percepito come ostile e frenetico. Tanto che se il 56,4% si concede acquisti per ‘premiarsi’ dopo una giornata impegnativa, il 70,6% evita di cedere agli impulsi e abbandonarsi a spese dettate dal momento.

Il quadro demografico, con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle persone sole, alimenta inoltre il bisogno di prossimità e relazione diretta.
Il negozio fisico diventa così un ‘hub di socializzazione’, con il 69,3% degli italiani che vede lo shopping come occasione di svago, il 62,7% che apprezza la presenza di personale con cui relazionarsi e oltre il 38% che vorrebbe spazi dedicati alla socializzazione durante gli acquisti.

Alle istituzioni le imprese chiedono ascolto e concretezza

In apertura di lavori del Forum, il presidente di Federdistribuzione Carlo Alberto Buttarelli ha richiamato il ruolo economico e sociale del retail moderno, sottolineando la necessità di un contesto stabile per consentire alle imprese di investire e crescere.

“La complessità delle dinamiche che governano il lavoro delle nostre imprese richiede ascolto, comprensione e, soprattutto, concretezza, che si traduce anche nella necessità di un quadro normativo stabile – ha dichiarato Buttarelli -. Sostenere le imprese del retail significa tenere vivo il tessuto economico del Paese”.

Retail, un presidio fondamentale per territori e comunità

Con oltre 18.600 punti vendita e più di 225.000 addetti, la distribuzione moderna rappresenta un presidio fondamentale di prossimità per territori e comunità.
A Milano, istituzioni, economisti e operatori si sono confrontati su geopolitica, tecnologia e nuovi equilibri globali, dal ruolo dell’Europa nelle catene del valore alle prospettive dell’Intelligenza artificiale per la competitività.

La sintesi dei lavori lascia un messaggio, riporta Ansa: in un’Italia che cambia, il retail si trova al crocevia tra trasformazioni sociali, domanda di relazione e rivoluzione tecnologica, chiamato a interpretare un consumatore più consapevole, più esigente e in cerca di senso.

Caro carburanti: quanto spendono gli italiani? E gli altri europei?

Quanto spenderanno quest’estate per il carburante gli italiani? Sicuramente più degli altri cittadini europei.
Secondo gli ultimi dati ufficiali della Commissione Europea a luglio la benzina costava in media 1,729 euro a litro e il diesel 1,663, ovvero, il 2% e il 4% in più rispetto a un mese fa. 

Facile.it ha calcolato che per un’auto familiare che percorre 2.500 km, ad esempio, Milano – Lecce andata e ritorno, più qualche piccola escursione durante il soggiorno, occorrono 285 euro di benzina, 216 euro se la vettura è diesel.
Ma come se la passano gli altri viaggiatori europei? Per rispondere alla domanda Facile.it ha analizzato il prezzo del carburante nei 27 Paesi UE scoprendo che l’Italia è uno dei paesi più cari del continente.

Benzina: a noi costa il 6% in più rispetto alla media europea

Nonostante l’automobile resti il mezzo preferito dagli italiani per andare in vacanza, gli italiani spenderanno decisamente più di quanto non faranno gli automobilisti del resto d’Europa per percorrere gli stessi chilometri.

Per la benzina, gli italiani spendono il 6% in più rispetto alla media europea, addirittura il 7% in più per il diesel, valori che fanno guadagnare alla nostra nazione, rispettivamente, il quarto e quinto posto tra gli stati più costosi dell’Unione.
Dati alla mano, ad esempio, per un viaggio da 2.500 km entro i confini nazionali, gli austriaci spendono 253 euro in benzina, l’11% in meno rispetto all’Italia, mentre agli spagnoli, per un tour on the road di pari lunghezza, sono sufficienti 246 euro (-14%).

I bulgari spendono il 30% in meno

Il prezzo della benzina scende ulteriormente se ci si sposta verso Est. In Romania e Polonia per un viaggio in auto da 2.500 km si spendono circa 230 euro, il 19% in meno rispetto al Bel Paese.

Ma i più fortunati del continente sono risultati gli automobilisti bulgari. Per percorrere 2.500 km in auto servono appena 203 euro di benzina, il 30% in meno rispetto all’Italia.
Va peggio di noi solo a danesi, olandesi e greci. Se per gli ellenici il conto è di poco superiore al nostro (+1%), per un viaggio in auto nel Paese dei mulini a vento la cifra sale a 314 euro (+10%) e arriva a sfiorare 320 euro in Danimarca (+12%).

Diesel: lo scenario cambia poco

Lo scenario cambia di poco se si considerano i veicoli alimentati a diesel. L’Italia, come detto, è il quinto Paese più caro dell’Unione e per un viaggio da 2.500 km occorrono 216 euro. In Germania, si spendono 210 euro (il 3% in meno), in Svezia 196 euro (-9%), mentre in Spagna sono sufficienti appena 185 euro (-14%).

E se i più sfortunati continuano a essere i danesi, che per un tragitto di pari lunghezza devono mettere a budget 231 euro (+7% rispetto agli automobilisti italiani), questa volta i più fortunati sono i maltesi, che per spendono appena 157 euro.

Nuove imprese: nel secondo trimestre 2025 il miglior saldo degli ultimi 5 anni

Emerge dall’analisi trimestrale Movimprese condotta da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio: nel secondo trimestre 2025 in Italia sono nate 80.205 nuove imprese e 47.405 hanno cessato l’attività. Tra iscrizioni e cessazioni i mesi tra aprile e giugno si chiudono con un saldo positivo di 32.800 imprese, il miglior risultato degli ultimi cinque anni nello stesso periodo.

I numeri del secondo trimestre confermano una vitalità diffusa del sistema produttivo nazionale. Il tasso di crescita si attesta allo 0,56%, in accelerazione rispetto allo 0,50% dello stesso trimestre del 2024, mentre al 30 giugno 2025 lo stock complessivo raggiunge quota 5.885.209 unità.

Lazio e Lombardia locomotive della crescita

Con un tasso del +0,62% il Centro Italia si distingue per il ritmo più sostenuto di ampliamento della base imprenditoriale, con il Lazio che registra un saldo attivo di 4.679 imprese e una variazione positiva dello 0,79%.

Il Nord-Ovest, con 8.898 imprese, conferma il proprio peso sul panorama nazionale. La Lombardia si attesta come prima regione per stock di imprese registrate (948.382), mostrando un saldo positivo di 6.180 unità nel trimestre, +0,66%. Il Nord-Est registra un incremento di 5.641 imprese, portando il numero complessivo a 1.103.717 e un tasso di crescita dello 0,51%, mentre, nel Mezzogiorno è la Puglia a evidenziare un dinamismo superiore alla media nazionale con un saldo positivo di 2.508 imprese e una crescita dello 0,67%. Piemonte e Toscana condividono il saldo attivo di 1.885 nuove imprese, segnalando un miglioramento dei rispettivi contesti territoriali.

Boom delle società di capitali

Per quanto riguarda le forme giuridiche, la spinta più forte arriva dalle società di capitali che nel trimestre registrano un saldo attivo di 19.985 unità (28.462 nuove iscrizioni, 8.477 cessazioni). La crescita dell’1,03% rispetto al trimestre precedente conferma il progressivo consolidamento dell’impresa strutturata come modello di riferimento per i neo-imprenditori.
Le ditte individuali mantengono il primato numerico (2.941.345 unità) con 12.771 imprese in più rispetto alla fine di marzo, +0,43%.

In controtendenza le società di persone, che segnano un saldo negativo di 290 unità, determinato da un numero di cessazioni (4.150) superiore alle iscrizioni (3.860, -0,04%). Le altre forme giuridiche chiudono il trimestre con un saldo positivo di 334 imprese e una crescita dello 0,19%.

Una vivacità generalizzata tra i settori

Dal punto di vista settoriale il bilancio evidenzia una vivacità generalizzata, ma con punte particolarmente interessanti nei comparti a più alto valore aggiunto e nei servizi alla persona e all’impresa.

Il settore delle costruzioni registra il saldo positivo più elevato in termini assoluti (5.448 nuove imprese), seguito dalle attività dei servizi di alloggio e ristorazione (4.595) e le attività professionali, scientifiche e tecniche (3.368, +1,31%).
Si segnala una crescita marcata anche nelle attività finanziarie e assicurative (+1,62%, 2.298), nella fornitura di energia elettrica, gas e aria condizionata (+1,55%, 225) e nel settore dell’istruzione privata (+1,45%, 528).

Oltre 120mila aziende italiane esportano all’estero, 17.000 non lo fanno

È quanto emerge dal Rapporto di Unioncamere realizzato dal Centro Studi Tagliacarne: oggi le aziende italiane che esportano all’estero sono 120.876, mentre altre 17.000 imprese, pur possedendo tutti i requisiti per aprirsi ai mercati internazionali da sole non riescono farlo. O lo fanno solo occasionalmente.

Secondo il Rapporto, mettere tutte le potenziali imprese esportatrici nella condizione di vendere oltreconfine potrebbe portare a un aumento complessivo del fatturato esportato tra il 2,6% e il 3,0%.
“L’export fornisce un contributo fondamentale alla crescita del Pil italiano – sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli -. In 5 anni, l’export di beni delle nostre imprese è cresciuto del 30%, raggiungendo 623,5 miliardi di euro”.

Il 54,5% dell’export è interno alla UE

“E a questo risultato – aggiunge Tripoli – vanno aggiunti anche gli oltre 141 miliardi di euro connessi alla vendita di servizi. Il 54,5% delle esportazioni italiane di beni provengono dagli scambi all’interno della UE. E come ha evidenziato Mario Draghi, le barriere interne al mercato unico a livello europeo equivalgono a un dazio che incide per circa il 40% sullo scambio di beni, e addirittura per circa il 110% sullo scambio di servizi. Una maggiore integrazione europea è dunque fondamentale”. 

I dazi USA colpiscono le realtà emergenti

In generale, delle 17mila imprese potenziali esportatrici 5.601 sono aspiranti tali, ovvero, aziende soprattutto ‘micro’ che attualmente non esportano ma hanno tutte le carte in regola per farlo.
Altre 11.427 sono emergenti, ovvero, esportano solo in via occasionale ma avrebbero le potenzialità per consolidare la loro posizione all’estero.

Sono solo 1.600 le aziende emergenti che esportano verso gli Stati Uniti, ma per ben due imprese su tre gli Usa rappresentano l’unico mercato di sbocco oltre confine.
Nel complesso le imprese emergenti realizzano negli Usa il 15,7% delle loro esportazioni, per un totale di 87,4 milioni di euro, a fronte del 10,8% venduto negli States dal totale delle imprese esportatrici.

Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna sul podio della potenzialità

È la Lombardia la regione che esprime il maggior numero di imprese potenziali esportatrici, con 4.259 realtà, il 25,0% del totale. Seguono Veneto (1.933, 11,4%) ed Emilia-Romagna (1.501, 8,8%).
Quanto alla dimensionalità, il 97,5% delle imprese aspiranti conta meno di 10 addetti, mentre la restante parte si divide tra piccole (2,4%) e medio-grandi imprese (0,1%).

Inoltre, il 46,8% delle imprese aspiranti opera nel settore manifatturiero, contro quasi il 40% delle emergenti. E se un quinto delle aspiranti si concentra in tre settori di attività (fabbricazione prodotti in metallo, industrie alimentari e del legno) il profilo delle emergenti appare più variegato.
Solo il 14,3% lavora nei primi tre comparti più rilevanti del manifatturiero, gli stessi delle aspiranti. A eccezione del settore del legno, sostituito da quello della riparazione, manutenzione e installazione di macchine e apparecchiature.

Dopo Great Resignation e Great Regret si affaccia il Great Detachment. E aumentano i quiet quitter

Dopo i fenomeni di Great Resignation e Great Regret, il boom di dimissioni volontarie e relativi pentimenti, si affaccia anche in Italia il Great Detachment: lavoratori rassegnati all’insoddisfazione che rinunciano a cercare una condizione migliore e spengono le proprie energie.

Nel 2025 tra i lavoratori italiani si conferma un diffuso malessere. Secondo la ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano, solamente il 17% è pienamente ingaggiato, e appena il 10% ’sta bene’ nelle tre dimensioni lavorative fisica, relazionale, mentale.
Al contempo, aumentano i quiet quitter, che sono il 14% del totale e restano al loro posto facendo il minimo indispensabile senza essere emotivamente coinvolti.

Oggi cambiare lavoro è più rischioso. Cresce la ricerca di protezione e stabilità

Aumento dell’inflazione, timori di una recessione e instabilità economica oggi rendono più rischioso cambiare lavoro, facendo sentire spesso le persone ‘bloccate’ e mentalmente disconnesse.
Ma nell’ultimo anno, l’11% dei dipendenti ha cambiato impiego o ha intenzione di farlo entro 18 mesi (30%). 

Tra chi vuole cambiare impiego la quota di chi sta effettivamente facendo colloqui passa dal 58% al 52%, mentre crolla la quota di chi dopo aver cambiato lavoro si è pentito (56% vs 20%).
Parallelamente, si afferma una crescente ricerca di protezione e stabilità economica. Nella scelta di un nuovo lavoro, dopo il benessere tornano in primo piano tutele del contratto, retribuzione e benefit. Tanto che i servizi di wellbeing più richiesti sono l’assistenza sanitaria e i buoni pasto.

E intanto si diffonde l’AI

In questo contesto, si diffonde l’AI, che in ambito HR può aumentare produttività, engagement e benessere.
Il 45% delle aziende ha già investito in AI a supporto dei processi e il 60% a supporto della produttività individuale, ma le direzioni HR faticano ancora a guidare questa trasformazione e a comprendere come questi strumenti vengono utilizzati al proprio interno.

Nell’ultimo anno, infatti, il 32% dei lavoratori ha utilizzato l’AI nelle sue attività, ma soprattutto soluzioni personali o gratuite reperite online, non quelle fornite dall’azienda. E solo un’azienda su sette analizza l’impatto che i sistemi di AI possono avere sulle attività lavorative.

HR: la sfida principale è lavorare sul senso e il significato del lavoro

“Tra i lavoratori italiani si rileva una crescente frustrazione, attribuibile alla percezione di instabilità del mercato del lavoro, accentuata da conflitti e crisi globali e da retribuzioni spesso inadeguate al costo della vita – afferma Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio HR Innovation Practice -.  Così, a fianco al benessere e all’equilibrio, che continuano a essere le priorità delle persone, si sta affiancando una crescente ricerca di sicurezza e protezione. In questo contesto, la sfida principale per le Direzioni HR nel 2025 è lavorare sul senso e il significato del lavoro, cercando di ovviare al senso di precarietà crescente. In un’epoca di grande trasformazione, tra ricambio generazionale e rivoluzione tecnologica, l’HR deve tracciare la rotta del cambiamento delle organizzazioni, che oggi passa da AI, nuove strategie e nuove competenze”.

Lavoro: ad aprile previste 460mila entrate dalle imprese

Ad aprile 2025, sono 460mila le entrate programmate dalle imprese, e 1,5 milioni per il trimestre aprile-giugno.
Rispetto ad aprile 2024, l’incremento della domanda di lavoro è di oltre 13mila unità (+3,0%), e di circa 29mila sul corrispondente trimestre (+1,9%).
A delineare lo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Le previsioni delle imprese dell’industria risultano stabili (+0,3% sul mese e +0,2% sul trimestre), grazie al contributo delle costruzioni (+4,6%, +3,3%), che compensano l’incertezza del manifatturiero (-2,0%, -1,5%).
Positive le aspettative delle imprese dei servizi (+4,0%, +2,5%), per via delle dinamiche registrate dai servizi alle persone (+13,0%, +6,4%) e dai servizi operativi (+11,0%, +8,8%).

Industria: 122mila posti di lavoro programmati

L’industria nel suo complesso programma 122mila entrate nel mese e circa 395mila nel trimestre. In particolare, il manifatturiero è alla ricerca di 77mila lavoratori, che salgono a 247mila nel trimestre. Ma a offrire le maggiori opportunità sono la meccatronica (19mila, 57mila), la metallurgia (14mila, 45mila), l’agroalimentare (13mila, 43mila).

Il comparto delle costruzioni programma invece 45mila entrate per il mese e 148mila nel trimestre.
Bene anche i servizi, che ricercano 338mila lavoratori nel mese e 1,1 milioni entro giugno. Qui, a offrire le maggiori opportunità è la filiera turistica, con 112mila lavoratori ricercati nel mese e 397mila nel trimestre Molteplici anche le richieste da commercio (64mila, 217mila) e servizi alle persone (51mila, 184mila).

Mismatch tra domanda e offerta stabile al 47,8%

Stabile al 47,8% il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, con oltre 219mila profili professionali di difficile reperimento, soprattutto a causa della mancanza di candidati (31,3%, +0,9% rispetto al 2024).
A risentire maggiormente del mismatch sono le costruzioni (62,1%), meccatronica (59,5%), metallurgia (59,4%) e legno-mobile (57,4%).

Tra i profili di più difficile reperimento, il Borsino delle professioni segnala per le professioni intellettuali ingegneri (58,4%) e analisti/specialisti nella progettazione di applicazioni (51,7%).
Tra i tecnici, elevati livelli di mismatch si registrano per i tecnici in campo ingegneristico (68,6%), tecnici della gestione dei processi produttivi (65,4%) e tecnici della salute (64,7%). Per gli operai specializzati, fabbri ferrai costruttori di utensili (70,5%), operai addetti alle rifiniture delle costruzioni (69,1%) e meccanici artigianali (68,5%).

Opportunità per 136.000 under 30

Anche ad aprile, il flusso delle assunzioni è caratterizzato da una prevalenza di contratti a tempo determinato (272mila, il 59,3% delle entrate programmate). La quota di assunzioni che le imprese prevedono di ricoprire ricorrendo a immigrati si attesta al 19,0% delle entrate complessive.
Le imprese sono anche alla ricerca di circa 136mila ‘under 30’, il 30% degli ingressi programmati per aprile.

Maggiori opportunità di impiego per i giovani provengono da servizi finanziari e assicurativi (49,0%), servizi informatici e telecomunicazioni (42,4%), servizi dei media e della comunicazione (40,6%), commercio (40,3%) e industrie della carta (36,9%).
La stagionalità del settore turistico favorisce una più elevata crescita delle assunzioni per Sud e Isole (+14mila mese, +38mila trimestre).

Italia, comunicazione e media: la TV il mezzo preferito, ma il digitale è la quotidianità  

Il 20° Rapporto sulla Comunicazione del Censis evidenzia la crescente importanza dei media digitali. Nel 2025, oltre il 90% degli italiani naviga su Internet e l’89,3% utilizza uno smartphone.

Anche i social network continuano a guadagnare terreno, tanto che sono usati dall’85,3% della popolazione. I giovani prediligono Instagram con il 78,1% di utenti, seguito da YouTube (77,6%) e TikTok (64,2%).

Televisione e radio tengono il passo

Nonostante la trasformazione digitale, la televisione resta il mezzo di comunicazione più diffuso, seguito dal 94,1% della popolazione. Crescono la TV satellitare (47,7%), la web TV (58,4%) e la mobile TV (35%). La radio, con il 79,1% di ascoltatori, dimostra la sua capacità di evolversi: la radio tradizionale aumenta al 46,8% e la radio mobile raggiunge il 25,4%.

Crisi per la carta stampata 

Prosegue invece il calo di affezione della stampa tradizionale. La lettura dei quotidiani cartacei tocca il minimo storico con il 21,7%, registrando una flessione del 45,3% dal 2007. Anche settimanali e mensili registrano numeri in negativo, mentre i quotidiani online si attestano al 30,5%.

La lettura dei libri, dopo un periodo di stabilità, torna a diminuire: nel 2024 i lettori sono scesi dal 45,8% al 40,2%.

I giovani scelgono i social

Tra i giovani, il punto di riferimento per l’intrattenimento e l’informazione è rappresentato dai social network. Instagram, YouTube e TikTok sono le piattaforme più utilizzate, mentre WhatsApp (87,4%) e Telegram (42,9%) si confermano strumenti essenziali di comunicazione.
Anche l’e-commerce assume un ruolo chiave, con il 60,1% dei giovani che utilizza Amazon.

Si spende di più per i nuovi media 

La spesa per i media digitali continua a crescere. Nel 2023, gli italiani hanno investito 14,9 miliardi di euro in dispositivi tecnologici, mentre la spesa per libri e giornali ha subito una riduzione del 37,6% rispetto al 2007.
L’acquisto di apparecchiature informatiche è quintuplicato in 17 anni.

Influencer, è iniziato il declino? 

Solo il 42,6% della popolazione ha una chiara comprensione di cosa sia un algoritmo. Inoltre, il 59,9% si sente condizionato dai motori di ricerca e dai feed social.

Anche gli influencer mostrano segni di declino: il 71,2% degli italiani afferma di non seguirli attivamente, segnando una possibile inversione di tendenza nel fenomeno.

Industria lombarda: i dati del quarto trimestre 2024 

Emerge dalle elaborazioni del Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi: secondo l’analisi tendenziale, nel quarto trimestre 2024 l’industria dell’area metropolitana milanese in un anno è cresciuta del +1,5% per la produzione, meglio del dato lombardo (+0,2%).

Se si considera il fatturato, sempre nel confronto con il quarto trimestre 2023, la crescita è del 2,5% a livello locale e  +1,3% regionale. In relazione al portafoglio ordini, la crescita rispetto al quarto trimestre 2023 è del +2%, con la performance milanese in linea con la manifattura lombarda (+2,2%).
Quanto ai mercati esteri milanesi, l’andamento è migliore (+2,6%) rispetto alla componente interna (+1,6%), ma gli ordini esteri lombardi crescono maggiormente (+4,1%).

Milano, tenuta congiunturale per produzione e fatturato

Nel quarto trimestre 2024 il quadro della produzione industriale milanese delinea una tenuta congiunturale rispetto al terzo trimestre 2024 (+0,1% destagionalizzato), ma tiene anche il fatturato (+0,2%).
Il dato lombardo è in linea col dato milanese per la produzione (+0,0% in regione) e lievemente meglio per l’andamento del fatturato locale (+0,5% per la Lombardia, destagionalizzato).

Per gli ordini interni il dato congiunturale è in lieve crescita per l’industria milanese, con un +0,7%, meglio della manifattura lombarda (+0,4% destagionalizzato), mentre negli ordini esteri la performance milanese risulta in lieve calo (-0,3%) rispetto al dato lombardo (+1,1% destagionalizzato). 

Cala l’export della manifattura brianzola

La crescita tendenziale della capacità produttiva colloca i volumi prodotti a un livello stabile rispetto al quarto trimestre 2023 (+ 0,0%), in linea con il dato lombardo (+0,2%). Nello stesso periodo, i dati della manifattura brianzola per fatturato (+3,1%) sono migliori rispetto al dato lombardo (+1,3%). Sempre rispetto al quarto trimestre 2023, il portafoglio ordini del manifatturiero brianzolo evidenzia una tenuta reale minore rispetto a quella in Lombardia (rispettivamente +0,1% e +2,2%).

A livello congiunturale si evidenzia invece un lieve calo. Il quarto trimestre 2024 registra rispetto al terzo trimestre 2024 un -0,4% destagionalizzato per la produzione industriale, mentre migliora il fatturato (+0,5% destagionalizzato). In calo anche le commesse acquisite dai mercati esteri (-2,6% destagionalizzato), stabili quelle interne (+0,1%).

Lodi: anno e trimestre col segno più

Nel quarto trimestre 2024, rispetto all’anno precedente si verifica un trend di crescita per la produzione lodigiana. Relativamente all’analisi tendenziale, raffrontata al quarto trimestre 2023, l’aumento della produzione si attesta a +1,2%, performance migliore rispetto al dato lombardo (+0,2%). In relazione al fatturato, nel confronto con il quarto trimestre 2023, il recupero si attesta a +2%, superiore per intensità al dato regionale (+1,3%)
Anche gli ordini in un anno sono in crescita (+1%) ma meno rispetto al +2,2% lombardo. 

Segno positivo, rispetto al trimestre precedente, per il trend congiunturale della produzione industriale (+0,4% destagionalizzato), accompagnato dall’aumento del fatturato (+0,8% destagionalizzato).
Crescono poi le commesse acquisite dai mercati interni (+0,8% destagionalizzato), mentre gli ordini esteri risultano stabili, con un -0,1%. 

Lavoro in Italia: nel 2024 un milione di occupati in più rispetto al pre Covid 

Il Rapporto INAPP 2024 fornisce un’analisi approfondita sul mercato del lavoro italiano, evidenziando i cambiamenti in atto e le sfide strutturali legate all’invecchiamento della popolazione e alla trasformazione digitale. Tra i dati positivi, si registra una crescita dell’occupazione del 3,5% tra dicembre 2019 e ottobre 2024, con oltre un milione di nuovi posti di lavoro creati. Il numero complessivo degli occupati ha raggiunto i 24,1 milioni, portando il tasso di occupazione al record del 62,5%.

Nonostante le buone notizie, c’è un divario significativo rispetto agli altri Paesi europei: secondo Eurostat, nel 2023 l’Italia registra un tasso di occupazione inferiore di 8,5 punti percentuali rispetto alla media dei principali 20 Paesi dell’UE, equivalente a circa 3,1 milioni di posti di lavoro mancanti. Le carenze occupazionali si concentrano nei settori legati alla spesa pubblica, come sanità, assistenza, pubblica amministrazione e istruzione, che insieme rappresentano circa il 70% del gap.

Differenze territoriali e generazionali

L’aumento dell’occupazione ha riguardato uomini e donne in maniera equilibrata, con rispettivamente 532mila e 511mila nuovi posti di lavoro. Anche il Sud Italia ha beneficiato di questa crescita.

Resta invece irrisolta la questione giovanile: l’aumento degli occupati ha interessato prevalentemente gli over 50, che oggi rappresentano il 41% della forza lavoro, superando la fascia 35-49 anni. Parallelamente, il tasso di inattività continua a salire.

La sfida delle competenze

Un altro problema evidenziato dal rapporto è la crescente difficoltà delle imprese nel reperire lavoratori qualificati. Nel 2024, il mismatch tra domanda e offerta di lavoro ha raggiunto il 47,8%, un aumento di oltre 22 punti percentuali rispetto al 2019.

Le cause sono molteplici: una riduzione della popolazione in età lavorativa, stimata in calo di 4 milioni di persone entro il 2040, una carenza di competenze adeguate e una scarsa disponibilità dei giovani per i profili richiesti.

Cambiamenti demografici e innovazione tecnologica

Secondo il presidente dell’INAPP, Natale Forlani, i cambiamenti demografici e l’impatto delle tecnologie digitali sulle professioni e sulle organizzazioni del lavoro amplificheranno le difficoltà attuali. L’esodo pensionistico, associato a una limitata presenza di giovani nel mercato del lavoro, richiede un cambio di prospettiva per affrontare le sfide future e garantire la sostenibilità del mercato del lavoro italiano.

Intelligenza Artificiale: una rivoluzione per l’industria farmaceutica

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il settore farmaceutico, trasformandolo a una velocità senza precedenti. Da strumento futuristico, l’IA è ormai una tecnologia fondamentale per molte aziende, che la utilizzano per innovare nel campo della ricerca e sviluppo, migliorare i processi produttivi e rendere più efficienti le operazioni.

Questa evoluzione emerge dal rapporto “AI: Radiografia di una rivoluzione in corso” della società Minsait (Indra Group), che analizza come l’intelligenza artificiale stia modificando il panorama delle aziende private e delle istituzioni pubbliche.

Applicazioni dell’IA nella farmaceutica

Oggi, oltre la metà delle imprese del settore (55%) utilizza l’IA per progettare nuovi farmaci e servizi, integrando l’innovazione nel ciclo di sviluppo. Un altro 33% impiega questa tecnologia per il monitoraggio delle malattie, mentre il 29% sfrutta l’IA per accelerare i processi di produzione e realizzazione dei farmaci stessi.

Questo utilizzo avanzato testimonia come l’intelligenza artificiale stia diventando una componente strategica, destinata a migliorare la qualità e la velocità del lavoro di ricerca e produzione.

Obiettivi: efficienza e innovazione

Secondo il rapporto, l’obiettivo principale delle organizzazioni è l’eccellenza operativa: il 70% delle aziende vede nell’IA uno strumento per aumentare l’efficienza delle operazioni quotidiane. Per il 34% degli intervistati, l’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità per migliorare il processo decisionale, mentre il 31% punta a ottimizzare l’esperienza dei clienti e dei cittadini. L’adozione di soluzioni di IA è quindi ritenuta fondamentale non solo per innovare ma anche per garantire un miglioramento continuo nei rapporti con pazienti e consumatori finali.

Cosa frena l’implementazione dell’IA?

Nonostante i notevoli benefici, l’adozione dell’intelligenza artificiale nel settore farmaceutico presenta alcune sfide. Una delle principali difficoltà è la carenza di professionisti specializzati: il 36% delle aziende individua nella mancanza di competenze una barriera rilevante. Inoltre, il 35% degli intervistati ritiene che il management non sempre abbia una visione strategica chiara sull’adozione dell’IA, il che può rallentare l’implementazione.

Infine, il quadro normativo, che varia a seconda del Paese e del settore, introduce ulteriore incertezza, con il 31% delle aziende che considera la regolamentazione un freno nello sviluppo e applicazione delle tecnologie di intelligenza artificiale.

Cosa accadrà nel prossimo futuro?

Con il continuo avanzamento tecnologico, l’IA ha il potenziale di trasformare ancora di più l’industria farmaceutica. La sfida per le aziende sarà superare le barriere attuali e integrare l’IA in maniera strategica e sostenibile, contribuendo a una nuova era di innovazione e progresso nella tutela della salute.