Classifica qualità della vita: Milano vince per il lavoro, Monza e Brianza per la ricchezza

È la prima volta che la provincia di Udine conquista il podio tra i territori più vivibili, ed entra nella storia della classifica che misura il benessere della popolazione italiana: Udine è la città italiana dove si vive meglio. All’estremo opposto, c’è Foggia, che dopo dodici anni veste nuovamente la maglia nera e si piazza al 107° posto.

Nella 34esima edizione dell’indagine sulla Qualità della vita del Sole 24 Ore, Roma perde quattro posizioni e scende al 35° posto, mentre sono confermati il 2° e il 3° posto, rispettivamente, di Bologna, vincitrice della scorsa edizione e ancora in testa nella categoria Demografia, salute e società, e di Trento, prima nell’Indice della sportività ed Ecosistema Urbano 2023.
Trieste e Bolzano sono fuori dalla Top 10.

Milano al top Affari e lavoro, Monza e Brianza per i consumi

Sotto il podio, la provincia di Aosta (4°), mentre Bergamo, quest’anno capitale della cultura insieme a Brescia, sale al 5° e conquista il primato per Ambiente e servizi.

Firenze, dopo aver occupato il podio nel 2022, quest’anno è 6a, e Modena, 7a.
Si conferma nella Top 10 anche Milano (8°), stabile rispetto al 2022 e prima nella categoria Affari e lavoro, mentre Monza e Brianza conquista 14 posizioni (9°) e il primato nella categoria Ricchezza e consumi.

A chiudere la Top 10, Verona, che l’aveva presidiata nel 2020 e nel 2021.
Si notano le assenze di Trieste e Bolzano, scese rispettivamente in 12a e 13a posizione.

Napoli perde 7 posizioni, Venezia 12 e Genova 20

Anche in questa edizione si concentra nel Mezzogiorno la seconda metà della graduatoria, con l’unica eccezione di Cagliari al 23° posto.
Non mancano però le novità. Se tra le ultime cinque classificate arrivano anche Siracusa (104°, -14 posizioni) e Napoli (105°, – 7 posizioni) restano sostanzialmente immobili le altre grandi aree metropolitane, quasi incapaci di ripartire dopo la pressione generata da emergenze e shock economici.

Mentre Bologna, Milano e Firenze cercano di non perdere di vista la Top 10 e i loro primati, Venezia è 34a (-12), Torino 36°, e Genova 47a, in calo di 20 posizioni.
È un’edizione, quella di quest’anno, che dà ampio spazio alle disuguaglianze sul territorio. Come riferisce AGI, pandemia, emergenze climatiche, contesto internazionale aggravato dalle guerre, shock energetico e inflazione hanno esacerbato la distanza tra le città più vivibili e quelle meno.

Indicatori aggiornati per stare al passo con i cambiamenti sociali

I 90 indicatori statistici alla base dell’indagine, di cui 46 aggiornati al 2022 e 36 al 2023, presentano alcune novità, inserite per stare al passo con i cambiamenti sociali. Ad esempio, l’indice dei progetti finanziati dal PNRR, l’indice della solitudine, le farmacie, famiglie con Isee sotto 7mila euro, gender pay gap, consumo di farmaci contro l’obesità, lavoratori domestici e aumento delle temperature.

Dieci poi gli indici sintetici che aggregano più parametri, da Qualità della vita di giovani, bambini e anziani a Qualità della vita delle donne, da Ecosistema urbano a Indice della criminalità, Indice di sportività, Indice del clima fino all’ICity Rank sulle città digitali, composto da Amministrazioni digitali e Città aperte.

Cresce l’occupazione, e a settembre oltre 3 milioni in cerca di un altro impiego 

Tra il fenomeno delle dimissioni volontarie e un’accentuata mobilità interna al mercato del lavoro, saranno oltre 3 milioni gli occupati che da settembre 2023 cercheranno un nuovo impiego. Con l’occupazione in crescita aumenta quindi la voglia di cambiare lavoro. Spinti dalle nuove opportunità che offre il mercato, dalla concorrenzialità crescente delle imprese nel trattenere i giovani o reclutare le professionalità introvabili, ma anche desiderosi di un cambiamento che porti a una maggiore soddisfazione professionale o un migliore equilibrio vita-lavoro, i lavoratori italiani si muovono molto più di prima tra un’occupazione e l’altra. È quanto emerge dall’ultima indagine della Fondazione studi consulenti del lavoro, dal titolo ‘Ritorno al lavoro: per 3 milioni parte la ricerca di una nuova occupazione’.

Più dimissionari per commercio, turismo e manifatturiero

Come negli anni passati, settembre, insieme a dicembre, è il mese in cui si concentra il maggior numero di dimissioni volontarie. Il 2022, in particolare, è stato l’anno record delle dimissioni: 1.255.000 lavoratori a tempo indeterminato hanno lasciato il proprio impiego (+9,7% rispetto al 2021, +24% rispetto al 2019). Con riferimento ai settori più interessati dal fenomeno, la ricerca evidenzia come su 100 dimissioni di lavoratori a tempo indeterminato la quota maggiore riguarda commercio e servizi turistici (33,8% del totale) e comparto manifatturiero (25%). In generale, i settori protagonisti dell’incremento più consistente sono quelli che hanno conosciuto una più alta crescita occupazionale, come costruzioni (+48,4%), servizi di informazione e comunicazione (+37,5%), sanità e istruzione (+35,8%).

La diffusa mobilità riguarda maggiormente i giovani

Secondo un’indagine realizzata a giugno scorso dalla Fondazione studi consulenti del lavoro, in collaborazione con l’Istituto Piepoli, il 6% dei lavoratori interpellati ha cambiato occupazione negli ultimi due anni. A questi si aggiunge un 13% che sta cercando attivamente un altro impiego. C’è poi un 26% che pur non avendo ancora agito concretamente desidera un cambiamento professionale.
La diffusa mobilità riguarda maggiormente i giovani, di cui il 13% ha cambiato lavoro, mentre il 15% è attivamente alla ricerca di una nuova occupazione. A spiegare il fenomeno, soprattutto la mancata soddisfazione per la situazione professionale precedente.

Si cerca soprattutto un miglioramento retributivo

Non a caso, per il 41% di chi ha cambiato lavoro negli ultimi due anni (o si accinge a farlo) la scelta è guidata soprattutto dallo scontento per l’attuale condizione. Seguono, ma molto distanziate, la necessità, derivante dalla scadenza di un contratto o un licenziamento (18%), e la voglia di un cambiamento di vita capace di favorire un ruolo diverso del lavoro nella propria esistenza (16%).
Il 12% fa poi riferimento al presentarsi di nuove opportunità, mentre solo il 6% alla paura di perdere l’attuale impiego. Ma cosa si cerca nel nuovo lavoro? Miglioramento retributivo (39%), che non significa meri aumenti salariali, ma anche diverse e migliori forme di welfare e benefits, migliore equilibrio lavoro-vita privata (30%), desiderio di riscoprire motivazioni e nuovi stimoli (21%), migliore clima aziendale (20%) e prospettive di crescita e carriera (20%).

GenZ e Millennial tra costo della vita e cambiamento climatico  

Anche i ragazzi e le ragazze sono preoccupati per l’impennata del costo della vita. La grande inflazione degli ultimi mesi spaventa anche i giovani, e per Millennial e GenZ di tutto il mondo è la preoccupazione numero uno. Inoltre, se flessibilità, salute mentale, attenzione all’impatto ambientale e sociale sono sempre più importanti per GenZ e Millennial alla ricerca di un lavoro, molti giovani mettono in discussione la gerarchia di valori che dà senso alla vita.
In Italia, famiglia e amici sono più importanti della carriera, e i giovani attribuiscono sempre più importanza al work-life balance e al lavoro ibrido. Lo rivela l’ultima edizione della Deloitte Global GenZ and Millennial Survey. condotta in 44 Paesi del mondo, e su oltre 800 giovani in Italia, 

Inflazione, ambiente e disoccupazione

Costo della vita, cambiamento climatico e disoccupazione sono i grandi temi che preoccupano GenZ e Millennial italiani. In particolare, il costo della vita è la preoccupazione numero uno per quasi la metà dei Millennial (46%) e il 38% dei GenZ, ma non meno rilevante rimane la questione climatica, che dovrebbe essere la priorità da affrontare secondo il 37% dei Millennial e il 34% dei GenZ.
Significative anche le percentuali di chi teme la disoccupazione (29% GenZ e 26% Millennial).
Oltre a questi tre grandi temi, gli intervistati ‘mettono sul piatto’ anche scarsità delle risorse, disuguaglianza e discriminazione, stagnazione economica e disuguaglianze sociali.

Comprare casa e mettere su famiglia? Un miraggio

In linea con la media globale, 50% dei GenZ e 47% dei Millennial teme di non riuscire ad arrivare a fine mese. In particolare, GenZ e Millennial italiani mostrano elevati livelli di preoccupazione per l’impatto della stagnazione economica, che incide sulla possibilità di creare una famiglia e acquistare una casa. Se l’economia non migliorerà nel prossimo anno, il 71% dei Millennial e il 63% dei GenZ italiani pensa che sarà molto difficile o impossibile metter su famiglia (47% e 50% media globale).
Più elevati della media globale anche i timori sulla casa: 71% dei GenZ e 73% dei Millennial pensa che sarà impossibile comprarne una nel prossimo anno se lo scenario economico non migliorerà.

La flessibilità come new normal

Per il 68% dei GenZ e il 71% dei Millennial amici e famiglia sono più importanti della carriera, che rimane comunque un elemento fondamentale di identità (49% GenZ, 62% Millennial).
Quanto alla modalità lavorativa ideale, la soluzione più desiderata (27% Millennial, 24% GenZ) è la possibilità di stabilire in autonomia se lavorare da remoto. Inoltre, se i GenZ risultano meno stressati e in ansia della media globale (44% vs 46%), i Millennial lo sono di più (42% vs 39%), e a pesare sullo stato di salute mentale sono soprattutto le preoccupazioni sul futuro economico. Ma nonostante in secondo piano rispetto all’inflazione, la preoccupazione per lo stato di salute del pianeta rimane una delle principali fonti di ansia per le giovani generazioni (63% GenZ, 64% Millennial).

L’AI aumenterà il PIL globale annuo del 7%

Negli Stati Uniti e in Europa circa due terzi dei lavori attuali sono esposti a un certo grado di automazione dell’AI, mentre l’AI generativa potrebbe sostituire fino a un quarto dei lavori attuali. In pratica, a livello globale, l’AI generativa potrebbe esporre all’automazione l’equivalente di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Secondo il report The Potentially Large Effects of Artificial Intelligence on Economic Growth, realizzato dalla banca d’affari Goldman Sachs, nel prossimo decennio l’AI generativa negli USA potrebbe aumentare la crescita della produttività del lavoro di quasi punto percentuale e mezzo l’anno, e potrebbe aumentare il PIL globale annuo del 7%, pari a un aumento di quasi 7.000 miliardi di dollari.

La perdita di posti di lavoro a causa dell’automazione verrà compensata

Tutto questo sarà possibile se agli annunci entusiasti, il moltiplicarsi di servizi che promettono di cambiare il modo di lavorare, l’improvviso interesse del grande pubblico e lo storytelling del marketing corrisponderanno l’effettiva capacità dell’AI di svolgere in maniera efficiente i molti compiti che si candida a rivoluzionare. Più in generale, a livello globale il 18% del lavoro potrebbe essere automatizzato dall’AI, con effetti maggiori nei mercati sviluppati. Ma secondo i ricercatori di Goldman Sachs, “la perdita di posti di lavoro a causa dell’automazione è stata storicamente compensata dalla creazione di nuovi posti di lavoro”. L’emergere di nuovi mestieri a seguito di innovazioni tecnologiche nella maggioranza dei casi è stata infatti la principale spinta per la crescita occupazionale.

L’esposizione all’automazione delle professioni 

L’esposizione all’automazione è l’indice che valuta quante delle molteplici mansioni riconducibili a una singola professione possono essere svolte dall’AI. Lo studio evidenzia settori dove il ruolo dell’Intelligenza artificiale resterà per ora marginale (come Pulizia e manutenzione, Installazione, manutenzione e riparazione o Costruzioni edili), quelli in cui  svolgerà un ruolo complementare svolgendo parte dei compiti e liberando tempo che la forza lavoro potrà dedicare all’aumento della produttività e quelli nei quali i lavoratori sono più a rischio di essere sostituiti dall’AI. Questi ultimi includono le professioni legali e quelle che ricadono nella categoria Supporto amministrativo e d’ufficio.

Aumenta le chance di un boom della produttività

Insomma, se è vero che l’innovazione tecnologica storicamente porta all’eliminazione di posti di lavoro, è altrettanto vero che spinge alla creazione di nuovi. La questione, riporta Ansa, è come assicurarsi che chi oggi perde il lavoro perché le sue mansioni ora possono essere svolte dall’AI abbia la possibilità di aggiornare e integrare le proprie competenze, per avere domani ancora un posto e un ruolo nel nuovo contesto lavorativo.
“La combinazione di significativi risparmi sul costo del lavoro, la creazione di nuovi posti di lavoro e l’aumento della produttività per i lavoratori che non vengono sostituiti – si legge nel report – aumenta le chance di un boom della produttività, che spingerebbe la crescita economica in modo sostanziale, anche se i tempi di tale boom sono difficili da prevedere”,.

Osservatorio sul precariato: la dinamica dei flussi nel 2022

Da gennaio a novembre 2022 le assunzioni attivate dai datori di lavoro privati sono state 7.562.000, +13% rispetto allo stesso periodo del 2021. Secondo i dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, significativo risulta l’aumento delle diverse tipologie di contratti a termine, con 660.000 assunzioni per gli intermittenti (+18%), 331.000 per l’apprendistato (+13%), 3.320.000 per il tempo determinato (+12%), 945.000 per gli stagionali (+11%) e 1.003.000 per i somministrati (+6%). Le trasformazioni da tempo determinato nei primi undici mesi del 2022 sono risultate 687.000, evidenziando un fortissimo incremento rispetto allo stesso periodo del 2021 (+52%). Nello stesso periodo le conferme di rapporti di apprendistato (106.000) giunti alla conclusione del periodo formativo segnano un incremento del 5% rispetto all’anno precedente.

Un saldo annualizzato pari a 432.000 posizioni di lavoro

A novembre 2022 il saldo annualizzato risulta pari a 432.000 posizioni di lavoro. Il contributo a tale crescita è positivo per i rapporti di lavoro a tempo indeterminato (+336.000), contratti a tempo determinato (+39.000), intermittenti (+38.000), di apprendistato (+18.000), e stagionali (+2.000). Negativo invece il contributo dei contratti somministrati (-1.000). Rispetto a ottobre segnano un incremento del saldo i contratti a tempo indeterminato e gli apprendisti, in flessione tutti gli altri.

Lavoro occasionale: -6% in un anno

Nel corso dei primi undici mesi del 2022, rispetto al corrispondente periodo del 2021, le assunzioni in somministrazione sono aumentate per entrambe le tipologie contrattuali, in particolare sono state registrate 46.000 assunzioni a tempo indeterminato (+65%) e 958.000 a termine (+4%). La consistenza dei lavoratori impiegati con contratti di Prestazione Occasionale (CPO) a novembre 2022 si attesta intorno alle 13.000 unità, -6% rispetto a novembre 2021. L’importo medio mensile lordo della remunerazione risulta pari a 239 euro. I lavoratori pagati con i titoli del Libretto Famiglia (LF), a novembre 2022 risultano circa 12.000, -8% rispetto a novembre 2021, mentre l’importo medio mensile lordo della loro remunerazione risulta pari a 172 euro.

Cessazioni: 6.824.000, +19%  

Le cessazioni fino a novembre 2022 sono state 6.824.000, +19% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente per tutte le tipologie contrattuali. In particolare, 582.000 cessazioni di contratti intermittenti (+33%), 2.478.000 di contratti a tempo determinato (+21%), 951.000 di contratti stagionali (+19%), 204.000 di contratti in apprendistato (+17%), 1.676.000 di contratti a tempo indeterminato e 934.000 di contratti in somministrazione (entrambi +15%). Tra gennaio e novembre 2022 tutte le tipologie di rapporti di lavoro incentivati presentano una dinamica positiva, più modesta per le attivazioni che hanno beneficiato dell’esonero giovani. Nel loro insieme i rapporti di lavoro incentivati sono cresciuti del 13%.

Intolleranza sui social, è allarme rosso: cresce l’odio verso donne, gay, disabili

Il linguaggio dell’odio è ormai una costante sui social media. E nel 2022, anno contrassegnato da instabilità e conflitti, le tensioni a livello sociale e politico non hanno fatto altro che acuirne la portata. Lo rivela la VII edizione della Mappa dell’Intolleranza 7.0 voluta da Vox Osservatorio Italiano sui Diritti, che fotografa il linguaggio via social. Al suo settimo anno di rilevazione, la mappatura consente l’estrazione e la geolocalizzazione dei tweet che contengono parole considerate sensibili e mira a identificare le zone dove l’intolleranza è maggiormente diffusa, diretta verso 6 gruppi: donne, persone omosessuali, migranti, persone con disabilità, ebrei e musulmani. Si tenta di rilevare il sentimento che anima le communities online, ritenute significative per la garanzia di anonimato che spesso offrono e per l’interattività che garantiscono.

Maggiore radicalizzazione dei discorsi d’odio 

L’analisi 2022, condotta fra il mese di gennaio e quello di ottobre, evidenzia una maggiore radicalizzazione dei discorsi d’odio. Fenomeno, questo, già registrato nella rilevazione dello scorso anno, ma quest’anno decisamente esploso. Ad oggi stiamo dunque assistendo a una verticalizzazione del fenomeno di odio online, per il quale la diffusività iniziale ha lasciato il posto a un modello di dinamiche sociali sempre più incisive e polarizzate. A un allargamento delle possibilità di scelta delle piattaforme social, corrisponde una selettività maggiore di messaggi di esclusione, intolleranza e discriminazione. In relazione a questi aspetti, risulta utile sottolineare il ruolo giocato dai mass media tradizionali nell’orientare e influenzare questa tipologia di comunicazione e narrativa. A questo proposito, si ritiene utile e necessaria una riflessione futura di più ampio respiro sulla consapevolezza di questo ruolo e delle sue implicazioni sociali.

Le categorie più colpite

Quali sono dunque le categorie più prese di mira? Le donne, le persone con disabilità, le persone omosessuali. Appare dunque evidente che una delle connotazioni dell’odio online rilevate dall’ultima Mappa è una forte concentrazione sui diritti della persona, sia essa donna, gay o disabile. A tal proposito, emerge sempre di più la necessità di educare all’uso dei social network e di ripensare le relazioni fra mass media, piattaforme e utenti, al fine di prevenire forme sempre più radicali di odio, che possono superare i confini della dimensione online. Tentando un confronto con l’anno precedente, nella rilevazione del 2021 (gennaio-ottobre) erano stati raccolti un totale di 797.326 tweet dei quali 550.277 negativi (il 69% circa vs. 31% positivi). Nella rilevazione del 2022 invece (periodo gennaio-ottobre), sono stati raccolti 629.151 tweet dei quali 583.067 negativi (il 93% circa vs. 7% positivi). Come già si evidenziava, sono stati rilevati meno tweet semanticamente centrati, ma il segno negativo è forte e predominante sul totale, segno evidente di una radicalizzazione del fenomeno. I cluster più colpiti: nel 2022 al primo posto svettano le donne (43,21%), seguite da persone con disabilità (33,95%), persone omosessuali (8,78%), migranti (7,33%), ebrei (6,58%) e islamici (0,15%). A fronte di un 2021, che vedeva una diversa distribuzione: donne (43,70%,), seguite da islamici (19,57%), persone con disabilità (16,43%), ebrei (7,60%), persone omosessuali (7,09%) e migranti (5,61%).

Car sharing nel post-covid: una lenta ripresa  

Secondo l’Osservatorio Nazionale Sharing Mobility, nonostante sia ancora lontano dai livelli del 2019 nel 2021 il car sharing è in leggera ripresa rispetto al 2020. Se il car sharing sia free-floating sia station-based risultano in difficoltà i numeri fanno comunque intuire un cambiamento nella modalità d’uso. Di fatto, il numero di noleggi in modalità free-floanting (privo di stalli di ritiro e riconsegna), ad esempio, è inferiore del 52% rispetto al 2019, ma dell’8,6% rispetto al 2020. Ma se a questo dato si affiancano quello dei chilometri percorsi e quello della durata media per noleggio, i primi risultano aumentati dell’8,8% rispetto al 2020 e la percorrenza media del 33,7% (da 7,4 km a 9,9 km). La durata media per noleggio, invece, è aumentata del 34% rispetto al 2019, passando da 32,6 a 43,7 minuti.

Rispondere a esigenze diverse rispetto a quelle del passato

I due dati portano a dedurre che il car sharing sta cambiando pelle per rispondere a esigenze diverse rispetto a quelle del passato. Non è un caso, infatti, che anche la tipologia dei veicoli si orienti vero auto a quattro porte e con la possibilità di assolvere a più funzioni. Se poi si comparano i dati relativi al car sharing con quelli della forte ascesa della micromobilità, è probabile che in passato il car sharing assolvesse a funzioni che non gli erano proprie, e che ora sono ben soddisfatte da mezzi come il monopattino e la bici, ritenuti dagli utenti più adatti alle proprie esigenze.

Free-floating: diminuiscono flotta e noleggi

Il tasso di rotazione del free-floating in Italia mostra un dato medio del 2,9, con un interessante picco a Torino, che potrebbe far presuppore la possibilità di ingresso per nuovi operatori.
Di pari passo con la contrazione dei noleggi (8%) anche la flotta di veicoli destinati al car sharing free-floating è diminuita del 10%, tornando a valori inferiori a quelli del 2016. Va ricordato che la diminuzione della flotta non dipende solo da un minor numero di noleggi, ma anche dalla difficoltà per alcuni operatori di approvvigionamento auto in fase di rinnovo della flotta. Una nota positiva riguarda le immatricolazioni dei veicoli elettrici, ripartiti con un gande sprint: +200% rispetto al 2020.

Station-based: meno noleggi ma più chilometri percorsi

Il numero di noleggi del car sharing station-based (ritiro e riconsegna in appositi stalli), è a -19% rispetto al 2019, ma in ripresa del 22,2% rispetto al 2020. 
Si tratta di volumi inferiori rispetto al free-floating, di cui lo station-based sta diventando un servizio complementare.
I chilometri percorsi sono aumentati del 13,6% rispetto al 2020, la percorrenza media è diminuita del 7,3% (da 25,8 km a 23,9 km), e la durata media per noleggio è diminuita del 10% rispetto al 2020.
Le immatricolazioni sono -5% rispetto al 2020, invertendo per la prima volta la tendenza alla crescita ininterrotta dal 2015. Le immatricolazioni dei veicoli elettrici, invece, sono a +17%, toccando il record del 45% del totale dei veicoli presenti nelle flotte station-based.

Vacanze autunno 2022: desiderio di viaggiare, ma lo scenario è complesso

Se le estati precedenti sono state contrassegnate dalle limitazioni imposte dalla pandemia, l’estate 2022, nonostante il Covid-19 non abbia ancora finito di destare apprensione, è stata sicuramente più spensierata.
Tra gli italiani ha prevalso la voglia di evasione, ma il ritorno alla quotidianità dopo le vacanze estive ha richiesto di fare i conti con l’aumento dei prezzi e le preoccupazioni per la guerra tra Russia e Ucraina. Preoccupazioni sempre crescenti, che riguardano in particolar modo il timore di una estensione del conflitto ad altri Paesi. Considerato questo scenario complesso, quali sono le intenzioni di viaggio degli italiani per l’autunno 2022? La risposta arriva dalla nuova rilevazione di Future4Tourism, l’indagine di Ipsos che dal 2017 analizza ed esplora i trend futuri del turismo, e che rileva un rallentamento della propensione degli italiani a concedersi momenti di vacanza durante l’autunno 2022.

Meno week-end fuori casa

Sebbene la quota di coloro che si concederanno momenti lontano da casa non è trascurabile (58%) va evidenziato come questa percentuale risulti in calo rispetto agli ‘autunni pre-pandemici’, con 7 punti percentuali in meno rispetto, ad esempio, al 2019. A risentirne saranno soprattutto i week-end, mentre le vacanze con un numero maggiore di notti previste fuori casa non appaiono compromesse: beneficiano infatti ancora dell’onda lunga dell’estate 2022, e probabilmente, di una prenotazione anticipata.  Inoltre, la tendenza continua a confermare una maggior preferenza per le mete italiane rispetto a quelle europee ed extra europee.

L’impatto dell’aumento dei prezzi

L’ultimo aggiornamento dell’indagine Future4Tourism verifica anche l’aspirazione delle diverse tipologie di vacanze e mete: la crociera, in caso di vincita di una vacanza premio, sarebbe la scelta preferita da oltre 1 italiano su 10, a dimostrazione dell’interesse e della curiosità verso un viaggio di questo tipo. Le crociere, pur rimanendo un tipo di vacanza tradizionalmente di nicchia, sono scelte da circa il 4% dei vacanzieri autunnali, contro il 2% dello stesso periodo 2019. Per chi ha deciso di non concedersi periodi di vacanza nel periodo autunnale, la motivazione economica è sicuramente forte, e potenzialmente, avrà un impatto anche sulle vacanze di Natale 2022. A settembre gli italiani che ipotizzano di andare in vacanza nel periodo natalizio sono il 17% (vs. 21% settembre 2021). 

Vacanze di Natale 2022

Le previsioni dicono che non diminuiscono solo i numeri assoluti dei vacanzieri, ma anche le notti fuori casa. Incrementano coloro che si concederanno solo una festività fuori casa, Natale, Capodanno, o Epifania, a scapito di quando si riuscivano a festeggiare almeno due ricorrenze lontano da casa. Allungando lo sguardo al periodo gennaio-marzo 2023, la quota che dichiara già di voler effettuare una vacanza si attesta al 34%. Un dato in linea con quanto rilevato nei periodi pre-pandemia. Certo, bisognerà fare i conti con i prossimi mesi per poter confermare questa tendenza, ma sicuramente gli italiani non sono ancora disposti a rinunciare al proprio desiderio di viaggiare. 

Com’è il mercato delle carte di credito in Italia?

Il mercato delle carte di credito in Italia nel 2022 conferma un’ulteriore evoluzione verso l’uso di strumenti alternativi al contante, e un maggiore utilizzo di strumenti innovativi. Nel 2021 aumentano le operazioni effettuate con carte di credito, e a fronte della ripresa dei consumi e della riduzione delle restrizioni dovute alla pandemia, anche gli importi complessivi transati registrano uno sviluppo significativo. Prosegue, inoltre, la rapida crescita delle carte prepagate, con un aumento delle transazioni e del valore delle operazioni. È quanto emerge dall’Osservatorio Carte di Credito e Digital Payments, condotto da Assofin, Nomisma, CRIF e Ipsos.

Aumentano i pagamenti effettuati con strumenti diversi dal contante

Nel 2021 il numero dei pagamenti effettuati con strumenti diversi dal contante a è cresciuto del 24%. Percentuale che sale al 29% se si considerano i pagamenti su pos con le sole carte di debito.
Altri fattori influiscono a questa evoluzione positiva: il cashback di Stato, e una ripresa dei servizi che hanno contribuito alla diffusione delle operazioni, in particolare, con le carte di debito. Allo stesso tempo, aumenta la corsa all’utilizzo di carte prepagate e carte rateali, riconducibile alla ripresa della spesa delle famiglie per viaggi e intrattenimento. L’e-commerce rappresenta un ulteriore elemento di stimolo: l’incidenza dei pagamenti online nel corso della prima parte del 2022 arriva al 24% delle operazioni complessive.

Le carte di pagamento

Nel 2021 le carte di credito in circolazione in Italia ammontano a circa 15,2 milioni. Rispetto al 2020 le carte di pagamento segnano un +53,5% per le carte di debito su pos, +18,2% per le carte di credito, e +34,7% per le prepagate. Nel 2021 cresce il numero delle carte presenti sul mercato, aumentano i volumi transati nonché il numero di operazioni. “Questo ha portato a una diminuzione dell’importo medio per operazione – commenta Roberta Gabrielli, senior project manager Nomisma -. Un dato che ci fa capire come l’utilizzo di strumenti di pagamento diversi dal contante stia diventando strutturale nel nostro Paese, i consumatori utilizzano sempre di più le carte anche per i piccoli pagamenti”. 

Le carte con funzione rateale

Sono sempre di più le carte che prevedono flessibilità in termini di rimborso della spesa: oggi la metà delle carte di credito attive è abilitata al rimborso, a saldo o a rate.
“Si tratta di un aumento ascrivibile in larga misura alla funzione di instalment, ovvero di finanziamento collegato a un piano di rimborso rateale, diffuso fra le carte charge, di origine bancaria”, sottolinea Kirsten Van Toorenburg, Responsabile studi, statistiche e formazione Assofin.
Nei primi sei mesi 2022 si registra quindi una ripresa del ricorso alla rateizzazione, e aumenta il maggiore utilizzo online delle carte di credito con funzione rateale, a prescindere dal tipo di rimborso.
Si assiste inoltre a una rapida diffusione di BNPL e pagamenti dilazionati, strumenti che offrono vantaggi ai clienti (costo zero, procedura di accesso facile), e opportunità ai retailer (incremento del fatturato, maggiore fidelizzazione, canale marketing, advertising).  

A Milano e provincia la cultura genera ricchezza, più che nel resto d’Italia

A Milano e provincia la cultura, nell’accezione più ampia del termine, paga, e tanto. A sottolinearlo è la dodicesima edizione del rapporto “Io sono cultura” realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere. Il report analizza il Sistema Produttivo Culturale e Creativo, ovvero tutte quelle attività economiche che producono beni e servizi culturali (core), ma anche tutte quelle attività che non producono beni o servizi strettamente culturali, ma che utilizzano la cultura come input per accrescere il valore simbolico dei prodotti, quindi la loro competitività, che nello studio definiamo creative-drive. All’interno del core coabitano attività molto diverse tra loro, accomunate dalla produzione e veicolazione di contenuti culturali e creativi. Dalle attività di conservazione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico (attività dei musei, biblioteche, archivi, monumenti), alle arti visive e performative (attività dei teatri, concerti, etc.). A queste si aggiungono attività che operano secondo logiche “industriali” (musica, videogame, software, editoria, stampa), quelle dei broadcaster (radio, televisione), fino ad arrivare ad alcune attività appartenenti al mondo dei servizi (comunicazione, architettura, design).

Milano e la Lombardia in pole position

La grande area metropolitana di Milano è al primo posto nelle graduatorie provinciali per incidenza di ricchezza e occupazione prodotte, con il 9,5 e il 9,9%. Roma è seconda per valore aggiunto (8,5%) e quarta per occupazione (7,8%) mentre Torino si colloca terza (8,2%). Seguono, per valore aggiunto Arezzo (7,8%), Trieste (6,9%), Firenze (6,7%), Bologna (6,1%) e Padova (6 %). In termini di occupazione, la leadership per incidenza dei posti di lavoro sul totale dell’economia è da attribuire a Milano. Ma il ruolo della cultura non si ferma alla sola quantificazione dei valori della filiera. Importanti sono anche i legami tra cultura e turismo. 

Il valore della cultura a livello nazionale

In base ai dati contenuti dell’ultimo Rapporto, si scopre che il sistema produttivo culturale e creativo del 2021 vale 88,6 miliardi di euro, corrispondenti al 5,6% del valore aggiunto italiano e attiva complessivamente un giro d’affari di 252 miliardi di euro. Nonostante l’impatto della crisi dovuta alla pandemia, alcuni comparti culturali e creativi hanno mostrato segnali di tenuta generale. Non solo: alcuni settori hanno anche messo a segno incrementi importanti, come quello dei videogiochi e software che hanno registrato un aumento della ricchezza prodotta del 7,6%. Sul fronte dell’occupazione, il settore impiega circa un milione e mezzo di persone, pari al 5,8% dell’occupazione nazionale.