Cala lo smog, ma l’Italia è ancora lontana dagli obiettivi europei

L’aria nelle città italiane è migliorata rispetto al passato. Ma non ancora abbastanza da tirare un sospiro di sollievo. Partiamo dalle buone notizie: i dati riferiti al 2025 mostrano segnali incoraggianti.

Oggi sono “solo” 13 i capoluoghi di provincia che hanno superato il limite giornaliero di PM10, contro i 25 del 2024. Un passo avanti, uno dei più significativi degli ultimi anni. Ma l’immediato futuro riserva anche molte ombre. 

Gli ultimi dati di Legambiente

La mappa dello smog nelle città italiane è frutto delle analisi di Legambiente ed è raccolta nel rapporto Mal’Aria di città 2026. Secondo lo studio, che analizza lo stato della qualità dell’aria nei capoluoghi italiani, nel 2025 nessuna città ha superato i limiti annuali previsti dalla normativa per PM10, PM2.5 e biossido di azoto.
Ma c’è un ma: le soglie attuali sono destinate a cambiare, e presto.

Il 2030 è vicinissimo  

Dal 1° gennaio 2030 entreranno in vigore i nuovi limiti europei, che sono molto più severi di quelli di oggi.  Se venissero applicati ora, oltre la metà delle città italiane risulterebbe fuori legge per il PM10, quasi tre su quattro per il PM2.5 e più di un terzo per l’NO2.

In sintesi, molte aree sono  ancora lontane dai nuovi standard. La Pianura Padana, ad esempio, ha una criticità legata all’inquinamento quasi strutturale.

Le città maglia nera 

Palermo è la città che nel 32025 conquista la maglia nera per gli sforamenti giornalieri di PM10. Il capoluogo siciliano è seguito a ruota da Milano e Napoli. Ma il problema non riguarda solo le grandi metropoli. Cremona, Lodi, Monza, Verona e diversi centri del Nord di medie dimensioni mostrano criticità legate soprattutto al futuro.

In molti casi, mantenendo l’attuale ritmo di riduzione degli inquinanti, il traguardo del 2030 potrebbe non essere raggiungibile.  

Mancano risorse e politiche specifiche? 

Legambiente lancia un messaggio chiaro: i miglioramenti fin qui ottenuti non sono il frutto di politiche strutturali solide. Sono anche il frutto di condizioni meteo favorevoli e di progressi tecnologici. Tagliare le risorse, soprattutto nei territori più esposti, significa fare passi indietro.

Non a caso, a gennaio 2026 è scattata una nuova procedura di infrazione europea per il mancato aggiornamento del Piano nazionale contro l’inquinamento atmosferico.

Cosa serve per cambiare aria

Secondo l’associazione ambientalista, la strada passa da investimenti continui nel trasporto pubblico, dalla riqualificazione energetica degli edifici, dal superamento dei sistemi di riscaldamento più inquinanti e da interventi decisi su industria, agricoltura e allevamenti intensivi. Perché l’aria, come il tempo, non aspetta.