Il Green Pass? Attenzione a quelli falsi

Fa leva sull’esigenza più sentita del momento la nuova truffa che viaggia attraverso WhatsApp, l’app di messaggistica più diffusa al mondo. Nel nostro paese, infatti, stanno arrivando messaggi falsi che assicurano la possibilità di scaricare immediatamente il Green Pass. Ma non è così, anzi si rischiano guai grossi. A lanciare l’allarme è il Codacons, che insieme alla Polizia Postale avvisa tutti gli utenti che in queste settimane sta girando un messaggio che recita un: “In questo link puoi scaricare il certificato verde Green Pass Covid-19 che permette di muoversi liberamente in tutto il territorio nazionale senza mascherina”. La truffa è stata ideata per acquisire dati personali e coordinate bancarie. Infatti, cliccando sul link l’ignaro utente viene catapultato su una finta pagina istituzionale con numerosi loghi simili agli originali. Proseguendo nella navigazione sul sito, all’utente viene chiesto di inserire i propri dati bancari/personali con l’obiettivo di usarli fraudolentemente. “Neanche il tempo di cominciare a familiarizzare con la nuova certificazione digitale che già sono cominciate le truffe-commenta il Presidente del Codacons Marco Donzelli”. Ecco perché è sempre opportuno non cliccare mai su collegamenti ricevuti tramite WhatsApp che arrivano da sconosciuti. Nel caso si sia vittime di una simile truffa, conviene rivolgersi alla Polizia Postale per avere assistenza.

Certificati contraffatti in vendita sul web

Oltre alla truffa su WhatsApp, che promette un certificato che non esiste ma ruba i dati sensibili, in questi giorni sono comparsi sul web i venditori di Green Pass falsi. Ad esempio su Telearma si possono acquistare documenti contraffatti a un prezzo che va dai 100 ai 200 euro. Comprarli è ovviamente un’azione illegale, e per di più rischiosa: la veridicità del Green Pass può essere infatti controllata attraverso il QR Code non solo dalle Forse dell’Ordine, ma anche dai proprietari e dai gestori di locali pubblici attraverso l’apposita app di verifica nazionale.

I canali ufficiali 

Per avere legittimamente il Green Pass, occorre perciò aver fatto almeno una dose di vaccino, o un tampone con esito negativo o ancora essere guariti dal Covid-19 /la validità in questo caso è di sei mesi). In tutti i casi, si riceverà un messaggio dal ministero che collegherà il download del QR Code ad uno di questi 4 codici: CUN o NFRE (per chi ha fatto il tampone), NUCG per i guariti o Authcode in caso di vaccinazione. A questo punto, si potrà scaricare il certificato unicamente tramite i canali ufficiali predisposti dal Governo. 

Le 8 regole d’oro per un’estate cyber-sicura

Ad accendere l’attenzione sulla sicurezza online quando si è in vacanza è ToothPic, startup specializzata in cybersecurity. Dall’autenticazione a due fattori al check della domotica prima di lasciare casa per le vacanze, queste alcune delle 8 regole d’oro consigliate da ToothPic per proteggersi dagli attacchi hacker e dai furti di identità online, anche sotto l’ombrellone.
“L’estate può essere un momento ideale per gli hacker, che approfittando delle distrazioni degli utenti possono accedere ad account e dispositivi, o rubare dati e informazioni tramite phishing”, spiegano i quattro fondatori di ToothPic, ricercatori e professori del Dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni del Politecnico di Torino.

Attivare l’autenticazione multifattore quando ci si registra a un servizio online

La prima regola comunque è inserire credenziali sempre diverse senza lasciare vecchie password. Scegliere sempre password complesse è fondamentale per proteggere le proprie utenze. Non devono essere banali né troppo corte, altrimenti gli hacker possono intervenire con attacchi diretti a brute force.
Ma non solo. Toothpic suggerisce anche di attivare l’autenticazione a due fattori, e se possibile, attivare sempre l’autenticazione multifattore quando l’utente si registra a un servizio online. 

Fare attenzione agli hotspot pubblici

Inoltre, fare attenzione al phishing ed essere diffidenti sotto l’ombrellone: meglio non rispondere mai a messaggi o email, anche se in arrivo da mittenti che sembrano fidati o conosciuti, in cui vengono chiesti dati di autenticazione.
La quinta regola di Toothpic è fare anche attenzione agli hotspot pubblici: quando si è in viaggio bisogna fare attenzione alle connessioni pubbliche di bar, ristoranti, stabilimenti balneari e alberghi perché potrebbero non avere sistemi di sicurezza adeguati. La sesta regola d’oro è poi quella di controllare i servizi online, perché anche se si è in vacanza, è bene fare sempre un check costante ai propri servizi online. In questo modo si può intervenire immediatamente se ci si accorge che le credenziali sono state rubate o clonate.

Occhio a sistemare la domotica

Vanno inoltre aggiornati i dispositivi: mentre si prepara la valigia è meglio fare anche un aggiornamento dei propri software installati nel computer, nel tablet e nello smartphone, ricorda Adnkronos. Infine, occhio a sistemare la domotica: quando si parte per le vacanze può essere necessario impostare dispositivi connessi come telecamere per controllare casa anche a distanza. In questo caso, bisogna ricordarsi di cambiare la password admin, poiché se si mantengono gli account di default si è più esposti al rischio che persone esterne accedano alle immagini registrate dalla videocamera.

Il Covid dark effect peggiora il benessere mentale degli italiani

Nell’ultimo anno il 44% degli italiani ha registrato un peggioramento del benessere mentale, e 4 italiani su 10 temono di non riuscire a tornare a una vita “normale”. Questo perché durante gli ultimi 12 mesi gli italiani sono passati dal timore del contagio, spesso trasformato in paura dell’altro, alla voglia di riabbracciarsi, in un susseguirsi di sentimenti differenti e contrastanti, come paura, responsabilità e speranza, ma anche solitudine, incertezza, e voglia di ripartire e rinascere. La colpa è del Covid dark effect, che mette a rischio non solo il benessere psichico ma anche le relazioni sociali. Si tratta di alcuni risultati emersi dall’Osservatorio The World After Lockdown Nomisma e CRIF, che ha l’obiettivo di valutare i cambiamenti di valori, abitudini e sentiment degli italiani durante l’emergenza causata dalla pandemia.

Il 57% degli italiani ha sofferto di umore altalenante
Non stupisce, quindi, che nell’ultimo anno il 57% degli italiani abbia avuto un umore altalenante. Nonostante le preoccupazioni e gli interrogativi sul futuro, gli italiani hanno dimostrato di essere capaci di reagire positivamente: 1 su 3 ha mantenuto un umore buono o eccellente per la maggior parte del tempo. Non è però da sottovalutare la forte pressione emotiva a cui la popolazione è stata sottoposta. Sebbene gli italiani non abbiano permesso che lo sconforto prendesse il sopravvento, sono numerosi i segnali di ansia e stress che hanno portato a un peggioramento complessivo del benessere mentale (44%), superiore addirittura a chi ha registrato un peggioramento del benessere economico (37%).

C’è chi teme di non riuscire a tornare a condurre una vita normale
Dall’inizio della pandemia 9 italiani su 10 si sono sentiti tesi, nervosi o irritabili, il 44% ha dichiarato di trovarsi in questa condizione con una frequenza quasi continuativa, e il 68% ha manifestato difficoltà ad addormentarsi. Dati confermati dall’aumento delle vendite di ansiolitici, cresciute del +12% nel corso del 2020 (Fonte: Nomisma su dati AIFA).
Il Covid Dark Effect non si esaurisce con gli effetti prodotti sull’equilibrio mentale, ma interessa anche i rapporti sociali. Se da un lato la lontananza ha alimentato la voglia di socialità, dall’altro c’è anche chi teme che non sia più possibile tornare a una vita normale (38%), o non riesce a rapportarsi con gli amici con la stessa serenità con cui faceva prima della pandemia (17%) e preferisce rifugiarsi in una bolla di solitudine (8%).

Il vaccino alimenta la speranza di uscire dall’emergenza pandemica
Oggi l’elevata propensione a vaccinarsi contro il Covid-19 alimenta la speranza di uscire presto dall’emergenza pandemica e di vivere nel tanto atteso New Normal, pur mantenendo una certa cautela nei comportamenti. Per il 68% degli italiani infatti il Covid è ancora un problema da non sottovalutare. Gli allentamenti alle misure restrittive e la graduale riapertura delle attività hanno giovato agli italiani, che manifestano un netto miglioramento dell’umore nel 46% dei casi. È con questo mood che gli italiani si apprestano a vivere un’estate che fa meno paura dello scorso anno.

Bere poco fa perdere 2 ore di sonno a notte

I motivi per cui si dorme poco, o addirittura, si soffre di insonnia, posso essere molti. La causa di una notte insonne o di un riposo disturbato, potrebbe essere causata dalla digestione che non funziona come dovrebbe o dai troppi pensieri e dalle preoccupazioni che non lasciano tranquilli. Ma uno dei motivi meno noti e meno scontati che potrebbero influire su una cattiva qualità del sonno, privando il riposo notturno anche di due ore, è bere poca acqua. Dallo studio Short sleep duration is associated with inadequate hydration, pubblicato sulla rivista Sleep, è emerso infatti che chi beve troppo poco ha una scarsa qualità del sonno.

Durata e qualità del sonno sono in relazione allo stato di idratazione dell’organismo

I risultati della ricerca sono scaturiti da due studi condotti negli Stati Uniti e in Cina, che hanno preso in considerazione rispettivamente 9.559 e 11.903 persone. In entrambi gli studi non sono state coinvolte persone con patologie renali, o che facessero uso di farmaci che potessero interferire con i risultati. I criteri di valutazione utilizzati per analizzare la durata e la qualità del sonno in relazione allo stato di idratazione dell’organismo, si sono basati, oltre alla compilazione di interviste dirette e via computer, su due parametri analitici dell’urina, ovvero la densità e la composizione ionica (sali disciolti).

La scarsa idratazione induce modificazioni nel rilascio della vasopressina

“Lo studio ha messo in evidenza che i valori elevati di densità urinaria (maggiori di 1020 g/ml) e di contenuto salino (maggiore di 831mOsm/kg) sono indici di scarsa idratazione e portano a un accorciamento della durata del sonno di circa due ore legate a modificazioni nel rilascio dell’ormone antidiuretico (vasopressina) con interferenza dei ritmi circadiani (risveglio) – spiega il pofessor Umberto Solimene dell’Università degli Studi di Milano ed esperto dell’Osservatorio Sanpellegrino -. In sostanza l’organismo disidratato si difende producendo vasopressina per non perdere liquidi influendo però sul risveglio anticipato”.

Magnesio e potassio aiutano a mantenere il regolare ciclo veglia-sonno

L’acqua, quindi, oltre a essere alla base del benessere del nostro organismo, può anche aiutarci a dormire bene. Una relazione, quella tra acqua e sonno, poco scontata: “Non dimentichiamo – prosegue il professor Solimene – che l’acqua può contribuire a una buona digestione, un altro degli aspetti che aiuta a dormire bene. In particolare, le acque minerali bicarbonato-solfate, grazie alla presenza di questi due sali minerali, stimolano l’attività del fegato e del pancreas, riducendo l’acidità gastrica e favorendo l’azione degli enzimi digestivi. È importante ricordare anche che l’acqua minerale contiene altri oligoelementi utili per mantenere il regolare ciclo veglia-sonno – aggiunge il professore – come il magnesio e il potassio. Al contrario, una carenza di questi due elementi può condurre a insonnia ed a irritabilità”.

Ritorno a scuola, tutti i timori dei “grandi”

Anche se con qualche difficoltà, la scuola è ricominciata. Dopo mesi di lezioni a distanza, bambini e ragazzi sono tornati a una “quasi” normalità, pur con i limiti e le procedure imposte dalle misure per contrastare il coronavirus. Ma come vivono questo momento i genitori, sia in Italia sia nel Nord America così da fare un paragone? Alla domanda ha risposto un’indagine di Bva-Doxa, che ha raccolto pensieri, opinioni e mood da parte delle famiglie.

La preoccupazione c’è

Lo studio è stato condotto una settimana prima dell’avvio dell’anno scolastico, e non mancano i timori. Tra gli adulti prevale un sentiment negativo: si riconoscono per lo più ‘preoccupati’ all’idea che il figlio/a torni a scuola (41%), confusi (35%) e nervosi (12%). Uno su 3 è fiducioso per il nuovo anno scolastico, più i papà (32%) rispetto alle mamme (26%), e il 10% si dichiara felice che il proprio figlio ritorni tra i banchi di scuola. La positività del rientro emerge quando i genitori descrivono come bambini e ragazzi stanno vivendo il ritorno a scuola. Il 29% dei genitori dichiara che il proprio figlio/a è felice di tornare a scuola, il 21% lo definisce ‘curioso’ e solo il 20% dei genitori dichiara che il proprio figlio è preoccupato, e il 12% nervoso. Più o meno sono le stesse reazioni rilevate in Canada: due terzi dei genitori manifestano sentimenti di preoccupazione per il ritorno a scuola, ma vedono nei loro figli, per oltre il 40%, il desiderio di tornare a scuola.

Cosa fa più paura

Non sorprende che tra le principali preoccupazioni di mamme e papà sia che, tornando a scuola, il figlio si possa ammalare di coronavirus (47%). A impensierire i genitori, e in misura leggermente superiore, è anche la possibilità che il ritorno a scuola possa portare nuovi contagi all’interno della famiglia, indicata dal 53%. Al di là del rischio per i bambini e i ragazzi, si teme la diffusione del virus ad altri membri, magari tra i più anziani e quindi più a rischio. Le famiglie negli Stati Uniti si pongono diversamente: la preoccupazione che il figlio si possa ammalare tornando a scuola, è molto alta e sale al 74%.

Fiducia nella scuola

Tuttavia, le famiglie italiane si dimostrano fiduciose nella risposta che la scuola potrà dare in caso di problemi e nella sua capacità di prendere le decisioni più appropriate per come organizzare le attività nel rispetto delle norme anti contagio. Il 48% dei genitori italiani è sereno anche in questo caso, più che negli Stati Uniti, dove solo il 36% si dice fiducioso. Insomma, in Italia si respira più ottimismo, anche sui banchi.

Il Covid ha cambiato i business model delle Pmi

Durante il periodo di lockdown il 76% delle Pmi “top” ha intrapreso la svolta digitale, ovvero ha investito maggiormente in tecnologie 4.0. E circa l’82% delle Pmi più forti ha continuato a investire in tecnologie 4.0 anche durante il lockdown. Come? A partire dalla realtà virtuale e dall’e-commerce, fino alla disintermediazione del rapporto con i clienti, l’accorciamento della filiera e l’implementazione di nuovi servizi per la gestione a distanza. Se l’emergenza Covid ha cambiato il modello di business di moltissime imprese, secondo il Market watch di Banca Ifis le Pmi più votate al cambiamento sono realtà che già prima della crisi ottenevano risultati da due a tre volte sopra la media in termini di ritorno sul capitale (ROE), e potevano vantare una solida posizione finanziaria.

Un’accelerazione della trasformazione digitale riguarda tutti i settori

E se il successo dipende dalla capacità di cambiare il modello di business per molte Pmi top ha significato fare investimenti 4.0. Questa accelerazione della trasformazione digitale ha riguardato sia i settori che durante l’emergenza si sono rafforzati (come il settore tecnologico, il chimico-farmaceutico e quello della logistica e dei trasporti), ma anche i settori del Made in Italy classico, i più colpiti dall’impatto della crisi, come il sistema casa, le costruzioni e l’automotive. Solo le imprese del settore Moda, alle prese con la crisi del modello fast fashion, in questa fase di emergenza hanno registrato un rallentamento degli investimenti 4.0.

Dalla moda slow ai robot collaborativi

Ma in concreto cosa comporta la svolta 4.0 per il mondo produttivo? Ad esempio, l’introduzione di robot collaborativi nelle industrie meccaniche per produrre nel rispetto dei protocolli di sicurezza. Oppure uno “smart working di massa”, o ancora, meno moda usa-e-getta e collezioni stagionali e più capi iconici e tessuti riciclati. Ma anche eventi in streaming, digital showroom, e un nuovo rapporto con la clientela.

Qual è il fattore che determina il successo di un’impresa

Realizzato tra febbraio e maggio 2020, lo studio di Banca Ifis è basato sul web listening di quasi 780 mila conversazioni di 460 mila autori unici, intercettati sul web, e su 37 interviste condotte su un campione significativo di Pmi top, riporta Ansa. Lo studio di Banca Ifis è parte di Fattore I, il progetto di Banca IFIS Impresa, che al fine di valorizzare la piccola e media impresa italiana, indaga quali siano le realtà a crescere maggiormente sul mercato, e perché. Più in particolare, qual è il “fattore” che determina il successo di un’impresa.

#PlayApartTogether, la campagna anti Covid-19 per i gamer

In questo momento di isolamento sociale i videogiochi consentono soprattutto i giovani di poter trascorrere il tempo libero in modo gratificante e contribuire al loro benessere psichico. I videogiochi sono infatti utili non solo a mantenere le connessioni tra le persone, ma anche a promuovere i messaggi chiave dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Per questo motivo l’Oms ha deciso di sostenere la campagna #PlayApartTogether, dedicata ai gamer e promossa da alcuni fra i principali rappresentanti del comparto videoludico.

L’emergenza coronavirus chiama tutti a fare la propria parte, anche l’industria dei videogames. E l’Accademia Italiana Videogiochi (Aiv) ha deciso di schierarsi al fianco dell’Oms per sostenere, insieme ai big del settore, il potere terapeutico dei videogame.

Diffondere le linee guida dell’Oms per rallentare la diffusione del virus

Utilizzando l’hashtag #PlayApartTogether, attraverso i video Youtube e le proprie pagine social, i leader di mercato, i gamer e tutti i player di spicco del comparto, si sono uniti per diffondere le linee guida dell’Oms utili a rallentare la diffusione del coronavirus, come ad esempio il distanziamento fisico, l’igiene delle mani e altre misure preventive.

“I videogiochi non riguardano solo il divertimento e l’intrattenimento, ma sono anche un mezzo per migliorare le capacità di apprendimento, la ricerca scientifica e le soluzioni creative – dichiara Luca De Dominicis, Presidente e Fondatore di Aiv -. La nostra missione in quanto accademia è quella di condurre i nostri studenti nella creazione di un prodotto che possa essere innovativo, coinvolgente e significativo”.

Seguire le regole, ma anche prendersi cura delle relazioni

“In tutto il mondo le persone si trovano ad affrontare una minaccia, che influisce sui nostri comportamenti sociali – continua De Dominicis -. Ci uniamo a tutti i giocatori grazie alla campagna #PlayApartTogether e incoraggiamo le persone di tutte le età a giocare online, rispettando le regole e i suggerimenti forniti dall’Oms e dai nostri governi per combattere la diffusione di Covid-19. È fondamentale che ognuno di noi rimanga a casa e segua le regole – puntualizza De Dominicis – ma è altrettanto importante prendersi cura delle proprie relazioni”. Le comunità di videogiochi e i giochi online sono una risorsa utile, perché rappresentano un collegamento tra le persone e un modo di socializzare e stare insieme.

Il ruolo dei videogames nella crisi sanitaria mondiale

Alla campagna #PlayApartTogether oltre ad Aiv e ai suoi ragazzi hanno aderito anche Activision, Twitch, Big Fish Games e Youtube Gaming, riporta Askanews. Un segnale forte che mira a sottolineare ancora di più il ruolo dei videogiochi, che in questo momento di grave crisi sanitaria servono a informare l’enorme platea mondiale dei giocatori sulle norme da seguire per la salute e la sicurezza, propria e degli altri. Oltre che a fungere da punto di contatto tra le persone in tutto il mondo.

Arriva l’app acchiappabulli contro bullismo e cyberbullismo

L’ultima novità sul tema del bullismo è la creazione di una app dal nome BullyBuster, letteralmente Acchiabulli. Si tratta di un’app nata dal progetto di quattro atenei che hanno voluto intervenire contro questo fenomeno sociale con una modalità innovativa, molto diversa da quelle fino a oggi adottate. Al progetto, finanziato dal Miur, hanno partecipato quattro università italiane, la Federico II di Napoli come ateneo capofila, l’Università di Foggia, l’Università Aldo Moro di Bari, e l’Università di Cagliari.

Quattro atenei contro un problema sociale

Il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo è un vero e proprio problema sociale, che spesso condiziona la vita di chi subisce violenze fisiche e verbali. Nonostante le pene per chi commette azioni di questo tipo siano state inasprite, purtroppo il fenomeno non accenna a diminuire. Per questo motivo i quattro atenei hanno cercato di trovare un nuovo strumento che possa contribuire ad agire in maniera efficace.

Si tratta di un’app che affronta questo fenomeno con un approccio differente rispetto al passato, sia attraverso l’osservazione diretta dei protagonisti sia applicando metodi giuridici, investigativi, informatici e scientifici, al fine di isolarne quindi anche le fonti di propagazione.

Segnalare i fenomeni in tempo reale

Il progetto dei quattro atenei prevede lo sviluppo di una app specifica, con la quale sarà possibile segnalare i fenomeni in tempo reale creando una sorta di registro di classe che metta in “rete” le azioni e i responsabili di atti di bullismo e cyberbullismo. E quindi condividere azioni sospette, profili, e grado di pericolosità. BullyBuster si pone quindi come obiettivo la lotta a tutte le forme di bullismo usando le più sofisticate e moderne tecnologie di intelligenza artificiale, che permetteranno di rilevare atti e situazioni in cui avviene, come ad esempio una piazza, una scuola, una strada o qualsiasi ambiente, reale o virtuale.

Un progetto finanziato dal Miur nell’ambito dei Progetti di rilevante interesse nazionale

Il progetto è stato finanziato dal Miur nell’ambito dei progetti PRIN – Progetti di rilevante interesse nazionale, ovvero quelli ammessi a liquidazione dopo analisi scientifica e verifica dell’utilità sociale dei contenuti. Al termine dell’attuazione del progetto aderirà anche la Polizia Postale, che metterà a disposizione degli specialisti la propria esperienza e i propri mezzi di intervento. Insomma, la lotta al bullismo e al cyberbullismo si sta evolvendo, e cerca di adeguarsi anche ai nuovi strumenti che oggi utilizzano i bulli stessi, soprattutto quando il fenomeno interessa la rete.

Idratarsi fa dimagrire. I consigli dell’esperta

Idratarsi fa dimagrire. I consigli dell’esperta

Se l’obiettivo è perdere i chili accumulati durante l’inverno tutti sanno che è necessario assumere meno calorie. Che si aumenti l’attività fisica o si riducano le calorie affidandosi  a una dieta, l’importante è non lasciarsi andare a regimi alimentari squilibrati, che possono avere effetti negativi sul benessere. Ma soprattutto, ricordarsi di bere ogni giorno la giusta quantità di acqua. La dieta da sola infatti non basta, ed è destinata a fallire se non si beve abbastanza acqua. Una corretta idratazione è infatti una valida alleata per regolare il senso della fame, eliminare le tossine in eccesso e accelerare gli effetti di una dieta ipocalorica attraverso il meccanismo della termogenesi.

L’ipoidratazione è correlata all’aumento del peso corporeo

“Alcune diete sono molto complicate, altre escludono interi gruppi di alimenti, o apportano pochi carboidrati o pochi grassi, altre ancora sono personalizzate rispetto al gruppo sanguigno – spiega Elisabetta Bernardi, Biologa specialista in Scienza dell’Alimentazione e membro dell’Osservatorio Sanpellegrino -. Tuttavia, tutte queste diete, indipendentemente dalla loro complessità e dai rischi o benefici che apportano, sono destinate sicuramente a fallire se non si beve abbastanza acqua”.

“Si è osservato – continua la dottoressa Bernardi – che all’aumento dell’assunzione di acqua è associata la perdita di peso corporeo, perché bere più acqua aiuta a intensificare il senso di sazietà e a stimolare il consumo delle calorie per la produzione di energia. Allo stesso modo l’ipoidratazione, ovvero non bere a sufficienza, è correlata all’aumento del peso corporeo e alle sue conseguenze”.

Bere costantemente lungo l’intero arco della giornata

Una buona abitudine è quella di non aspettare lo stimolo della sete, che arriva “troppo tardi”, ovvero quando la perdita di acqua supera lo 0,5% del peso del corpo. Al contrario, si deve bere costantemente lungo l’intero arco della giornata. Attenzione anche a non confondere lo stimolo della sete con quello della fame: le due sensazioni sono collegate, e possono essere interpretate erroneamente. A volte quello di cui abbiamo bisogno è un bicchiere d’acqua.

Inoltre, bere durante i pasti non è dannoso, anzi, aiuta a saziare prima e ad abbuffarsi di meno. “Uno studio – continua la dottoressa – ha rilevato che le persone che bevono acqua immediatamente prima di un pasto hanno mostrato un calo di 2 Kg maggiore (44%) nella perdita di peso rispetto alle persone che non lo fanno”.

Almeno otto bicchieri d’acqua al giorno

Oltre a una corretta idratazione, riporta Askanews, un altro elemento spesso trascurato durante le diete è il consumo di fibre. Contenute in particolar modo in alimenti che hanno un’origine vegetale, come la frutta, la verdura, i cereali integrali e i legumi, aumentano il senso di sazietà, perché riempiono lo stomaco e stimolano i ricettori che segnalano al cervello quando è il momento di smettere di mangiare. “Quando si consumano alimenti ricchi di fibre, però, è necessario introdurre la giusta quantità di acqua – aggiunge Bernardi -, almeno otto bicchieri distribuiti durante tutto l’arco della giornata, per aiutare l’apparato digerente ad assimilarle”.

 

Realtà virtuale, uno strumento per combattere le dipendenze

Non solo videogame: ora la realtà virtuale può curare le dipendenze. Non è più solo un passatempo, quindi, e non riguarda solo i videogiochi, ma può essere utilizzata come un vero e proprio strumento per combattere ogni tipo di dipendenza, che sia da sostanze stupefacenti, dall’alcool o dal gioco d’azzardo.

Per diagnosticare e trattare le persone che soffrono di disturbi compulsivi il Monash Institute di Melbourne ha messo a punto il progetto BrainPark, una struttura in cui vengono combinate le neuroscienze con la realtà virtuale e l’esercizio ad alta intensità. Ovviamente senza ricorrere a farmaci.

La realtà virtuale mette insieme medico, paziente e cattive abitudini

“La realtà virtuale terapeutica rappresenta un punto di svolta per le malattie mentali”, ha dichiarato alla radio nazionale Abc la direttrice del BrainPark Rebecca Seagrave.

Al momento sembra che BrainPark stia dando ottimi risultati. La realtà virtuale infatti può mettere insieme il medico, il paziente e le sue cattive abitudini. Come? Ricreando una “zona calda” realistica della dipendenza che viene affrontata congiuntamente. In questo modo “è possibile rieducare il soggetto – spiega Seagrav – a sviluppare nuove risposte a cannabis, alcool, anfetamine o gioco d’azzardo”.

I disturbi ossessivi-compulsivi e le situazioni di innesco

I casi di dipendenza possono essere trattati attraverso una serie di situazioni di innesco problematico, “a cui è veramente difficile accedere nel mondo reale – continua l’esperta – e che si possono facilmente ricreare virtualmente in uno studio medico”.

Attraverso la realtà virtuale, ad esempio, un paziente con un disturbo ossessivo-compulsivo legato alla pulizia può essere messo alla prova affrontando particolari situazioni di innesco, come la creazione di sporcizia e disordine in cucina o nel bagno, riporta Ansa.

Sfruttare i benefici della tecnologia per non ricorrere ai farmaci

I dipendenti dal gioco d’azzardo, o affetti da ludopatia, possono invece essere testati con una replica virtuale di una sala slot da poker. “Possiamo misurare la risposta cerebrale fisiologica delle persone – continua Seagrave – verso differenti aspetti del gioco d’azzardo in un ambiente virtuale. Ed esaminare quali aspetti sono più legati al comportamento da dipendenza”.

Tradizionalmente le dipendenze sono trattate a seconda della tipologia. L’assistenza psicologica, ad esempio, viene utilizzata per la ludopatia, i farmaci nelle crisi di astinenza o l’ansia. “Ma questo non funziona per tutti – sostiene la direttrice di BrainPark -. Noi vogliamo offrire un nuovo approccio per diagnosticare e trattare i disturbi compulsivi sfruttando i benefici offerti dalla tecnologia”.